Corrado Augias e Giovanni Filoramo.
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Il grande romanzo dei Vangeli.
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2019. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
Collana: Frontiere.
ISBN 978-88-06-23280-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Presentazione.
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I Vangeli non sono solo il testo sacro della Cristianit, sono anche uno straordinario deposito di storie, personaggi, passioni.
Ma cosa sappiamo davvero di Maria, di Pilato, di Pietro, della folla che ascolta il Discorso della Montagna?
Chi sono davvero gli uomini e le donne di quel grande romanzo polifonico che sono i Vangeli?

Se un viaggiatore venuto da molto lontano
cominciasse a sfogliare le pagine dei
Vangeli totalmente ignaro della loro origine
e di ogni possibile implicazione teologica,
che cosa leggerebbe? In buona sostanza
quattro versioni in parte (ma non
del tutto) simili della tragica vicenda di un
predicatore che, avendo sfidato il potere
della Chiesa e dello Stato, viene processato
e condannato a morte. Ma c' un altro
elemento che colpirebbe il nostro ipotetico
lettore: la folla di personaggi in cui
il protagonista s'imbatte, o da cui  accompagnato,
nel corso della sua breve esistenza.
Il nostro ipotetico lettore sarebbe colpito
dalla diversit delle reazioni, dall'odio
implacabile allo smisurato amore. Noterebbe
le turbe, il popolo, una folla indistinta,
poveramente vestita, rassegnata o
crudele, fatta di pescatori, operai dei campi
e delle vigne, pastori, in genere illetterati,
alcuni gravemente malati, tutti fiduciosi
nella storia del loro popolo e nell'aiuto
costante del loro Dio.
Dallo stupore per questa umanit, dalla
meraviglia per queste straordinarie presenze
umane,  partito Corrado Augias a
colloquio con uno dei maggiori storici del
cristianesimo, Giovanni Filoramo. Augias
stringe l'inquadratura sugli uomini
e le donne che appaiono nei Vangeli.
Ne esamina le vite narrate dagli evangelisti
ma anche i segreti taciuti, le origini o i
destini. A cominciare dalla madre del giustiziato,
ad esempio, figura che dovrebbe
avere carattere centrale e che - stranamente -
risulta, invece, appena abbozzata,
presenza sfuggente caratterizzata da
rapporti spesso aspri con suo figlio. O il
padre (adottivo?), piccolo imprenditore
edile, pi che semplice falegname, perennemente
muto di fronte alle straordinarie
vicende che il destino gli ha riservato.
Ole figure enigmatiche e sfaccettate di
Giuda e della Maddalena.
Con questo libro, Augias e Filoramo riescono
in un'impresa difficile: narrarci in
maniera sorprendentemente nuova una
storia che pensavamo di conoscere.
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Gli autori.

Corrado Augias, giornalista, scrittore,
autore di programmi culturali per la Tv,  nato
a Roma. I suoi numerosi libri sono tradotti
nelle principali lingue. Ricordiamo tra gli altri
Le ultime diciotto ore di Ges, I segreti di
Istanbul, Questa nostra Italia e il romanzo Il lato
oscuro del cuore.

Giovanni Filoramo  professore emerito di
Storia del cristianesimo presso l'Universit di
Torino. Per Einaudi ha pubblicato Che cos'
la religione (2004) e Il sacro e il potere (2009).
Tra i suoi libri pi recenti: La croce e il potere.
I cristiani da martiri a persecutori (2011), Ipotesi
Dio (2016), Il grande racconto delle religioni
(2018).
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1. UNA LETTERATURA FANTASTICA.

Jorge Luis Borges ha lasciato, tra le tante, questa sorprendente
osservazione: i testi sacri sono un ramo della letteratura
fantastica. Parole che alla luce della teologia possono sembrare
riduttive se non blasfeme. Invece, in quel richiamo alla letteratura
potrebbe esserci un'intuizione che si pu tentare di
cogliere aggiungendovi un celebre aforisma di Umberto Eco:
su ci di cui non si pu teorizzare, si deve narrare.
I personaggi delle Scritture ci vengono incontro irrigiditi
dalla loro funzione, non uomini e donne ma simboli, figure
piene di fascino che per si presentano con la fissit delle
statue. Viene da chiedersi se non sia possibile raccontarli
come se fossero protagonisti d'un dramma o d'un romanzo,
fatti come ciascuno di noi di carne e di sangue, ma completati,
come ogni personaggio della letteratura, da un plausibile
rivestimento fantastico.
Si pu partire da una certezza: la sopravvivenza nell'immaginazione
del mondo di quegli uomini e di quelle donne 
molto pi importante della loro incerta verit storica.
IL primo ad affermare in maniera documentata questo modo
di guardare al protagonista stesso di quegli eventi, Ges di
Nazareth,  stato il grande teologo protestante tedesco Rudolf
Bultmann all'inizio del Novecento. Ricostruendo la predicazione
di Ges, scriveva: Noi non possiamo sapere pi nulla
della vita e della personalit di Ges, poich le fonti cristiane
non si sono interessate al riguardo se non in modo molto
frammentario e con taglio leggendario, e perch non esistono
altre fonti su Ges. I Vangeli, secondo Bultmann, hanno
attribuito a Ges quella che  stata in realt la predicazione
del primo cristianesimo.
Tuttavia, sul comportamento di quegli uomini e di quelle
donne si sono fondate in Occidente, per un tempo lunghissimo,
le basi della convivenza,  stata edificata una civilt. La
circostanza che oggi, in societ sempre pi secolarizzate, quei
precetti abbiano perso una parte pi o meno grande della loro
forza esemplare, nulla toglie all'importanza che hanno avuto.
Anche a causa loro, la storia del nostro paese e dell'Europa
 andata com' andata.
Riprendiamo allora Borges: quali prospettive si aprono
se - con ogni dovuto rispetto - si leggono le Scritture come
se fossero un ramo della letteratura fantastica? Si pu
ipotizzare che, restituite - nei limiti del possibile - alla loro
umanit, quelle figure ci parlino pi e meglio di quanto non
abbiano mai fatto dall'alto dei loro piedistalli.
Mettiamoci nella condizione di un viaggiatore che, venuto
da un mondo lontano, cominciasse a sfogliare le pagine dei
Vangeli totalmente ignaro della loro origine e di ogni possibile
implicazione teologica; che cosa leggerebbe? In buona
sostanza quattro versioni in parte (ma non del tutto) simili
della tragica vicenda di un predicatore che, avendo sfidato
il potere, viene processato e condannato a morte. In termini
contemporanei, il protagonista, il reo, sarebbe accusato (con
tutte le approssimazioni del caso) di attentato all'integrit
dello Stato, forse di alto tradimento. In uno Stato teocratico
invece, uno di quelli allora esistenti e che ancora qua e
l sopravvivono, l'accusa potrebbe essere di blasfemia, stregoneria,
eresia. Reati che la civilt moderna considera ripugnanti
ma in nome dei quali, nel corso dei secoli, migliaia di
esseri umani sono stati torturati e uccisi - e continuano talvolta
aD essere uccisi.
L'altro elemento che colpirebbe il nostro ipotetico lettore
ingenuo  la folla di personaggi in cui il protagonista s'imbatte,
o da cui  accompagnato, nel corso della sua breve esistenza;
lo colpirebbe la diversit delle loro reazioni con estremi opposti
di odio implacabile e di smisurato amore. Poi noterebbe
le turbe, il popolo, una folla indistinta, poveramente vestita,
rassegnata o crudele, fatta di pescatori, operai dei campi
e delle vigne, di pastori, tutti analfabeti, alcuni gravemente
malati o affetti da disturbi d'origine nervosa, tutti fiduciosi
nella storia del loro popolo e nell'aiuto costante, in pace eD in
guerra, del loro Dio.
Da questa povera folla si distaccano alcune figure con
ruolo di coprotagonisti. La madre del condannato, per cominciare,
figura che dovrebbe avere carattere centrale e che
invece risulta, stranamente, appena abbozzata, una presenza
sfuggente caratterizzata da rapporti spesso aspri con suo figlio.
Ecco un enigma sul quale il nostro viaggiatore si interrogherebbe
e che noi dovremo cercare di sciogliere. Quale
logica, quale psicologia, quali necessit narrative spiegano
un rapporto cos scarno che solo al momento della morte si
tinge di vero patimento e d'affetto? Tanto pi in una terra
nella quale il ruolo materno era ed  considerato cardine
della vita familiare? Ancora meno comprensibile gli apparirebbe
la figura del padre del condannato. Un personaggio
esile, che tende quasi a confondersi con l'ambiente, mai una
parola, muto davanti all'incalzare degli eventi, muto davanti
alle dicerie che hanno accompagnato la nascita di quel suo
ragazzo. Sappiamo che si chiama Yosef, Giuseppe, ma chi
 in realt? Umile, certo, un falegname o un carpentiere, al
pi un piccolo impresario edile, per lo dicono di stirpe regale,
sicuramente un buon ebreo, osservante della Torah.
Nessuno di questi elementi aiuta a spiegarne il comportamento.
Anche qui bisogner indagare.
Viene ora incontro con torva baldanza un'altra enigmatica
figura, si chiama Giuda, pi precisamente Giuda Iscariota.
Osservandolo meglio sembra per d'intuire che forse
non  baldanza la sua, bens inquietudine, da alcuni dettagli
si potrebbe arguire che nasconda sotto l'arroganza profonde,
drammatiche, incertezze - angoscia. Molte persone lo accusano
di tradimento, cio di aver venduto il leader del piccolo
gruppo di cui fa parte - e di cui  il tesoriere - alle autorit
del Tempio e a quelle romane, proprio perch fosse tolto di
mezzo, giustiziato. Perch lo ha fatto? Per denaro? Sembra
improbabile, la cifra di cui si parla  irrisoria: trenta monete
d'argento. Qual  il loro valore? Troviamo un riferimento in
Esodo 21,32: Se il bue colpisce con le corna uno schiavo oD
una schiava, si dar al suo padrone del denaro, trenta sicli, e
il bue sar lapidato. Lo stesso prezzo vale per uno schiavo
ucciso e per un uomo accusato di un reato cos grave? Incredibile.
E allora? Se si esclude un'innata crudelt d'animo quale
motivazione pu spiegare un gesto che appare abietto? Cercheremo,
vedremo. Le cose non sono semplici ma una spiegazione
forse c' e potrebbe essere proprio Giuda a darcela.
Non abbiamo ancora finito di interrogarci sull'enigma di
Giuda che una donna si distacca dalla folla dirigendosi verso
di noi; viene da Magdala, si chiama Myriam, ovvero Maria,
molti la conoscono come La Maddalena. Il suo passato
 oscuro, c' chi dice che si sia guadagnata da vivere prostituendosi;
sarebbe per inutile chiederle chi sia, che vita abbia
condotto, dal suo sguardo fermo trapela una determinazione
che ne svela il temperamento: questa donna sa imporsi, sa
quel che vuole, ha il carattere di un capo, potrebbe sorprenderci
con gesti estremi.  bella e lo sa, infatti usa l'avvenenza
come un'arma.
Quasi tutti questi personaggi indossano le povere vesti in
uso nella Palestina di venti secoli fa, per i pi umili addirittura
rattoppate o lacere, ai piedi rudimentali calzature che
rendono penoso il cammino su strade polverose cosparse di
pietre. Una figura si distingue per dalle altre, si fa notare
per la tunica di un bianco immacolato che lo avvolge, per i
calzari di buon cuoio sbalzato, unti con grasso di bue, morbidi
al piede, per un prezioso monile che orna lo scollo dei
vestimenti. Mentre incede alza lievemente il braccio destro,
nella mano stringe una specie di corto scettro cilindrico, di
tanto in tanto lo agita in un gesto ambiguo che potrebbe essere
di benedizione, d'imperio, di minaccia.
Non  un giudeo ma un alto funzionario romano, si chiama
Pilato, Ponzio Pilato. L'imperatore Tiberio, su consiglio
del potente Seiano, lo ha mandato, col grado di procuratore
o prefetto, a reggere la difficile regione della Giudea, perennemente
inquieta, parte della provincia di Siria-Palestina;
il suo diretto superiore  - o sar: fonti storiche eD una consolidata
vulgata non coincidono - Lucio Vitellio, governatore
dell'area, che risiede ad Antiochia e ha quattro legioni
al suo comando, circa venti-trentamila uomini. Il mandato
non  entusiasmante, anche se Pilato comunque s' battuto
per averlo: si tratta di terre povere, con vaste zone desertiche,
abitate da genti riottose, fanatici religiosi che hanno
la pretesa ridicola - agli occhi di un romano - di adorare un
unico dio, come se un dio fosse in grado, da solo, di gestire
il caos dell'animo umano.
In termini contemporanei la provincia di Siria-Palestina
comprende gli attuali Stati di Siria, Giordania, Israele e Libano.
Lass ad Antiochia, Lucio Vitellio non  del tutto contento
di quel sottoposto. Teme che non abbia capito bene
con quali genti ha a che fare. I suoi informatori riferiscono
di certi suoi atteggiamenti inutilmente provocatori, di eccessi
nella repressione; il governatore ha paura che un giorno o
l'altro Pilato possa compiere un gesto insensato, compromettendo
magari anche lui agli occhi dell'imperatore e, chiss,
affibbiandogli una nomea negativa nei futuri resoconti della
storia, se mai ci saranno. Tanto pi che i rapporti tra gli
occupanti romani e le genti che dovrebbero governare sono
improntati a un reciproco disprezzo, e non  il caso di rendere
ancora pi complicata l'esazione delle imposte che  l'unica,
solida ragione della loro presenza tra quelle popolazioni
sempre cos inquiete.
Ci eravamo concentrati sull'elegante figura del procuratore,
trascurando una scena che nel frattempo si sta svolgendo
in un'altra zona del quadro. Il nostro viaggiatore arrivato da
lontano adesso vede con l'immaginazione una pattuglia di legionari
romani che trascinano brutalmente un uomo in catene;
sono diretti alle carceri. Il prigioniero si guarda intorno
con aria di sfida, scuote i ferri che gli stringono le braccia.
Al clangore la folla rumoreggia, i soldati protendono minacciosamente
le lance pronti a respingere ogni tentativo di liberarlo.
Qualcuno grida il nome del prigioniero: Barabba,
Barabba!  Strano nome, un altro enigma: Bar-abb, figlio del
padre, chi sar mai costui? Si alza perfino una voce, lacerante,
quasi disperata, che lo invoca: Yoshua Bar-abb, Ges figlio
del padre. Gi solo il nome annuncia un'altra storia complicata,
anche di questa dovremo occuparci.
Stiamo per allontanarci dalla scena perch vogliamo dare
finalmente inizio al racconto e al colloquio con l'esperto
professor Filoramo, ma indugiamo: la nostra attenzione 
attirata dalla figura di un uomo che procede a passo spedito
facendosi all'occorrenza largo tra la folla con una certa sbrigativit;
gli ornamenti che indossa lo denotano come fariseo.
Dev'essere benestante, lo si capisce dai modi, dal riguardo
con cui chi gli ha ostacolato accidentalmente il passo s'affretta
a farsi da parte. Dicono che si chiami anche lui Giuseppe
e che venga da una cittadina poco lontana di nome Arimatea.
Quale sar la sua parte nel dramma? Un fariseo? Diffidare.
Invece no, c' chi sostiene che da quel fariseo verr un
gesto inaspettato di generosa piet.  possibile? Vedremo
anche questo.
I personaggi che vogliono essere rappresentati, che chiedono
di diffondere il racconto della loro vicenda qui sono molto
pi numerosi dei sei messi in scena all'inizio del Novecento
dal pi celebre drammaturgo italiano. Soprattutto, l'intreccio
delle loro storie ha un grado molto pi alto di drammaticit,
non solo per la tragica fine del protagonista che in un
modo o nell'altro li coinvolge tutti, ma perch sulla storia che
stanno per rappresentare, partendo da quattro brevi racconti,
 stata costruita una dottrina e una Chiesa che per secoli
ha determinato la vita, il pensiero, in alcuni casi la morte, di
miliardi di esseri umani.
Tutti questi personaggi, e altri che incontreremo, chiedono
che la loro storia sia raccontata come le fonti la tramandano
ma anche come possono completarla coerenti aggiunte
narrative perch emerga pi chiaramente lo svolgimento dei
fatti e il ruolo che ognuno vi ha avuto. D'altronde il grande
veggente Jorge Luis Borges ha lasciato non a caso, tra le tante,
quella sorprendente osservazione: letteratura fantastica,
un'intuizione che si pu tentare di sviluppare. Prima di essere
testi sacri quelle pagine contengono uno straordinario
racconto e una dozzina di affascinanti personaggi.
Cominciamo dunque dalla storia principale, l'asse portante
attorno al quale tutte le altre si svolgono ovvero la vicenda
del protagonista, l'uomo della profezia e della croce che volle
sfidare il potere e ne rimase schiacciato.
...
2. SERMO DE MONTE.

L'uomo s'inerpica per l'erta nel fresco sole, appena sopra la linea
dell'orizzonte. Sotto di lui, sulla destra, la superficie lucente del grande
lago, le acque appena increspate dalla brezza rimandano a tratti
fugaci barbagli. Il passo  agile, il busto leggermente proteso per
assecondare lo sforzo. Ha distanziato di alcuni metri i suoi seguaci che
procedono con maggiore fatica, inciampano sulle pietre del sentiero,
hanno smesso di parlottare per risparmiare fiato. L'uomo si chiede
chi siano davvero quegli umili che hanno abbandonato casa e famiglia
per seguirlo, quali sentimenti provino, se in qualcuno non si stia
affacciando il tarlo doloroso del pentimento, in quale misura potr
davvero contare su di loro. Non si stupirebbe se dopo una confessione,
aperta o di sotterfugio, qualcuno lo abbandonasse. Sono operai,
artigiani, pescatori: un'enorme responsabilit grava sulle sue spalle.
Vuole che capiscano bene a quali compiti li ha chiamati, che sia
chiara da subito la posta in gioco perch i rischi sono molti e i nemici
gi in agguato. Non si d senza pericolo una nuova visione della vita,
per di pi in un paese dominato da soldati pagani dove tutto diventa
politica, dove la politica esaspera e divide - spesso uccide.
Ha raggiunto un pianoro ricoperto di bassa vegetazione, si ferma,
asciuga la fronte madida. L'erba rada nasconde le asperit del suolo,
sui fragili steli brilla ancora qualche stilla di rugiada. Il grande
lago, l'amato mare della Galilea natale, da lass  quasi completamente
visibile. I discepoli si indicano l'un l'altro le costruzioni che
biancheggiano contro il bruno delle zolle e l'azzurro intenso del cielo,
i solchi dritti dei campi, gli olivastri che segnano i confini; forse
c' chi riconosce la casa che ha da poco lasciato. Non  ancora arrivato
il momento di parlare. Il pianoro dove si sono fermati  stretto,
poco pi sopra, sull'altipiano, ci sar abbastanza spazio e pietre
tutt'intoRNo, quasi un teatro oD un'aula; l tutti potranno sedere per
ascoltare le sue parole.
Una piccola fitta d'angoscia attraversa il petto dell'uomo; sa
che sta per incrinare la loro innocenza indicandogli un traguardo
sublime, lontano da tutto ci che nella loro povera giovinezza
hanno mai udito oD osato pensare. Li guarda ancora una volta prima
di riprendere la salita, incombe su di lui l'incarico terribile di
trasformare in saggezza, pazienza e forza la buona volont e la fiducia,
loro uniche doti.
D'improvviso un grido, l'uomo si volta, Giacomo figlio di Zebedeo
che chiamano il Maggiore sta indicando qualcosa in basso,
all'inizio del sentiero; forse  Matteo il gabelliere, non Giacomo, non
sempre riesce a distinguerli. Vede anche lui il lento fiume in movimento:
una folla, una grande folla ha preso a seguirli,  gi alle
prime balze, avanza disordinatamente, si snoda lungo i tornanti,
gli sembra di scorgere dei bambini tenuti per mano dai pi grandi,
tendendo l'orecchio si ode un bisbiglio sordo, il fruscio dei calzari
sul suolo impervio. La folla non era prevista, la novit cambia l'intera
strategia del suo intervento, voleva parlare ai suoi non tenere
un discorso pubblico. Ha predicato nelle sinagoghe, discusso con
i rabbini, asciugato lacrime, curato piaghe, che dir ora alla folla
che sale verso di lui?
Riprende il cammino con maggior vigore, la fatica accelera i
suoi pensieri. Aveva detto ai discepoli: Non andate fra i pagani
e non entrate nelle citt dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle
pecore perdute della casa d'Israele. Aveva detto: Strada facendo,
predicate, dicendo che il regno dei cieli  vicino. Ha dato loro
poteri tremendi con la speranza che ne colgano la portata, ne saggino
la misura: Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i dmni. Non riusciranno mai a farlo, importante
per  che sappiano la vastit del progetto.
Copre l'ultimo tratto del sentiero, davanti a lui s'apre l'altipiano;
una tale folla non era prevista ma lo spazio  abbastanza vasto. Ha
gi individuato una larga pietra alla sommit d'un piccolo rilievo,
sar la sua tribuna, proclamer da l la vera sapienza che rivaleggia,
che d alla vita misura e valore, che imprime la sua verit.
Ora che s' fermato, i suoi gli si stringono intorno ansanti, lo
fissano. Lui possiede la luce, sussurra uno di loro. Scruta quei
volti, aspettano che dica qualcosa prima che la folla li raggiunga.
La sua voce  bassa, il messaggio quasi sillabato: Guardatevi dagli
uomini, perch vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle
loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per
causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando
vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte,
perch vi sar dato in quell'ora ci che dovrete dire. Lo fissano
intimoriti, qualcuno abbassa lo sguardo per nascondere imbarazzo
o paura, due si danno furtivamente di gomito. Forse ha esagerato,
voleva saggiarne la tempra non spaventarli. Non c' tempo per
altro, non sono pi soli. Cinge con un braccio le spalle di Giovanni
figlio anche lui di Zebedeo che ama sopra ogni altro, soffia nel suo
orecchio: E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma
non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di
colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l'anima e il corpo.
La folla li ha raggiunti, si leva un sommesso brusio, molti si
vanno accomodando in cerchio cercando di tenere in qualche modo
a bada i bambini, quelli per scappano ridendo da tutte le parti,
raccolgono pezzi di legno per il fuoco, il sole non  ancora alto,
l'aria conserva il freddo notturno e punge la pelle.
Deve trovare la forza di parlare a tutti loro, scuoterli; se solo
ci fossero i canti e un battere ritmico delle mani sembrerebbe una
festa popolare. Ma l'uomo non vuole una festa, chiede un'iniziazione,
se sapr trovare le parole adatte.
Dopo aver raccolto la veste che intralcia il passo, copre l'ultimo
tratto; ora deve solo inerpicarsi sulla pietra piatta, prima per si
raccoglie, solo con i suoi pensieri, oppresso dal peso del messaggio
che sta per pronunciare. Le parole sono terribili, deve dimostrare
di possedere l'onnipotenza, osare il massimo: offrir loro l'impossibile,
grider che bisogna contraddire le pi profonde inclinazioni
umane, quella che molti chiamano la natura degli uomini. Dovr
presentarsi come Verit perch solo alla Verit  lecito presentarsi
con una violenza tale da rovesciare consuetudini, ordine
sociale, raddrizzare quel legno storto di cui gli esseri viventi sono
fatti; la fine dei tempi  vicina ma c' ancora abbastanza tempo
per guadagnare l'eterna salvezza. Sa molte altre cose, pi ancora
ne immagina.
Alcuni di quelli che vede l radunati, perfino qualcuno dei suoi pi
stretti seguaci vorrebbero che parlasse della rivolta contro i soldati
pagani che occupano la terra d'Israele e l'oltraggiano con i falsi di
portati da Roma, con le loro bestemmie. Ma non  possibile cambiare
il mondo se prima non sono cambiati gli uomini e le donne che lo
abitano. N si pu cambiare seguendo il capriccio degli umori, le alterne
vicende della fortuna e della salute. Se quella turba  disposta
a credere in lui, il cambiamento sar repentino, offerto e accolto con
tale impeto da farli ridiscendere a valle diversi da com'erano quando
sono saliti, irriconoscibili a se stessi. Dovr proporre l'impossibile
come se fosse un 'occasione che ognuno ha sempre avuto a portata di
mano senza nemmeno saperlo. Deve fare di questa giornata l'ora pi
memorabile della loro vita, il momento della vera nascita, e i bambini
che ora corrono intorno vociando e giocano a gettare trucioli
di legno tra le fiamme, la ricorderanno attraverso le parole dei loro
genitori quando avranno abbastanza anni per comprendere: quel
giorno di benedetta memoria - diranno a ognuno dei loro figli - c'eri
anche tu e hai ascoltato con le tue orecchie quelle parole; ora che
sei grande ne conosci peso e valore, sai che t'accompagneranno per
l'intera tua vita, amn.
 il momento, prima che faccia troppo caldo; sale sulla pietra,
la sua figura si erge alta contro il cielo sopra la folla e i discepoli
nelle prime file. Tace, si diffonde la consapevolezza della sua presenza,
l'accompagna il progressivo smorzarsi delle voci; le madri
stringono a s i bambini zittendoli.
Beati i poveri in spirito perch di essi  il regno dei cieli!,
grida aprendo le braccia.
Tace aspettando una reazione, non c'. Nel silenzio si odono solo
l'ultima eco della sua voce che si spegne gi nella valle e lo sfrigolare
dei ceppi tra le fiamme.
Riprende con voce ancora pi forte: Beati quelli che sono nel
pianto, perch saranno consolati. Beati i miti, perch avranno in
eredit la terra.
Ancora silenzio quasi che dall'assenza di reazioni visibili trapeli
un accenno di timore per quelle parole inaudite. I miti? Chi
ha mai parlato dei miti? Non sono forse destinati alla sconfitta?
Non sono forse coloro che non hanno mai ereditato nulla? Che va
mai dicendo quel pazzo?
Ora o mai pi. Capiranno, devono capire: o riesce ad aprirsi un
varco nelle loro menti o  finita. Li sta invitando ad abbandonare
la parte abietta della loro natura, a scegliere di salire verso il divino.
Deve continuare, alzare ancora di pi la posta; sente il petto
attraversato da un'onda straordinaria di lucidit e di audacia.
Pu farlo, pu farcela.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perch saranno
saziati. Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perch vedranno Dio. Beati gli operatori
di pace, perch saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati
per la giustizia, perch di essi  il regno dei cieli. Beati voi quando
vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni
sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate,
perch grande  la vostra ricompensa nei cieli... Voi siete il sale
della terra... voi siete la luce del mondo.
Le ultime parole sono state un grido appassionato, il suo sguardo
emanava una tale luce che due o tre donne sono cadute in ginocchio
levando le braccia verso di lui in un gesto di venerazione.
Prende coraggio da loro: quelle donne si sono inginocchiate per lui.
Riprende gridando, muovendo le braccia per indicare ora l'uditorio,
ora se stesso, ora levando l'indice verso l'alto cielo dove adesso
la mattinata trionfa nel suo intenso azzurro. Parla dell'adulterio,
parla dell'inutilit dei giuramenti perch il parlare di un uomo
dev'essere s, s, no, no e il di pi viene dal Maligno. Grida la
necessit del perdono e dell'amore che deve spingersi fino al limite
inaudito di amare i propri nemici.
Amare i nemici? grida qualcuno. Amare i nemici?
Vuole scacciare la bestia che si nasconde nel cuore di ognuno,
abolire l'istinto di un primitivo stato ferino, chi sapr cogliere il
messaggio diventer un figlio prediletto dello spirito.
Pensa all'avvento imminente del Regno, ma anche alla vita nel
momento presente, su questa terra, alle infinite miserie, a quanto
si potrebbe fare se le sue parole fossero davvero accolte. Ha gridato
la necessit del perdono e dell'amore, rinunciare alla vendetta,
anzi offrirsi senza difesa alle percosse, dare all'umana natura la
possibilit di una totale sublimazione,  la sua utopia nella realt
d'un mondo in cui dominano menzogna e avidit, ingiustizia e
odio. C' un solo modo per reagire: capovolgere i valori perch la
purezza del cuore possa trionfare sulla forza, e la rassegnazione
sappia farsi onnipotenza.
Scende dalla pietra barcollando, la veste  fradicia di sudore, la
gola riarsa dallo sforzo. Uno dei suoi gli porge una borraccia. Interroga
con lo sguardo i discepoli che gli si sono stretti intorno; nella
folla c' gi qualche movimento ma nessuna voce si leva, molti si
preparano a discendere.
Vorrebbe un cenno di comprensione dagli uomini che gli sono
pi vicini; nei loro occhi gli sembra di scorgere solo uno smarrito
sgomento.

AUGIAS: Professor Filoramo, il breve racconto che precede,
liberamente ispirato al Vangelo di Matteo, ricostruisce,
completandolo con libert narrativa, l'evento grandioso
che va sotto il nome di Discorso della Montagna o
delle Beatitudini. Quel giorno Ges os veramente il massimo
indicando a chi lo ascoltava dei traguardi impossibili:
amare i propri nemici in un mondo in cui non  facile
amare nemmeno gli amici o i congiunti - egli stesso del resto
non era molto amato in famiglia. Non reagire alle offese,
rinunciare ai beni e alle cose del mondo, in poche parole
rendersi quasi divini. Proprio per la sublime irraggiungibilit
degli obiettivi quelle parole sono diventate il pi
celebre messaggio nella storia umana. Molti di quei precetti
venivano dalla tradizione ebraica. Ges per li modific
rendendoli pi stringenti, in pratica rivoluzionandoli.
Un solo esempio per tutti: esisteva gi il vecchio detto
che imponeva di non fare agli altri ci che non si vuole
venga fatto a noi. Egli va pi in l, toglie il non, volge
il precetto in positivo, ordina di fare agli altri ci che
si vorrebbe fosse fatto a noi; non pi una semplice astensione
dal male ma un'attiva azione per il bene. Possiamo
dire che in quelle parole  racchiuso il nucleo della sua visione
del mondo, della sua dottrina? Possiamo immaginare
che chi in Giudea deteneva il potere ha potuto leggere
una minaccia in quelle parole?

FILORAMO: Quel famoso discorso Ges potrebbe averlo
pronunciato lontano da Gerusalemme, al Nord, nella sua
Galilea. Lo riporta Matteo da lei citato ma, in una versione
diversa (il cosiddetto Discorso della Pianura),
anche Luca. Comunque, resta il fatto che il Discorso della
Montagna, a prescindere ora dalle differenze tra Matteo
e Luca,  un discorso di radicalismo etico. Non a caso,
spiriti sommi come Tolstoj o Gandhi vi hanno visto il nucleo
del Vangelo. Limitandoci alle Beatitudini colpisce il
fatto che Matteo, rispetto a Luca, le ha pi che raddoppiate,
aggiungendone cinque alle quattro in comune con
Luca, relative ai miti, ai misericordiosi, ai puri di cuore,
agli artefici di pace, ai perseguitati per la giustizia.
In questo modo egli sposta l'attenzione dalla condizione
di privazione materiale all'esaltazione di alti valori morali.
Se  vero, come io credo, che il nucleo originario di
queste beatitudini, conservato in Luca,  dedicato esclusivamente
a poveri, affamati e afflitti (non a caso,  un
testo di riferimento per ogni teologia della liberazione
che si rispetti), la rilettura di Matteo ne fa una sorta di
codice etico delle virt cristiane. Mentre nel primo caso
a prevalere - come lei ben coglie -  l'annuncio messianico,
a suo modo rivoluzionario, di un imminente rovesciamento
della condizione degli ultimi, in Matteo tutto
ci diventa atemporale: una sorta di carta di fondazione
dell'etica comunitaria dei seguaci di Cristo.
Con queste osservazioni, per, mi rendo conto di non
avere risposto veramente alle sue domande. Che colgono
il punto essenziale: Ges  venuto ad annunciare un
cambiamento radicale, nei termini del Vangelo, una metanoia,
un mutamento totale della mente e di conseguenza
dell'atteggiamento. Questo cambiamento  religioso,
non  etico.

AUGIAS: Ecco un primo inciampo. Dov', in che consiste
la differenza?

FILORAMO: Mi spiego. Ges non  venuto a portare una
nuova dottrina etica - anche se le Beatitudini contengono
indubbiamente un insegnamento etico - ma un annuncio
salvifico: non  un Tolstoj o un Gandhi della Palestina del
I secolo, ma un profeta che agisce, come gli antichi profeti,
mosso da una voce interiore che egli ritiene di Dio, o meglio
del Padre. Molti Giudei pensavano che l'epoca della
profezia fosse terminata; ma, come insegna il caso di Giovanni
il Battista, in realt Ges si muove in uno scenario
religioso dove si agitano diverse figure profetiche. Ora,
Ges agisce come un profeta che  venuto ad annunciare
l'imminenza del Regno di Dio e a recare un messaggio che
permette all'uomo peccatore di salvarsi.
In che cosa consiste questo messaggio? Come lei ha ricordato,
in un sovvertimento radicale dei valori mondani
dominanti, ieri come oggi, a cominciare dalla violenza
e dall'odio. Diciamo la verit: i precetti singolari che
Ges annuncia sono irrealizzabili. Pensi se un insegnante
un giorno decidesse di farli propri e insegnarli in classe
ai suoi allievi. I genitori si rivolterebbero: ma come 
possibile insegnare a mio figlio che, se prende uno schiaffo
su una guancia, invece di rispondere come si deve, come
gli ho insegnato, deve porgere l'altra guancia? E cos
via con gli altri precetti: un'utopia, che contraddice volutamente
ogni socialit ordinaria, una sfida radicale all'esperienza
degli uomini e alla dura realt delle cose. Ma
proprio qui sta, come lei ha ben colto, la novit del messaggio.
Il nuovo ordinamento che Ges propone  giudicato
secondo il criterio dell'assolutezza: o tutto o niente.
Questo Assoluto desta inevitabilmente scandalo: pu sovvertire
l'ordine politico stabilito, i valori su cui si fonda
(di qui la sua pericolosit anche politica, per rispondere a
un'altra sua domanda). Colui che espone un insegnamento
di questo tipo e, soprattutto, lo mette in pratica - perch
questo  il punto per me decisivo: la coerenza tra dire
e fare; qui sta la forza perenne della figura di Ges che
inevitabilmente diventa oggetto di scandalo - deve essere
pronto anche al sacrificio di se stesso in quanto testimone
di questo Assoluto.

AUGIAS: Ma che cosa o chi  questo Assoluto?

FILORAMO: Ecco la domanda. Nel breve racconto che apre
il capitolo a un certo punto lei ha scritto che Ges dovr
presentarsi come Verit perch solo alla Verit  lecito
presentarsi con una violenza tale da rovesciare consuetudini,
ordine sociale, raddrizzare quel legno storto di
cui gli esseri viventi sono fatti; la fine dei tempi  vicina
ma c' ancora abbastanza tempo per guadagnare l'eterna
salvezza. Sono parole che valgono per il Salvatore celeste
del Vangelo di Giovanni (di cui parleremo), non per
il Ges di Matteo, che non si presenta come verit e soprattutto
non vuole attivare nessuna violenza, anche solo
a scopo di bene.

AUGIAS: Un'osservazione che ci fa capire quanto diversi
siano i Vangeli tra di loro, soprattutto quanto diverso sia
il testo di Giovanni rispetto a quelli che lo precedono.
Offro alla sua analisi un punto che mi sembra importante,
ovvero la beatitudine paradossale di Matteo alla quale lei
ha fatto riferimento: Avete inteso che fu detto: Occhio
per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi
al malvagio; anzi, se uno ti d uno schiaffo sulla guancia
destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in
tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.

FILORAMO: La lite giudiziaria per il chitone, ossia la tunica,
una camicia lunga provvista di maniche, portata sul
corpo nudo, ci riporta ad un ambiente di poveri. L'invito
di Ges  a restare nudi, pur di non restituire la violenza.
Non bisogna opporsi, anzi, al contrario, offrire anche
il mantello: il povero rinuncia ad un suo diritto. Infatti, secondo
Esodo 22,25, il mantello poteva essere preso in pegno
solo di giorno: era per la notte l'unico indumento con
cui coprirsi. L'invito di Ges, su questo sfondo,  ancora
pi folle: egli deve consegnarsi nudo all'avversario, piuttosto
di reagire. Non si tratta di debolezza o d'indifferenza
ma di una presa di distanza interiore radicale: la stessa
che sta dietro il porgere l'altra guancia. Come  possibile
ci? Per rispondere a questa domanda e per comprendere
l'unicit del messaggio di Ges  inevitabile fare una breve
riflessione comparativa. Vi sono altri fondatori di
religioni, come Buddha o Laozi, che con un atteggiamento
vicino a quello di Ges, rifiutano alla radice la violenza.
All'epoca di Ges vi erano filosofi come l'imperatore
Marco Aurelio su posizioni analoghe. Un filosofo come
Epitteto, un maestro di morale che ha influenzato anche
pensatori cristiani, si spinge fino a dire che l'uomo saggio
deve lasciarsi percuotere come un asino e al tempo stesso
amare quanti lo percuotono - come un qualche padre o
un fratello. In che cosa differisce l'invito di Ges? Nella
sua radice teologica, nel fatto che l'amore a cui si richiama,
nel disperato tentativo di mutare il rapporto normale
tra gli uomini determinato da egoismo e aggressivit, 
l'amore di Dio, del Padre. Di qui l'invito a essere perfetti
com' perfetto il Padre celeste.
Anche se le due parti del comandamento dell'amore, amare
Dio e amare il prossimo come se stessi, che permettono
di superare la legge del taglione, sono una regola sapienziale
che si ritrova in diverse tradizioni religiose e
nella stessa Bibbia, nell'annuncio di Ges c' qualcosa di
nuovo. Forse l'esempio migliore  la parabola del buon
samaritano: uno straniero, per pi ragioni inviso ai Giudei
contemporanei di Ges, che per per il Maestro, nella
sua parabola, rappresenta il vero esempio dell'amore
che dovrebbe caratterizzare il nuovo ordinamento. Questo
amore, per concludere, deve essere in grado di vincere
ogni violenza: non si pu vincere la violenza con una
controviolenza, per quanto a fin di bene. Occorre porgere
l'altra guancia, cio attivare un atteggiamento direi di
accondiscendenza. Non  debolezza, ma il tentativo di superare
il male con il bene. Solo cos si pu sperare di interrompere
la catena di violenza in cui siamo immersi.
Questo  possibile perch - a differenza dei movimenti
nonviolenti contemporanei - l'atteggiamento di Ges 
radicato nel suo amore di Dio.
...
3. CHI HA SCRITTO I VANGELI?

AUGIAS: Professor Filoramo, prima di proseguire il racconto
dei nostri personaggi, vorrei porle una domanda di fondo.
Le figure che vogliamo raccontare nascono, escono, da
testi chiamati Vangeli - ovvero buone novelle. Ma dal
punto di vista storico e materiale della loro redazione, che
cosa sono i Vangeli? Chi li ha scritti? Quando?

FILORAMO: Siamo in Italia, se fossimo in un altro paese
la risposta che sto per darle sarebbe diversa. L'Italia  un
paese cattolico, Roma  la sede del papato, i Vangeli sono
inevitabilmente condizionati da questa presenza essendo
testi che in un certo momento sono stati fissati dalla Chiesa
cattolica come testi sacri, ovvero divinamente ispirati.
Gi qui si presenta un primo problema: il rapporto esistente
tra questi scritti e l'istituzione che li ha gestiti. Il rapporto
delle altre confessioni cristiane con i Vangeli  diverso.
Basti pensare al caso protestante dove, a partire da
Lutero, vige il principio del sola scriptura: il credente  invitato
a porsi in ascolto della Parola di Dio contenuta nei
Vangeli senza mediazioni ecclesiastiche.

AUGIAS: Infatti, aver abolito ogni mediazione tra il credente
ed il suo Dio nella Riforma fa un'enorme differenza.
Se tuttavia prescindessimo da questo rapporto diciamo
istituzionale?

FILORAMO: Dovremo farlo, credo che sia lo scopo della nostra
conversazione; se ne prescindiamo potremmo dire che
i Vangeli sono una grande narrazione, che poggiano su un
eccezionale protagonista. Li ho letti e riletti molte volte.
Ci sono passaggi che, parlo da laico, mi colpiscono ancora
in modo fortissimo.

AUGIAS: Anche su di me, non credente, la figura di Ges
esercita uno straordinario fascino. Lei ha appena detto che
i testi dei Vangeli in un certo momento sono stati fissati
nella forma che conosciamo.  possibile precisare storicamente
quel momento?

FILORAMO: Si pu fare con sufficiente precisione tenuto
conto che, dicendo Vangeli, pensiamo naturalmente ai quattro
Vangeli canonici, quindi i tre sinottici (ovvero coerenti
tra di loro) pi quello di Giovanni che - come abbiamo in
parte gi visto - possiede invece una fisionomia spirituale
diversa. Il vescovo Ireneo di Lione nel 180 scrive un trattato
importante contro le eresie, ovvero contro gli gnostici.
Quel trattato  la carta d'identit della Grande Chiesa.
 stato Ireneo a dare a questa Chiesa la coscienza della
sua unit, della sua universalit (cattolica vuol dire universale),
della sua dimensione istituzionale. La sua autorit
poggia sulla rivelazione contenuta nei quattro Vangeli
che sono poi entrati nel canone. Questo significa che all'epoca
in cui Ireneo scrive questi Vangeli sono ormai fissati
nella loro forma definitiva.

AUGIAS: Perch parla di Grande Chiesa?

FILORAMO: Grande Chiesa  un termine paradossale: la
prima attestazione la troviamo in quegli stessi anni in un
critico di questa Chiesa, il filosofo pagano Celso, che distingue
la chiesa cui appartiene Ireneo dalle tante altre che
lottavano tra di loro. Il pensiero di questo Celso lo conosciamo
non direttamente dalle sue opere bens dal testo
di un altro pensatore cristiano, Origene, che parecchi anni
dopo, verso la met del III secolo, s'ingegn di confutarlo.
Celso aveva scritto l'Alethes logos, il Discorso veritiero.
Origene scrive il Contra Celsum che  oggi la nostra
fonte, perch, per confutare Celso, cita lunghi brani dalla
sua opera.

AUGIAS: Curioso questo gioco di rimbalzi. Come mai l'originale
manca?

FILORAMO: Manca perch la tradizione cristiana, che ha
conservato la maggior parte dei testi pervenutici dall'antichit
classica (una goccia nel mare, aggiungo), per motivi
di censura ha teso a non trasmettere i testi degli eretici
e dei grandi confutatori pagani, come appunto Celso e
poi il pi importante, Porfirio. I loro scritti li recuperiamo
- quand' possibile - attraverso i frammenti o - come
in questo caso - attraverso il testo di un oppositore
che, per opporsi, ha dovuto di necessit citarlo. Ireneo,
per difendere l'unit della Chiesa contro le scritture degli
gnostici, usa questa immagine: i veri Vangeli sono come
i quattro punti cardinali, e trova anche la simbologia
degli animali nella visione del profeta Ezechiele ripresa
nell'Apocalisse, quattro esseri viventi con sembianze rispettivamente
di uomo, leone, bove, aquila. Gli autori
cristiani applicarono agli evangelisti queste raffigurazioni
per cui Matteo  simboleggiato da un uomo alato, cio
un angelo, Marco da un leone, Luca da un bove, Giovanni
da un'aquila...

AUGIAS: Non molto lusinghiero per il povero Luca, essere
accostato a un bove, lui autore di un testo tra i pi toccanti.

FILORAMO: C' una ragione. Gli antichi amavano molto
il simbolismo animale. L'aquila si riteneva fosse in grado
di fissare il suo sguardo nel sole senza rimanerne accecata.
Nella rilettura cristiana, Giovanni, l'aquila di
Patmos,  tale perch il suo Vangelo  l'unico che tenta
di fissare il suo sguardo nel mare sterminato del mistero
divino. Quanto agli altri evangelisti, Matteo fu simboleggiato
nell'uomo alato (o angelo), perch il suo Vangelo
inizia con l'elenco degli uomini antenati di Ges Messia.
Marco fu simboleggiato nel leone, perch il suo Vangelo
comincia con la predicazione di Giovanni Battista
nel deserto, dove c'erano anche bestie selvatiche. Luca
fu simboleggiato nel bove, perch il suo Vangelo comincia
con la visione di Zaccaria nel Tempio, ove si sacrificavano
animali come buoi e pecore.

AUGIAS: Lei ha indicato una data, il 180, come momento
in cui nasce la Grande Chiesa. A quella data, se capisco
bene, Ireneo vescovo di Lione, pu fondare il suo trattato
contro le eresie su testi evangelici gi consolidati.
Devo allora riproporre la domanda iniziale: quei testi quando
e da chi erano stati scritti?

FILORAMO:  una storia complicata. Ancora oggi non esiste
tra gli specialisti un consenso sulla datazione. Faccio
un esempio paradossale: si ritiene che il Vangelo pi antico
sia quello di Marco; sicuramente  il testo che conserva di
pi il profilo storico di Ges. Lo si pu ritenere scritto poco
dopo il 70, anno della distruzione del Tempio da parte
di Tito. I seguaci di Cristo, che lo ritenevano un Messia,
fuggono da Gerusalemme. Secondo lo storico ecclesiastico
Eusebio di Cesarea, che scrive per nella prima met del
IV secolo, pare che andassero a rifugiarsi in una cittadina
non lontana, Pella, per sfuggire alle persecuzioni dei Romani.
Vero o non vero, questa  una delle poche date sicure
che abbiamo. Il Vangelo di Marco si colloca dunque
intorno a quella data, per cui sarebbe il pi antico. L'ipotesi
corrente, che anche a me sembra la pi plausibile, 
che per numerosi motivi i Vangeli di Luca e Matteo utilizzino
il testo di Marco. Aggiungo per che io non sono
un esegeta, gli esegeti veri, tra i quali il professor Mauro
Pesce, passano la vita ad interrogarsi su tali questioni, forse
lo faranno anche nell'aldil.

AUGIAS: L potranno chiederlo direttamente agli autori,
finalmente.

FILORAMO: Invece no, perch quegli autori non ci sono.
I nomi che identificano i vari testi sono attribuzioni convenzionali
o di comodo, non corrispondono a delle persone
reali. Per esempio: a seconda di come si collocano Luca
e Matteo rispetto al pi antico testo di Marco, Matteo
si rivolgerebbe prevalentemente a un pubblico giudeo-ellenistico,
per cui le date potrebbero essere gli anni Ottanta
per Matteo e gli anni Novanta per Luca. Poi c' il misterioso
Vangelo di Giovanni, che dovrebbe essere dello
stesso autore dell'Apocalisse canonica, in questo caso le date
si collocano a cavallo tra il I e il II secolo. Uno specialista,
Markus Vinzent, che insegna a Erfurt e al King's College
di Londra, studioso di Marcione, ha scritto recentemente
un libro nel quale sostiene che Marco dipenderebbe
da Marcione, riprendendo una tesi gi avanzata da autori
tedeschi dell'Ottocento poi caduta nel dimenticatoio.
Siccome di Marcione abbiamo dei frammenti che risultano
composti tra il 130 e il 140, lei vede bene che se Vinzent,
e gli esegeti, non pochi, che sono disposti a seguirlo,
avesse ragione...

AUGIAS: Tutto verrebbe spostato al II secolo, niente meno!
Ovvero, quei testi riporterebbero fatti accaduti quasi
cento anni prima.

FILORAMO:Esattamente, e Ges, lei capisce...

AUGIAS: La fedelt alla memoria di Lui, gi cos incerta,
diventerebbe decisamente problematica. Sarebbe come voler
scrivere oggi la biografia di un uomo vissuto negli anni
della Prima guerra mondiale, in assenza di vere fonti
scritte o di testimonianze certe, basandosi su qualche diceria,
un brandello di manifesto, i versetti d'un cantastorie.

FILORAMO: Era solo per dirle quanto la questione sia
complicata.

AUGIAS: Talmente complicata che provo a proporle la stessa
domanda sull'attendibilit delle fonti da una diversa prospettiva.
Non molto tempo fa  stato pubblicato un saggio
del biblista americano Bart Ehrman dal titolo in apparenza
innocuo Prima dei Vangeli. Sconvolgente era per
il sottotitolo che recitava: Come i primi cristiani hanno ricordato,
manipolato e inventato le storie su Ges. Manipolato
e inventato niente meno: salta all'occhio la gravit di
questi due termini. La tesi dello studioso  che i testi che
conosciamo siano stati scritti dopo essere stati lungamente
tramandati per via orale con tutto ci che una trasmissione
di quel tipo - il passaggio di bocca in bocca con gli
inevitabili fraintendimenti - comporta. Si tratta insomma
di testi arrivati alla pagina dopo un viaggio avventuroso
ed  questo, secondo Ehrman, che rende la loro
interpretazione filologica estremamente complicata e non
sempre attendibile.

FILORAMO: Infatti  una scommessa. Anche Ehrman per
pu essere confutato ricordando che nelle culture antiche
in cui dominava l'analfabetismo la trasmissione orale
sapeva conservare una sua fedelt. Questo vale a maggior
ragione per i testi sacri (nel nostro caso, le parole o i
loghia di Ges). Basti pensare che testi sacri fondamentali
come i Veda per l'induismo o l'Avesta per gli zoroastriani
furono per secoli trasmessi solo oralmente, appresi
a memoria, dai sacerdoti a ci preposti. Non  dunque
detto che, in questi casi, la trasmissione per via orale sia
meno fedele di quella scritta, come ben sa qualunque filologo,
che ha in genere a che fare con le mille variazioni
che i copisti apportavano a un testo. Tornando ai Vangeli
sinottici e non considerando altre fonti importanti come
i numerosi testi sbrigativamente liquidati come apocrifi,
qualche accettabile tentativo di filologia  possibile.

AUGIAS: Vorrei ricordare che la definizione di apocrifo,
stando all'originale greco della parola, indicava solo un testo
tenuto nascosto o lontano. In sguito per il significato
si  corrotto - o se si preferisce si  esteso - sicch dal
concetto di lontananza si  passati a quello di falsit. Oggi
molti pensano che i vangeli apocrifi siano per l'appunto
dei vangeli falsi.

FILORAMO: Non  del tutto esatto. Gi gli antichi autori
cristiani, nel tentativo di stabilire un criterio di verit
(teologica, naturalmente), dividevano i molti scritti non
compresi nel canone (il quale  chiuso in modo definitivo
solo nel 367 d.C.) in testi accettabili, anche se non ispirati
(i Vangeli dell'infanzia, ad esempio), e testi falsi, dunque
inaccettabili perch contenevano dottrine condannate
come eretiche:  il caso, ad esempio, dei vangeli attribuiti
agli gnostici. Il termine apocrifo (segreto) pu essere
usato anche in senso positivo: esiste per esempio un fondamentale
scritto gnostico intitolato Apocrifo di Giovanni.
A un certo punto, con la Riforma protestante, apocrifo
 stato usato per indicare testi dell'Antico e del Nuovo
Testamento che non erano entrati nel canone (dunque
non utilizzabili a livello dottrinale o liturgico) ma comunque
fruibili dalla comunit dei credenti. In una prospettiva
storica, molti di questi testi, alcuni dei quali antichissimi,
si rivelano fondamentali per studiare la formazione
del cristianesimo.  il caso di un apocrifo di grande interesse
noto come il Vangelo di Tommaso - ne parleremo
tra un attimo.

AUGIAS: Lei ha ovviamente ragione. Io per mi riferivo
all'interpretazione comune, largamente diffusa a livello
popolare, dell'aggettivo apocrifo che molti ritengono
l'equivalente di falso.

FILORAMO: Restiamo ai testi canonici, pi esattamente ai
tre sinottici.  nozione comunemente accettata che i testi
di Matteo e Luca - come ho gi detto - abbiano ripreso
tutta una serie di passi da Marco, che  una loro fonte.
Se accettiamo questa verosimile ipotesi vediamo che dalla
morte di Ges - convenzionalmente datata all'anno 33 - sono
comunque passati poco meno di cinquant'anni, una generazione
e mezzo. Come funzionava la memoria orale in
quei contesti? Probabilmente, come ho appena ricordato,
meglio che quella di alcuni nostri studenti; battute a parte,
certamente meglio di oggi, dove la memoria vivente 
sempre pi sostituita dalle memorie artificiali.

AUGIAS: Viene subito la domanda se sia possibile sapere
se quel testo, una volta fissato per iscritto, sia davvero lo
stesso da cui s'era partiti molti anni prima.

FILORAMO: Aiutano a rispondere due criteri. Il primo ,
come ho detto, l'ininterrotto esercizio della memoria; il
secondo, l'obbligo di trasmetterlo fedelmente, pena la violazione
del sacro, l'interdetto. Poi certo l'uomo  fallibile,
ma gli studi antropologici sulla memoria, sul rapporto
oralit-scrittura, portano a ritenere verosimile la possibilit
di una trasmissione sufficientemente fedele. Quando
si riesce a trovare un qualche riscontro, si vede che la
tradizione orale  addirittura pi fedele di quella scritta:
i copisti, ripeto, spesso copiavano male per pigrizia, stanchezza
o perch non interpretavano bene il testo; non sarei
quindi cos pessimista sulla possibilit di questa
conservazione.
A questo punto sorge per un'altra appassionante domanda.
Che cosa si conservava con questo tipo di trasmissione?
Qui arriva un'altra possibile fonte oltre a Marco, la
cosiddetta fonte Q, ovvero Quelle che in tedesco vuol
dire appunto fonte, sorgente. Rientra in ballo il Vangelo
detto di Tommaso, cui accennavo, un testo composto
da brevi frasi o sentenze, detti, loghia.

AUGIAS: Non molti conoscono questo testo cos misterioso
e affascinante, leggerne qualche versetto aiuta a capire
di che cosa stiamo parlando. Ecco per esempio i primi tre
loghia: 1. Egli disse: "Chiunque trova la spiegazione di
queste parole non guster la morte". 2. Ges disse: "Colui
che cerca non cessi dal cercare, finch non trova e quando
trover sar commosso, e quando sar stato commosso
contempler e regner sul Tutto". 3. Ges disse: "Se coloro
che vi guidano vi dicono: Ecco! Il Regno  nel cielo,
allora gli uccelli del cielo vi saranno prima di voi. Se
essi vi dicono: Il Regno  nel mare, allora i pesci vi saranno
prima di voi. Ma il Regno  dentro di voi ed  fuori
di voi. Quando conoscerete voi stessi, sarete conosciuti
e saprete che siete figli del Padre Vivente. Ma se non conoscerete
voi stessi, allora sarete nella privazione e sarete
voi stessi privazione".
Eccetera, fino al loghion che recita: I suoi discepoli gli
dissero: "Quando verr il Regno?" "Verr quando non lo
si aspetta. E non si dir Eccolo,  qui!, oppure Eccolo,
 l! Ma, il Regno del Padre  sparso sopra la terra e gli
uomini non lo vedono".

FILORAMO: Si capisce subito l'importanza di un testo del
genere quale che sia l'interpretazione che si vuol dare ai
singoli loghia, a volte non facile da cogliere.
La linea che attualmente prevale tende ad attribuire al testo
di Tommaso un'antichit quasi maggiore di quello di
Marco. Si leggono in Tommaso, confrontandolo con la fonte
Q, dei detti che secondo alcuni studiosi potrebbero
addirittura risalire direttamente a Ges, o comunque fissati
prima del Vangelo di Marco.

AUGIAS: Abbiamo promesso ai nostri lettori un racconto
dei numerosi personaggi dei Vangeli umanamente cos ricchi,
anzi sorprendenti se li si esamina nella loro umanit,
invece la sto intrattenendo su meno appassionanti questioni
di filologia. Sa perch insisto su questo aspetto? Mi 
successo pi volte, andando a parlare nelle scuole o in altre
occasioni pubbliche, di constatare quanto poco i fedeli
sappiano sui libri fondativi della loro religione, sul loro
vero significato. I pi si accontentano di qualche tavoletta
edificante perdendo il punto centrale della rivoluzionaria
predicazione di Ges: beninteso in senso spirituale,
non politico. Prenda il loghion ricordato di Tommaso: i
suoi discepoli gli chiedono quando verr il Regno e Ges
risponde che verr quando non lo si aspetta, che il Regno
del Padre  sulla terra e nessuno lo vede. Nessuno lo vede
perch il Regno  potenzialmente all'interno di chiunque
lo cerchi. Ma quanti sono oggi quelli disposti a tentare
una ricerca del genere?
Riprendo il nostro discorso: in questa conversazione racconteremo
con ogni dovuto riguardo i vari protagonisti,
per esaminandoli quasi fossero personaggi della letteratura,
ovvero nel loro valore e peso narrativi, spogliati da ogni
riferimento teologico, arricchiti in compenso da ulteriori
elementi umani. Un'altra domanda preliminare potrebbe
allora essere questa: normalmente si dice che i Vangeli sono
testi n storici n biografici, semmai apologetici, cio
che descrivono le persone di cui parlano, a cominciare dal
Protagonista, in maniera elogiativa e alla luce di un complessivo
disegno teologico. Se lei  d'accordo su questa premessa
chiedo: che dobbiamo pensare dei vari personaggi?
Ci possiamo fidare di loro, possiamo davvero credere alle
azioni che compiono e alle parole che dicono?

FILORAMO: Prima di rispondere a questa domanda, mi dichiaro
d'accordo con lei sull'insufficiente stato di acculturazione
religiosa. C' chi, con buone ragioni, ha parlato
di dilagante analfabetismo religioso, nella fattispecie cristiano:
ma l'ignoranza della Bibbia e in genere della storia
cristiana non  solo del Belpaese: nella Francia un tempo
cattolicissima le cose non vanno diversamente. Non  nemmeno
un problema di credere o non credere, ma di nozioni
di cultura generale, e viene da pensare che perfino la famosa
e controversa ora di religione serva a ben poco,
visti i risultati.
Vengo alla domanda sulla credibilit dei personaggi. Che
cosa ne sappiamo? Che cosa recuperiamo? C' per esempio
un bellissimo personaggio che a me  sempre molto
piaciuto, Giuda, ce ne occuperemo a lungo. Ma  davvero
esistito? Di lui non sappiamo nulla. In certi casi come
vedremo ci possono anche essere fonti non cristiane che
ci aiutano; cos succede per Giovanni il Battista di cui
parla lo scrittore-storico Giuseppe Flavio. Chi era questo
Battista? Perch aveva riesumato l'antico rito del
battesimo? Ci sono poi nei Vangeli altri personaggi sulla
cui storicit si pu dubitare. Come accostarli?

AUGIAS: Tuttavia, questi personaggi vengono proposti ai
fedeli come esempi di vita, gli si dice - a parte Giuda - di
imitarli. I fedeli vengono cio invitati a imitare non delle
persone realmente esistite ma dei modelli astratti, questo
 il dubbio che viene a chi, non essendo credente, legge
i Vangeli come se fossero testi di una certa affidabilit.

FILORAMO: Proviamo a distinguere. Torno a citare Giuda,
ad esempio, perch mi sembra un personaggio privo di
consistenza storica anche se si pu incasellare in vari modi,
prenderlo come un simbolo, costruirci sopra una leggenda.
All'estremo opposto si pu trovare per una figura
come quella di Giacomo, fratello del Signore, personaggio
storico sicuramente esistito, capo della Chiesa di Gerusalemme
dopo la morte di Ges. Ci torneremo perch  una
questione rimasta aperta, materia di archeologi. Intanto le
racconto un fatto che risale a qualche tempo dopo l'attentato
alle Torri Gemelle di New York. Il 21 ottobre 2002
in una conferenza stampa organizzata a Washington dalla
Biblical Archaeology Review venne annunciata un'eccezionale
scoperta. La stampa internazionale riport la notizia:
un gruppo di archeologi israeliani e un americano avevano
trovato vicino a Gerusalemme un'iscrizione e delle
ossa che, a loro giudizio, appartenevano a Giacomo. Esibirono
l'epigrafe in un grande convegno dell'Associazione
dei biblisti americani. Il reperto venne lungamente discusso
fino a quando un archeologo dichiar di non poter
accettare l'attribuzione considerato che, secondo il dogma,
Ges era figlio unigenito, ovvero unico. Pi cattolico
degli stessi cattolici, come vede. Tutti gli altri si dissero
invece convinti che potevano davvero essere le ossa
di Giacomo. La questione rimane aperta, anche se studi
successivi hanno messo in discussione o rifiutato questa
identificazione. Cito l'episodio per dire che, storicamente,
Giacomo va trattato in modo diverso da altri personaggi,
privi di reale consistenza storica come, ripeto, Giuda.

AUGIAS: Capisco l'argomento, ne aggiungo un altro in un
certo modo analogo, ovvero il ritrovamento nei sotterranei
del Vaticano a Roma di alcune ossa attribuite all'apostolo
Pietro, una serie di otto frammenti della lunghezza tra i
due e i tre centimetri; l'autenticit dell'attribuzione  stata
pi volte messa in discussione. Non  il caso di riferire
qui i diversi e contrastanti pareri su quei poveri resti. Cito
l'argomento solo per ribadire che se le nostre ricostruzioni
dei vari personaggi saranno completate con ipotesi
o deduzioni pi o meno probabili, comunque coerenti, il
procedimento non sar poi cos diverso dall'opinabile filologia
che ha accompagnato la nascita d'una religione.

FILORAMO:  certo che intorno a questi e ad altri ritrovamenti
 cresciuta una serie di tradizioni e di leggende per
cui, anche se all'inizio c'era un qualche elemento di storicit,
col tempo  andato perduto.

AUGIAS: Poc'anzi lei ha citato il fatto che accanto ai quattro
testi riconosciuti come canonici esistono tanti altri vangeli.
Quei quattro, lei ha anche detto, vennero scelti da Ireneo,
e gli altri? E poi, altra curiosit, come mai tanti vangeli?

FILORAMO: L'annuncio cristiano ha un caratteristico elemento
distintivo rispetto ad altre tradizioni religiose: fin
dalle origini  plurale e polifonico. I Vangeli ci trasmettono
aspetti di Ges molto diversi l'uno dall'altro. Cos'ha
a che fare il Ges di Marco, un predicatore della Galilea,
con l'Inviato celeste di Giovanni? Eppure, i due descrivono
la stessa persona. Se gi i Vangeli canonici, che rappresentano
comunit e tradizioni accettate dalla Grande
Chiesa, tramandano volti cos diversi, perch stupirsi? Io
da storico non mi stupisco che siano esistiti tanti vangeli.
Ireneo ne aveva letti molti, a cominciare da quelli gnostici,
che rifiuta, e che tuttavia danno una loro solida interpretazione
del personaggio Ges; per lo storico anche questa
interpretazione , come ogni altra, legittima.

AUGIAS: Negli ultimi tempi su molti di questi testi s' riversata
l'attenzione degli studiosi, mentre venivano fortunosamente
ritrovati altri testi. Penso per esempio ai papiri
scoperti a Nag Hammdi nel 1945, nascosti in una
giara, venuti alla luce con modalit degne di un film con
Indiana Jones.

FILORAMO: Guardi la cosa dal punto di vista dello storico:
avevamo brevissimi frammenti di diversi vangeli che
rimandano a diverse tradizioni. Quando sono stati ritrovati
a Nag Hammdi questi vangeli gnostici interi o quasi,
 cambiato tutto. Ireneo ci aveva parlato di un Vangelo
gnostico della Verit, ma non ne sapevamo nulla. Poi a
Nag Hammdi s' scoperto che non l'aveva inventato Ireneo,
esisteva davvero.
...
4. LA STRANA FAMIGLIA DI GES.

Il padre di Ges secondo la carne  un artigiano carpentiere o piccolo
imprenditore edile; sua madre una giovinetta andata prestissimo
sposa. La durata media della vita era piuttosto breve, le ragazze venivano
maritate poco dopo laprima mestruazione in modo da sfruttare
al massimo il loro periodo fertile. Del resto, questo costume imposto
dalla fisiologia si  protratto fino a tempi non molto lontani. Se prendiamo
i Vangeli alla lettera, Ges ha avuto quattro fratelli (Giacomo,
Giuseppe, Simone, Giuda) e almeno due sorelle, di loro non si fa il nome
ma le si indica al plurale, quindi dovettero essere almeno due; se
invece stiamo al dogma, Ges e rimasto figlio unico per di pi concepito
in modo anomalo grazie all'intervento di un imprecisato spirito
cos come la dottrina lo ha fissato.
A parte le strabilianti modalit in cui il bambino venne concepito,
che famiglia era quella di Ges? Come trascorse i primi anni?
Quanto era vasta la cerchia della parentela, e composta da chi?
Nessuno riesce a vivere al di fuori del suo tempo, del clima storico
e culturale nel quale impara a guardare gli altri e il mondo; nemmeno
Ges pot farlo, come del resto lascia capire egli stesso. Sulla
sua infanzia per i testi canonici o tacciono (Marco, Giovanni)
o danno poche e scarne notizie (Matteo, Luca). I quattro Vangeli
non sono biografie, il bambino e l'adolescente interessano poco ai
loro autori, quali che siano. Questi testi sono fondativi d'una dottrina,
parlano dell'uomo, del profeta, del Figlio del Padre. Fortunatamente
abbiamo anche altri testi, meno noti, i famosi apocrifi
gi ricordati. Alcuni di loro parlano proprio di questa prima et e
in modo esteso. Un testo noto come Protovangelo di Giacomo, per
esempio, reca addirittura il racconto molto crudo ma anche pieno
d'umanit della nascita stessa di Ges. Uno dei brani pi intensi
narra che lo sposo Giuseppe, mentre Maria sta per partorire
in una spelonca, cerca una levatrice. "Ed ecco una donna che
scendeva dalla montagna e mi domand: Uomo, dove vai? Ed io
le dissi: Cerco una levatrice ebrea. Ed ella rispondendo mi disse:
Sei d'Israele? E io le dissi: S. Essa allora domand: E chi 
quella che sta partorendo nella grotta? Dissi io: La mia promessa
sposa. E lei mi chiese: Non  tua moglie? E io le risposi:  Maria,
che  stata allevata nel Tempio del Signore e io l'ho avuta in sorte
come moglie, ma non  mia moglie, ha concepito per opera dello
Spirito Santo". [...] E la levatrice and con lui. Si fermarono nel
luogo dov'era la grotta, ed ecco una nuvola luminosa adombrava
la grotta. E la levatrice esclam: "Oggi  stata magnificata la mia
anima, perch i miei occhi hanno visto un prodigio meraviglioso:
che  nata la salvezza per Israele". E subito la nube si dissip dalla
grotta e apparve una grande luce nella grotta, tanto che i nostri
occhi non la potevano sopportare. Ma a poco a poco quella luce si
attenu, finch non apparve il bambino e and a prendere la poppa
da sua madre Maria. Allora la levatrice diede un grido e disse:
"Questo di oggi  un grande giorno per me, perch ho visto questo
fatto straordinario!" La levatrice usc dalla grotta e si imbatt in
lei Salom. Ed ella le disse: "Salom, Salom, ho da raccontarti un
fatto straordinario: una vergine ha partorito, ci che  contrario
alla sua natura!" Ma Salom rispose: "Come  vero che vive il Signore
mio Dio, se non introdurr il mio dito ed esaminer la sua
natura, non creder mai che una vergine abbia partorito". Allora
la levatrice entr e disse a Maria: "Mettiti gi per bene, poich c'
intorno a te una non piccola discussione". E Salom introdusse un
dito nella natura di lei e mand un urlo e disse: "Maledizione alla
mia empiet e alla mia incredulit! poich ho messo a prova il
Dio vivente, ed ecco la mia mano si stacca da me, arsa dal fuoco".
E pieg le ginocchia davanti al Signore, dicendo: "0 Dio dei miei
padri, ricrdati di me, che sono della stirpe di Abramo e di Isacco
e di Giacobbe: non fare di me un esempio per i figli d'Israele, ma
rendimi ai miei poveri: tu sai infatti, o Signore, che nel tuo nome
io compivo le mie opere di assistenza e la mia mercede la ricevevo
da te". Ed ecco che un angelo del Signore le fu presso, dicendole:
"Salom, Salom, il Signore ti ha dato ascolto: accosta la tua mano
al bambino e sollevalo, e sar per te salute e felicit". E Salom
si avvicin, e lo sollev dicendo: "Io mi prosterner davanti a lui,
perch egli  nato per essere grande re di Israele". Ed ecco subito
Salom fu guarita, e usc dalla grotta perdonata. Ma ecco una voce
che diceva: "Salom, Salom, non raccontare i fatti straordinari
che hai visto, finch il fanciullo non sia entrato in Gerusalemme".
Esistono anche altre raccolte aneddotiche nelle quali Ges figura
protagonista di azioni ora riprovevoli ora di tale generosit da prefigurare
il futuro redentore. Episodi comunque esemplari. Ges ha
circa cinque anni,  sabato e sta giocando presso il greto d'un torrente.
Prende un po' di creta e ne forma dodici uccellini. Passa un
pio ebreo che vedendo ci che il bambino ha fatto va a protestare
da suo padre Giuseppe sostenendo che dando forma a dodici uccelli
il ragazzo ha violato il riposo del sabato. Giuseppe corre sul posto,
vede che il pio ebreo ha detto la verit e sgrida il bambino. Allora,
ecco il clou del racconto, Ges imperturbabile batte le mani ordinando
Andate via! e gli uccellini di creta si animano e prendono
il volo cinguettando. Storia delicatissima, di gusto favolistico che
per quasi anticipa le famose parole riportate da Marco: Il sabato
 stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!
Un altro episodio ha invece toni di particolare crudelt: Ges
cammina in un villaggio quando un altro bambino che avanza correndo,
inavvertitamente lo urta. Ges incollerito gli grida dietro che
non finir di correre. Lo sventurato cade a terra stecchito. Alcuni
passanti che hanno assistito alla scena vanno a reclamare da Giuseppe:
Guarda che cosa combina tuo figlio, gli dicono. Giustamente
impensierito, Giuseppe chiama il figlio, lo prende in disparte e lo
ammonisce dicendogli: Perch fai di queste cose, per cui costoro
soffrono e ci odiano e perseguitano? La risposta di Ges  stupefacente:
Io so che queste parole non sono tue, tuttavia star zitto,
per riguardo a te; ma quelli riceveranno il loro castigo. All'istante
i suoi accusatori diventano ciechi.

AUGIAS: Professor Filoramo, affrontiamo dunque la famiglia
di Ges cominciando da questi strani racconti prima
di esaminare testi pi conosciuti e momenti pi significativi.
Che valore d e che cosa pensa lo storico di testi come
questi?

FILORAMO: Prima di risponderle come professore, mi permetta
di risponderle come nonno. Leggerei subito questi
racconti a un bambino piccolo, cos come una volta si usava
leggere ai piccoli i racconti dei fratelli Grimm. Ricordo
che a mia figlia piacevano soprattutto i racconti pi crudeli,
non certo perch fosse una bambina cattiva, ma per
un semplice motivo di identificazione con i personaggi pi
cattivi o con le parti cattive dei personaggi buoni (come
il Ges del suo racconto): poteva in questo modo vedere
rappresentata la dimensione negativa presente in lei, che
trovava incarnata nelle vicende delle fiabe, in qualche modo
imparando a conoscerla e a controllarla attraverso l'azione
di questi personaggi. Che cosa voglio dire con ci?
Che qualcosa di simile accade anche con gli esempi da lei
citati. I racconti del Vangelo dello Pseudo-Matteo, da cui
provengono le due storie, presenti nella seconda parte dedicata
all'infanzia di Ges, sono tipiche creazioni leggendarie,
redatte in un periodo non esattamente precisabile,
tra il IV e l'VIII secolo, da un redattore per noi sconosciuto.
Lo scopo  evidente: colmare le lacune dei Vangeli canonici
che nulla ci dicono del periodo formativo di Ges, nel
contempo facendo vedere che fin da piccolo compiva azioni
prodigiose. Poich si tratta comunque di un bambino, il
Ges di questo testo agisce anche da bambino, dimostrandosi
a suo modo cattivo: potrebbe essere diversamente?
Mi permetta di aggiungere un delizioso esempio, sempre
tratto da questo bellissimo testo. Al principio del quarto
anno di et egli si trova in Galilea, presso il letto del
Giordano. Gioca come fanno (o facevano?) tutti i bambini
di quell'et al mare: invece di fare castelli di sabbia, con
altri bambini compagni di gioco fa sette laghetti di fango
e li munisce ciascuno di fossatelli per mezzo dei quali,
al suo comando, porta l'acqua dal torrente al lago e viceversa.
Un piccolo miracolo che desta naturalmente l'invidia
di uno dei compagni di gioco, che chiude gli sbocchi.
Siamo in un contesto sacro: il bambino rompiscatole, che
rovina il gioco di Ges, si rivela essere un figlio di Satana.
Per questo Ges lo maledice e lo fa morire sull'istante,
pronto poi a farlo risorgere di fronte alle minacce dei
genitori e alle preghiere di Giuseppe e Maria. Questi racconti
non hanno evidentemente alcun valore storico, almeno
nel senso tradizionale di riportarci qualcosa di vero
sull'infanzia di Ges. Ma, a loro modo, sono testimonianze
storiche fondamentali. Ci dicono che la piet popolare
(uso a malincuore questo aggettivo, oggi cos abusato),
senza la quale una tradizione religiosa - non sto dicendo la
Chiesa - non  in grado di durare nel tempo, la fede delle
persone meno colte o meno interessate a dogmi e dottrine,
ha bisogno di alimentarsi al concreto, non le basta riflettere
sul mistero della Trinit, deve poter confrontarsi
con un Ges in carne ed ossa, non le basta il Cristo risorto
e glorioso. Di qui la straordinaria fortuna dei racconti
del Vangelo dello Pseudo-Matteo in epoca medievale. Tra
l'altro, questi racconti hanno ispirato anche l'arte figurativa,
contribuendo in questo modo, seppur indirettamente,
alla loro diffusione.

AUGIAS: Parliamo di Maria. Non Maria in quanto tale, a
lei dedicheremo, pi tardi, un intero capitolo. Maria inserita
in un mbito familiare allargato, parente - lei giovinetta -
di una donna anziana che sappiamo chiamarsi, in
italiano, Elisabetta, moglie di un sacerdote altrettanto anziano
di nome Zaccaria. Erano legati da un vincolo di parentela,
anche se ne ignoriamo il grado, e certo anche amiche.
Elisabetta  la donna con cui Maria, scopertasi incinta,
va a confidarsi. Cerchiamo di ricostruire questo grumo
di nuclei familiari: Maria giovane ed anomala sposa di Giuseppe,
Elisabetta anziana moglie di Zaccaria e madre tardiva
- qui  il punto focale - di Giovanni detto il Battista.

FILORAMO: Di tutti costoro parla Luca, dedicando loro
ampio spazio all'inizio del suo testo e all'interno della sua
ricostruzione di due annunci messi in parallelo; quello angelico
fatto a Zaccaria dove gli si comunica che sua moglie
Elisabetta, nonostante l'et, partorir un figlio. L'altro annuncio,
anch'esso angelico, fatto direttamente a Maria per
comunicarle che diventer madre. Singolare ricostruzione
dicevo, tanto pi se teniamo conto del fatto che Luca non
 ebreo, mentre qui siamo nel cuore del mondo familiare
e religioso ebraico. Come possiamo commentare ed un po'
immaginare? La prima osservazione  che stiamo descrivendo
un esempio di marito e moglie fedeli, un po' sul
modello di Abramo e Sara. Con la differenza per, rispetto
ad Abramo, che Zaccaria  un sacerdote. Il che comporta
una seconda conseguenza. Lo status di sacerdote in
quell'epoca a Gerusalemme era un segno di distinzione. I
sacerdoti facevano parte dell'elite, come in tutte le religioni
antiche, erano i responsabili del culto templare. Aggiungerei
una considerazione sul nome. L'etimologia di Zaccaria
Yahw ricorda ha contribuito alla sua diffusione
in certi periodi della storia di Israele (nella Bibbia compare
anche un profeta minore con questo nome).  un segnale
che Dio s' ricordato del suo popolo. In quanto padre
di Giovanni, il cui compito, nel piano divino sottinteso
al racconto di Luca,  di inaugurare l'ra messianica,
se Dio s' ricordato del suo popolo vuol dire che il Messia
sta per arrivare.

AUGIAS: Infatti Luca sottolinea lo stato sacerdotale di Zaccaria,
gli fa ricevere l'annuncio dell'angelo mentre  intento
alle funzioni del suo ruolo. Leggiamo: Avvenne che,
mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti
al Signore [...] apparve a lui un angelo del Signore,
ritto alla destra dell'altare dell'incenso. Il pover'uomo si
spaventa ma il messaggero divino lo rassicura: "Non temere,
Zaccaria, la tua preghiera  stata esaudita e tua moglie
Elisabetta ti dar un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni".
Ho saltato alcuni passaggi ma ci che resta d bene
l'idea di un racconto preciso fin nei dettagli, compresi gli
stati d'animo.

FILORAMO: Il sacerdote Zaccaria  diverso socialmente da
Giuseppe, che  solo un piccolo artigiano forse analfabeta
o quasi; essere sacerdote presupponeva un certo grado di
cultura, una qualche forma di alfabetizzazione, una preparazione
sulle Scritture; inoltre, a differenza dei sacerdoti
pagani, la cui carica poteva essere annuale, quelli ebrei
erano sacerdoti a vita: un posto sicuro! Ma che cosa poteva
significare essere sacerdote a tempo pieno nel Tempio
di Gerusalemme all'epoca? Ci che per noi  difficile
immaginare  che il culto ebraico era ininterrotto, andava
avanti ventiquattro ore su ventiquattro: esso doveva imitare
il culto che gli angeli celebravano davanti al trono del
Signore. Gli angeli, si sa, tra i vantaggi di cui godono,
essendo privi di corpo non si stancano. Gli uomini - in questo
caso i sacerdoti - per quanto devoti non erano in grado
di imitarli e dovevano ricorrere a un sistema di turnazione.
Aggiungo che l'angelo inviato da Dio  Gabriele: un
angelo importante, a sottolineare l'importanza di quanto
sta per accadere. Nel Tempio si celebravano anche sacrifici
cruenti con animali come nei culti pagani e politeisti:
i sacerdoti dovevano conoscere le regole del culto ma essere
anche dei bravi macellai, dovevano far funzionare la
macchina del sacrificio. Luca non a caso ci presenta Zaccaria
non mentre uccide un animale, ma mentre si appresta
a bruciare incenso davanti all'altare. Dal punto di vista
cristiano, il sacrificio cruento non funzionava pi - il
cristianesimo si stava differenziando dal culto giudaico anche
con la costruzione di un culto non sacrificale.

AUGIAS: O meglio: sacrificale s, ma solo in senso simbolico.
Lo stesso rito della messa, cosa che non sempre viene
ricordata come meriterebbe, rappresenta, simboleggia,
un sacrificio.

FILORAMO: Esattamente. L'ultimo sacrificio, l'ultimo sacerdote,
dice la Lettera agli Ebrei,  stato Ges. Dopo di
lui non ci sono pi sacrifici se non il memoriale, la cena
del Signore come ricordo, evocazione, del suo sacrificio.
Poi la Chiesa ha restaurato il culto del sacrificio in forma
diciamo metaforica con il rito della messa da lei ricordato
e ripristinato la funzione sacerdotale. Nei primi
secoli i sacerdoti come i vescovi potevano essere anche
sposati, all'inizio per i seguaci di Ges per meglio distinguersi
dalla loro matrice giudaica rifiutano ogni idea
di sacrificio.

AUGIAS: Lei ha pi volte citato templi, sacrifici, sacerdoti,
turnazioni. Vorrei richiamare e sottoporle una considerazione
storica. Questo tipo di ebraismo dura fino al 70 d.C,
ma con la distruzione del Tempio ad opera di Tito scompare:
gli subentra un giudaismo di tipo rabbinico in cui
non ci sono pi sacerdoti ma solo maestri, per l'appunto
i rabbini.

FILORAMO: Dopo la distruzione del Tempio il giudaismo si
 dovuto progressivamente riformare in modo profondo.
Il posto del Tempio  stato, in un certo senso, preso dalla
Torah: l'analogo del sacrificio diventa lo studio e l'esegesi
del testo sacro; i particolari sacerdoti di questo culto spirituale
diventano i rabbini, detentori delle chiavi di accesso
all'interpretazione di questo testo difficile.

AUGIAS: Riprendiamo la storia delle nostre famiglie. Maria,
scopertasi incinta, va dunque a chiedere consiglio, forse
conforto, a Elisabetta. Abbiamo detto che erano amiche,
che erano parenti, che altro sappiamo di loro?

FILORAMO: Poco. Nel Vangelo di Luca compare un solo
termine per identificare il loro rapporto: erano sunghenes,
avevano cio un legame di parentela. Il termine  stato
interpretato come cugine, ma poich i gradi di parentela
nella famiglia di Ges sono assai problematici per i
motivi che sappiamo, limitiamoci a dire che Luca le considera
legate in qualche modo da un rapporto di sangue. 
un elemento tipico che troviamo anche in racconti biblici
precedenti, serve a legare Giovanni il Battista e Ges con
un vincolo di parentela, al fine di rafforzare l'idea che chi
viene dopo, cio Ges, sar superiore a chi l'ha preceduto,
cio Giovanni. Cito da Matteo le parole di quest'ultimo:
Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui
che viene dopo di me  pi forte di me e io non sono
degno di portargli i sandali.
Il modello biblico in questo caso  Giacobbe che estromette
Esa, pur avendo Esa i diritti legati alla primogenitura.
Compare qualcosa del genere nel rapporto tra
Giovanni e il cugino Ges, perch Giovanni, pur senza
alcun inganno da parte di Ges, viene presentato come
colui che gli prepara la via. Se per esamino questo racconto
dal punto di vista storico, l'interpretazione a mio
avviso cambia per cui parole e gesti di Giovanni possono
essere visti in modo diverso. La mia opinione  che
Ges  stato profondamente influenzato da Giovanni e
dal suo movimento.

AUGIAS: Cos facendo rovescia la narrazione tradizionale.

FILORAMO: Sono uno storico, le mie valutazioni - nei limiti
del possibile - sono anch'esse storiche.

AUGIAS: Allora la incalzo con un'altra domanda:  possibile
che nel suo approccio alle cose divine Ges sia stato
influenzato anche dal padre di Giovanni, cio dallo
zio Zaccaria - lo chiamo zio esagerando volutamente -,
intendo dalla sola persona colta nella cerchia della
sua umile famiglia?

FILORAMO: Nei Vangeli canonici non troviamo nessuno
spunto al riguardo. Inoltre Zaccaria ci viene presentato
come anziano. Non abbiamo date, ma per l'epoca che cosa
poteva voler dire anziano?
Da come la coppia viene descritta ne possiamo dedurre
che Elisabetta era entrata in menopausa e Zaccaria aveva
perso la potentia coeundi. Ges era un bambino, Zaccaria
non  vissuto tanto a lungo. Abitavano molto lontani, per
l'epoca. Una serie di fattori che mi fa propendere per una
risposta negativa.

AUGIAS: Torniamo allora a Maria. Trovo un gesto molto
bello, femminile, tenero, il fatto che questa giovinetta,
quando si scopre incinta, vada a confidarsi con una donna
pi anziana anche se primipara come lei. Un episodio
verosimile anche da un punto di vista letterario, comunque
molto affettuoso.

FILORAMO: Esaminiamo allora la situazione da una diversa
prospettiva: Maria va a confidarsi perch sa che questa
zia o cugina anziana ha vissuto un'esperienza straordinaria.
S'instaura una comunicazione fisica e spirituale tra
donne che sono state toccate dalla grazia.  vero quello
che lei dice, c' una bellezza narrativa, letteraria, in questo
incontro, ma lo si pu anche interpretare come un incontro
tra due donne toccate dallo Spirito.

AUGIAS: Diciamo che esistono un'interpretazione umana
e una che invece la trascende.

FILORAMO: Infatti, considerato il testo che ce ne parla vanno
tenute entrambe presenti.
...
5. UNO STRAORDINARIO CUGINO.

Dalla stretta apertura, alta nel muro della cella, giungono appena
smorzate le voci e i suoni della festa, l'odore dei cibi. Il prigioniero
siede con la schiena appoggiata al muro, le mani tumefatte, quasi
deformate dai lacci. Ritmo di tamburelli, note stridule dei flauti, rsa
di donne, il passo cadenzato delle danzatrici. Il suo corpo esausto
chiede il ristoro del sonno ma lo tengono sveglio la paura e un'ansia
che gli torce le viscere. Sa che Erode il tetrarca forse lo risparmierebbe
perch lo ritiene uomo giusto e lo ascolta volentieri; la sua moglie
e concubina, Erodiade la cagna, vuole invece che muoia e con qualche
lascivia vincer la sua resistenza. False nozze quelle del tetrarca,
fragile schermo alla libidine, il Levitico proibisce di giacere con la
moglie di un fratello ancora in vita. E lui Giovanni, questo ha gridato
al tetrarca facendo eco alla voce delle Scritture: Non ti  lecito
tenere con te la moglie di tuo fratello. Da allora Erodiade gli porta
rancore e vuole che sia ucciso. Al procuratore romano compete lo
ius gladii, ma nell'isolata fortezza del Macheronte  facile ordinare
ai servi un assassinio, nessuno batter ciglio davanti a quel sangue.
I Romani sono il problema, per il tetrarca e per ogni giudeo. Erode
 incuriosito da Giovanni che ha ripreso a battezzare con acqua, ma
teme che l'accusa di fornicazione leda la sua immagine davanti al
procuratore di Roma. A chi deve obbedire Giovanni? Alla prudenza,
alle convenienze del mondo? O alla Legge dettata dal Signore? Una
domanda come questa non pu nemmeno essere posta.
Giovanni non teme le sofferenze fisiche. Conosce il patimento a
cominciare da quello che volontariamente s' dato per purificarsi
sotto il sole implacabile del deserto, arso dalla sete, semidigiuno, preda
di allucinate visioni demoniache e di accese speranze. Adesso s'
lasciato alle spalle ogni entusiasmo, lo accompagnano desolazione
e dubbi che s'aggiungono al tormento della sete, alla consapevolezza
della fine imminente. Mormora tra s i versetti di Giobbe: Dio
mi consegna come preda all'empio, e mi getta nelle mani dei malvagi...
i suoi arcieri mi circondano.  sgomento, ha bestemmiato
paragonandosi al giusto perseguitato, vorrebbe percuotersi il petto
ma i lacci glielo impediscono, pu solo abbandonarsi alle lacrime. La
cappa del sonno inavvertita gli piomba addosso, rivede la pista che
s'inerpicava nell'aspra regione di rocce, burroni, cedri, pini, poi nella
piana infocata desolate distese senza vita. Gli occhi flagellati dai
granelli di sabbia sollevati da refoli improvvisi, attento a ripararsi
dalla lama abbacinante del sole senza perdere l'esile traccia della
pista qua e l sommersa. Da quanto tempo sta camminando non saprebbe
dirlo, i piedi lo guidano, il dolore misura la distanza. Poche
delle sue sensazioni si potrebbero tradurre in parole; sono barbagli,
pulsazioni luminose, un dolore senza sosta che gli batte le tempie, il
disordinato rincorrersi dei pensieri. Sa che deve vivere nel deserto,
perch  il luogo delle tentazioni e dell'attesa ma anche quello in cui
Dio si manifesta, dal quale si emerge rigenerati. Tutto si confonde
e gira attorno e dentro la testa.  quel vento rovente? o l'onda dei
suoi stessi pensieri che l'investe nella solitudine della cella? Evoca
il lungo cammino dell'Esodo, il popolo di Dio finalmente libero dalla
schiavit del faraone mentre lui adesso si vede schiavo del capriccio
di una donna. Sta per gridare ma soffoca le parole ripetendo tra s
i versetti del Deuteronomio: Ricrdati di tutto il cammino che il
Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto,
per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi
nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Si sente urlare,
forse sta urlando a perdifiato nel silenzio che preme da ogni lato
su di lui. Lo ha assalito uno spavento sacro al ricordo di quel vuoto
senza fine, pieno di vento. Caccia un urlo terribile e rauco per quanto
fiato riesce a soffiare dai polmoni essiccati, lo tormenta la sete.
Lo spioncino della porta si apre cigolando; s'affaccia il volto d'una
sentinella, lo fissa, sta masticando del cibo arrivato dalla tavola
del signore. Vede che  vivo, disfatto dal patimento ma vivo; caccia
un rutto, richiude.
Ha praticato un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,
un lavacro che cancelli per sempre ogni impurit, voleva che i
suoi seguaci fossero preparati all'arrivo imminente del Regno di Dio,
alla battaglia finale contro le forze del male. Tutto invano: attende
in catene, imminente non  il Regno ma la morte. Sussulta, s'immerge
profondamente nella preghiera. Una lama di luce bagna il soffitto
della cella filtrando dallo spioncino posto alla sommit del muro.
Qualcuno ha attraversato il cortile con una torcia, quel debole riflesso
basta a scuoterlo dall'abisso nel quale stava precipitando. Ora  del
tutto sveglio, stacca la schiena dal muro, cerca di sollevarsi, avverte
nelle membra una scossa di fiducia, vede che non tutto  finito. Tra
i suoi seguaci ha battezzato anche Joshua ben Yosef, che gli  parente.
Ha notato abbracciandolo la fiamma che accendeva il suo sguardo,
ha udito le sue parole d'assenso all'annuncio tremendo, alla sfida
lanciata al potere degli alti sacerdoti, del tetrarca, del procuratore
romano, contro tutte le catene che opprimono il popolo d'Israele e le
anime dei Giudei. Lui potr continuare la sua missione, sapr come
fare, raccoglier la sfida. Sente rombare negli orecchi il battito del
cuore; gli sembra d'essere diventato tutt'uno col mondo, di colpo  il
pi felice degli uomini. Terge come pu le lacrime che scendono sul
volto emaciato e bagnano la barba. Non  pi dolore ma consolazione.
Ogni ansia  scomparsa, scivola dalla panca, si prostra con la fronte
a terra. Prega l'Altissimo con la poca forza che ha. Spera che nessuno
lo spii in quel momento di debolezza. Quando verr l'ora vorrebbe
apparire padrone di s, forte.
La porta della cella viene aperta con tale violenza che percuote
il muro opposto con un boato. Entrano due uomini facendo luce
con le torce, un terzo si schiaccia contro la parete di fondo nascondendo
le mani. Fissano le torce al muro, vengono verso di lui senza
guardarlo, lo sollevano quasi di peso. C' un altro ingresso, la veste
ricca dice che si tratta di un alto funzionario, reca con s un vassoio
d'argento. Fa un cenno e i due servi lo costringono a inginocchiarsi
sul pavimento. Giovanni sa chi  l'uomo mezzo nascosto nella parte
pi oscura della cella: il carnefice. Ora infatti avanza verso di lui
con un passo che sembra indolente ma di colpo protende fulmineo le
braccia, l'ultima cosa che vede  il balenio delle torce riflesse
nell'argento del grande vassoio.

AUGIAS: Se dobbiamo credere all'iconografia che lo riguarda,
Giovanni detto il Battista, cugino di Ges, aveva
un aspetto semiselvaggio, sfinito dai digiuni, di magrezza
impressionante, coperto di pelli e di cenci.  possibile
che l'immaginazione dei tanti artisti che hanno tentato
di raffigurarlo abbia ceduto al luogo comune che circonda
questi santoni, o che sia stato sopravvalutato il periodo
trascorso da lui nel deserto. Sta di fatto che l'uomo prende
a battezzare con un rito unico di pentimento, un atto
di conversione, un cambiamento di vita. Era davvero questo
il significato del lavacro cui sottoponeva i suoi fedeli
nel fiume Giordano?

FILORAMO: Secondo il racconto di Marco vi fu Giovanni,
che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di
conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui
tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme.
A differenza di Ges, Giovanni non  un predicatore
itinerante:  la gente che va da lui, attratta dalla sua
promessa di salvezza. La differenza  fondamentale. Giovanni
pratica un battesimo di conversione per il perdono dei
peccati: una particolarit del rito che sar ripreso da Ges.

AUGIAS: Era il solo a praticare l'antico rito del battesimo?

FILORAMO: All'epoca in cui Giovanni agisce, esistevano diverse
sette battiste, gruppi che praticavano forme di battesimo
rituale come mezzo di purificazione. La pi importante
 la comunit dei settari di Qumran, che all'inizio del
II secolo prima della nostra ra, sotto la guida di un leader
detto Maestro di Giustizia, si era allontanata da Gerusalemme
e dal suo Tempio ritenendo impuro il culto che vi
si svolgeva. Ritiratisi nel deserto, nei pressi del Mar Morto,
avevano fondato una comunit di tipo monastico,
caratterizzata, tra l'altro, da riti di abluzione quotidiani per
purificarsi dalle inevitabili impurit della vita quotidiana;
lo prova un complicato sistema di canalizzazioni costruito
per disporre di una sufficiente quantit di acqua.

AUGIAS: Una vita fatta di astinenze e digiuni che prefigura
la vita nel deserto degli eremiti cristiani del IV secolo come
Antonio. A quale scopo?

FILORAMO: Prepararsi all'imminente arrivo del Regno di
Dio e alla battaglia finale contro le forze del male. Peccato
che invece siano arrivati i Romani: dopo la distruzione
del Tempio nel 70 d.C. di questi qumraniti si perde
ogni traccia. Il Battista si muove su questo sfondo messianico;
ha dei discepoli, in qualche modo  il fondatore
di un movimento. A differenza dei qumraniti, per,
egli predica un battesimo unico di pentimento (il termine
greco, metanoa, cambiamento di mente, cui ho gi
fatto cenno,  forte: indica un vero e proprio mutamento
di vita). Qui siamo, a mio modo di vedere, di fronte
a un personaggio in carne ed ossa (anche se emaciato e
sfinito dalle diete rigidamente vegane: un modello, mi si
passi, non del tutto inattuale). Si tratta di un personaggio
portatore di un messaggio religioso forte, che , s,
di salvezza individuale, ma prima ancora collettiva: non
 un caso che, secondo Marco, accorra a sentirlo la gente
di Gerusalemme.

AUGIAS: Dunque quando Ges va a farsi battezzare da questo
profeta che in certo modo possiamo definire suo cugino,
nonch coetaneo, compie un atto d'adesione a un movimento
religioso. Per leggiamo in Giovanni che il Battista
indic Ges come l'agnello di Dio che toglie il peccato
del mondo. Marco aggiunge che durante il rito s'ud una
voce dal cielo dire: Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho
posto il mio compiacimento.

FILORAMO: Il mio punto di vista, ripeto,  quello di uno
storico. I Vangeli capovolgono lo stato di fatto presentando
il Battista come uno che apre la via; storicamente
invece le cose sono andate all'opposto. Lo sappiamo
da Giuseppe Flavio, dalla preoccupazione di re Erode.
Per esempio, Giovanni si ritira nel deserto, come poi far
anche Ges; questo  un tipico atteggiamento da Messia,
o quanto meno alcuni lo vedevano cos. C' di sicuro
un sottofondo politico-religioso tanto che Erode vede in
Giovanni un possibile nemico nel suo rapporto di fiducia
con i Romani. Vite parallele, Giovanni e Ges: due cugini
che finiscono male. Ma anche un esempio di come un
punto di vista storico possa aiutarci a ricostruire un personaggio
in carne e ossa degno della migliore fiction: l'una
cosa non esclude l'altra.

AUGIAS: Poi  finita com' finita, secondo la leggenda; la
vendetta di Erodiade consumata facendo s che Salom con
la famosa danza accendesse i sensi del tetrarca al punto da
renderlo pronto a esaudire qualunque richiesta; foss'anche
la testa del Battista.

FILORAMO: Il Battista  stato fatto fuori da Erode cio dal
sovrano, dal potere politico, perch il suo annuncio era potenzialmente
sovversivo. Anche in questo il Battista prefigurava
il destino del cugino. Quanto a Ges, a me sembra
plausibile che egli abbia fatto parte per un certo periodo
del movimento dei seguaci del Battista. Da lui avrebbe
derivato la pratica fondamentale di un unico battesimo come
elemento di iniziazione nel gruppo dei seguaci: un battesimo
non pi di semplice purificazione dalla violazione
delle regole di purit, ma un battesimo che deve servire a
lavare definitivamente la macchia, di per s indelebile, del
peccato. Un elemento di novit religiosa, che distingue il
cristianesimo dalle religioni coeve.

AUGIAS: La storia di Erode, di sua moglie Erodiade, della
figlia di lei Salom, della famosa danza dei sette veli e
della promessa che la perfida fanciulla strappa al patrigno
eccitandolo sessualmente , nelle Scritture, una delle
pi coinvolgenti, un racconto perfetto. Infatti, un episodio
pi volte narrato, messo in scena, dipinto. Per, nella
sostanza, sembra falso, si potrebbe dire che  troppo ben
sceneggiato per essere vero.
Tale la precoce malizia della giovinetta (Salom poteva avere
14 o 15 anni) che il tetrarca le promette di acconsentire
a qualunque cosa gli chieda, foss'anche la met del regno.
Lei, perfida, chiede la testa del Battista. Racconta Marco:
"Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa
di Giovanni il Battista". Il re, fattosi molto triste, a motivo
del giuramento e dei commensali non volle opporle un
rifiuto. E subito il re mand una guardia e ordin che gli
fosse portata la testa di Giovanni. La guardia and, lo decapit
in prigione e ne port la testa su un vassoio, la diede
alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. Una
scena di inaudita, primitiva ferocia.
Ora per lei ha accennato a una differente, pi credibile,
versione di quell'omicidio, gli ha dato cio una connotazione
politica, quanto meno di potere.
Il tetrarca Erode non fa decapitare il prigioniero che langue
nelle segrete del Macheronte per un capriccio della
moglie o della figliastra, ma perch vede in Giovanni un
pericolo politico.

FILORAMO: Mi sembra pi plausibile. L'entrata in scena di
Salom , per restare alla sua prospettiva, un colpo di genio
narrativo: un re vecchio e laido, che si lascia sedurre
dallo strip-tease di una giovinetta bella e seducente, per di
pi sua figliastra: un intrigo che sembra fatto apposta per
scatenare l'immaginazione (almeno maschile). Francamente
per appare pi probabile che Erode se la sia presa col
Battista per quel che prediceva, e cio che era imminente
l'avvento di un Messia (che alcuni identificavano, guarda
caso, nello stesso Giovanni) che tra le altre cose lo avrebbe
fatto fuori. Non si deve dimenticare che per i sovrani
o comunque per gli uomini di potere di quell'epoca era costante
il timore di una congiura di corte o di una sommossa
popolare. Erode Antipa, tetrarca di Galilea, era figlio - indegno,
detto tra parentesi - di quell'Erode il Grande, morto
nel 4 a.C, al quale viene attribuita per analoghe ragioni
di potere la strage degli innocenti. C' chi forzando le cose
ha poi paragonato il Battista ad un riformatore come Savonarola
perch criticava Erode per il suo comportamento
immorale. Erode s'era messo con la moglie del fratello
mentre questi era ancora in vita; se fosse stato morto, l'unione
sarebbe stata addirittura doverosa.

AUGIAS: Cos infatti prescrive la legge detta del levirato.
Dice il Deuteronomio: Quando i fratelli abiteranno insieme
ed uno di loro morir senza lasciare figli, la moglie
del defunto non si sposer con uno di fuori, con un estraneo.
Suo cognato si unir a lei e se la prender in moglie,
compiendo cos verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito
che ella metter al mondo, andr sotto il nome
del fratello morto, perch il nome di questi non si estingua
in Israele.

FILORAMO: Con il fratello ancora vivo invece, l'unione diventava
adulterio e concubinaggio. Insomma, questo Erode
veniva da una famiglia non certo specchiata.  possibile
che Giovanni, in nome della sua visione messianica e
dell'avvento del Regno di Dio, ritenuto imminente,
predicasse con forza contro questo falso re e il suo comportamento
immorale.

AUGIAS: Vedremo, nel prosieguo di questa conversazione,
in che modo Erode Antipa fosse diventato tetrarca di Galilea
- oggi lo chiameremmo una specie di vicer - e perch
a Gerusalemme, in quella pasqua di sangue, si trov implicato
nella tragica notte della passione di Ges.
...
6. GES SI SVELA.

Che cosa ha lasciato dietro di s il profeta Ges morendo, giovane
uomo, sull'infame patibolo della croce? Il cuore del suo messaggio
 semplice cos come era semplice lui, ebreo illuminato che percorreva
sentieri e villaggi, parlava agli umili avendo come patrimonio
da offrire la sua grande umanit e un'immensa visione. Le sue parabole
parlano delle greggi e del raccolto, degli uccelli che volano e
delle serpi che strisciano, dei porci e dei cani, usa il linguaggio e le
metafore dei semplici, perch vuole che chiunque possa capire il suo
messaggio. Non  un filosofo e non  un teologo, infatti filosofi, teologi
e storici lo ignorano; al pi poche righe distratte nel mare degli
avvenimenti come fa Giuseppe Flavio o come faranno Tacito e Svetonio
relegandone il nome in un breve inciso per di pi di tono spregiativo,
la sua notoriet, finch  stato in vita,  limitata ai poveri
ambienti che ha frequentato. Niente cio, quasi niente.
Ges non aveva grande dottrina,  possibile che sapesse a stento
scrivere. Aveva probabilmente avuto un'istruzione religiosa, conosceva
le scritture sacre del suo popolo, soprattutto ne aveva accolto
lo spirito per cui poteva vederne anche i limiti, la necessit di estenderne
i confini. Non sono venuto ad abolire ma a compiere, dice riferendosi
al superamento della Legge nel nome di un principio supremo:
fare agli altri ci che si desidera che gli altri facciano a noi
stessi. Non conosceva la filosofia ellenistica, non parlava greco che
era la lingua colta del tempo, aveva orecchiato qualche parola di
latino che era per quello corrotto parlato dalle truppe ausiliarie
di stanza in Palestina, non veri romani bens mercenari arruolati
nelle province d'Oriente.
Se il suo orizzonte culturale era limitato, l'ampiezza del suo sguardo
era immensa. Sapeva che il mondo non sarebbe mai diventato meno
malvagio se non fossero prima cambiati gli uomini, sapeva che la
politica continuando a dipendere dalla natura umana non pu che
ripetere gli stessi errori o le stesse infamie, aveva dunque chiaro che
su quella natura era necessario agire. L'enormit di questo impegno
assorbiva ogni sua energia rendendo trascurabili tutti gli altri
aspetti dell'esistenza: personali, affettivi, familiari, comprese le
relazioni con la sua stessa madre. Un uomo che s' dato una missione
di quella magnitudine non pu comportarsi n pu essere valutato
secondo i canoni della normalit. Conscio del potere di persuasione
della sua parola, Ges doveva vivere le sue giornate in uno stato
febbrile di perenne tensione che poteva manifestarsi anche in maniera
sgradevole o violenta: non sono venuto a portare la pace ma
la spada! Il Ges buono, angelico, il dolce Ges delle visioni infantili
comprende solo una parte di questa realt. Predicava amore ma sapeva
che quell'amore bisogna estorcerlo perch di rado si manifesta
spontaneamente negli uomini. Gli scribi discesi da Gerusalemme
dicevano: Costui  posseduto da Beelzebl e scaccia i demni per
mezzo del capo dei demni, avevano ogni interesse a dirlo perch
vedevano minacciato il loro potere. Ma i suoi stessi fratelli un giorno
a Cafarnao lo proclamano fuori di s.  naturale che sia cos: l'obiettivo,
il compimento di una qualunque azione eccezionale porta
con s squilibri, sindromi allucinatorie, una tensione psichica non
lontana dalla follia. Anche Francesco d'Assisi sar chiamato pazzo
e probabilmente lo era in base a un metro psicologico calibrato su
quella che chiamiamo normalit. Ma in certe circostanze la follia 
necessaria; se non si sente ardere nel petto la fiamma del cambiamento
 inutile pensare di migliorare il mondo.
Un giorno mentre Ges percorreva un sentiero di campagna diretto
a Gerusalemme, incontra un giovane, fermo sul bordo della
strada che gli dice: Ti seguir dovunque tu vada. Non era cos,
Ges lo guarda e capisce che quell'uomo non ha abbastanza fede n
la forza necessaria ad affrontare le prove che aspettano lui stesso e
coloro che lo seguono. Invece a un altro che anche lo guardava ma
con diverso spirito dice indicandolo: Tu! Seguimi. Quello annuisce,
vuole dirgli che certo lo seguir ovunque sia diretto, per aggiunge:
Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre. Ges
lo fissa e gli rivolge parole terribili: Lascia che i morti seppelliscano
i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio.
Questo era l'impegno per chi voleva condividere la sua missione:
trascurare perfino la piet filiale che impone di seppellire i genitori,
ignorare il precetto della Torah che chiede di onorare il padre e
la madre; per chi lo segue tutto viene dopo, la piet viene dopo, viene
dopo la Legge. Come scrive Isaia: Per questo rendo la mia faccia
dura come pietra, sapendo di non restare deluso.
Invece sar deluso, lo deluderanno proprio coloro che avrebbero
dovuto essergli pi vicini. Nella terribile notte del Getsemani, quando
nel buio arrivano le guardie del Tempio per arrestarlo, i discepoli
fuggono spaventati, uno di loro, Giuda di Qeriyyt, ha tradito, gli altri
non reggono alla prova: se il Rabbi, il maestro viene arrestato come
un criminale, che sar di noi? S'allontanano scendendo a perdifiato
le balze della collina. Perfino Simone, il solido pescatore di Cafarnao
che Ges chiamava affettuosamente Cefa, cio pietra, che tutti conoscono
come Pietro, perfino lui, quando gli verr chiesto se conoscesse
l'arrestato e se facesse parte del suo gruppo, avr un attimo di
sbandamento e giurer che no, che lui quell'uomo non l'ha mai visto.
Stiamo cercando di leggere i Vangeli come se fossero un romanzo?
Ecco un caso che la letteratura ha continuato a raccontare tale
la frequenza con la quale s' presentato; quante volte abbiamo letto
o visto la scena in cui un leader che ha messo in gioco la sua stessa
vita in un'impresa, volgendosi indietro si rende conto che nessuno
pi lo sta seguendo? Che davanti alla morte incombente tutti sono
fuggiti ed  rimasto solo?
Torna la domanda dell'inizio: che cosa ha lasciato Ges nella sua
morte solitaria? Non molto, ma l, poco che fosse, c'era il ricordo del
suo straordinario messaggio. L'uomo che predicava alle masse con
parole di fuoco perch s'accendesse anche l'animo di chi ascoltava,
era stato capace di gesti inauditi: salvare un'adultera dalla lapidazione,
confondere con giusta sottigliezza, meglio di come avrebbe
fatto il pi astuto dei farisei, chi tentava di farlo cadere nel tranello
delle tasse per il Cesare romano, capace di conversare in amicizia,
lui giudeo, con una donna della Samaria.
Forse bisogna cominciare a raccontare dall'inizio la storia della
sua immensa missione, i momenti in cui comincia a svelare la sua
natura.

AUGIAS: Cominciamo dunque dall'inizio. Ges passa la prima
infanzia in un ambiente familiare culturalmente povero,
essendo sua madre una giovane casalinga probabilmente
analfabeta e suo padre Giuseppe un piccolo artigiano. Da
un punto di vista semplicemente storico  curioso e anzi
poco credibile l'episodio di cui i Vangeli lo fanno protagonista
quando, poco pi che adolescente, s'impegna in sinagoga
a disquisire sulle Scritture con alcuni rabbini. Per
decifrare l'episodio dobbiamo rovesciare l'immagine,
abbandonare ogni umana verosimiglianza, deviare verso un
livello teologico. In quella luce particolare dove la pura razionalit
dei fatti non conta e pu addirittura diventare
un impaccio, i fatti come ci vengono raccontati sfumano
in una dimensione fantastica dove tutto  possibile e pu
accadere che un bambino cresciuto nelle condizioni di cui
si diceva arrivi a sostenere una disputa vincente con i pi
dotti rabbini del Tempio.

FILORAMO: Per essere pi precisi questo sarebbe avvenuto
quando Ges era sui dodici anni quindi vicino al Bar
Mitzvah, letteralmente figlio del precetto o del comandamento:
 il momento in cui il bambino ebreo raggiunge
la maturit divenendo responsabile di se stesso.

AUGIAS: Qualcosa di analogo  stato introdotto dai cristiani
nella loro religione con la cerimonia detta cresima o confermazione.
Alcune confessioni cristiane, massime quella
cattolica, lo considerano un sacramento, altre semplicemente
un rito. Dato che le parole sono molto importanti,
mi sembra interessante notare che la parola cresima deriva
dal greco xptcua (chrisma), crisma, cio unzione, stessa
radice dell'attributo dato a Ges, chiamato Xpiaxc {Christos),
Cristo, ovvero l'Unto del Signore.

FILORAMO: Fa bene a precisare l'etimologia delle parole;
pu aiutare, come illustra il suo esempio, a comprendere
meglio l'origine dei riti. Quanto all'unzione cui lei ha fatto
cenno vale forse la pena di ricordare che nella tradizione
biblica era il rito che consacrava i re e gli alti sacerdoti
d'Israele. Nel Primo libro di Samuele leggiamo per esempio
a proposito di Davide: Samuele prese il corno dell'olio
e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore
irruppe su Davide da quel giorno in poi. Il caso di Davide
- e, prima di lui, di Saul, unto primo re dallo stesso
Samuele -  emblematico: l'unzione  rimasta per secoli
il modo di consacrazione dei re e degli imperatori. L'idea
soggiacente  che il sacerdote a ci incaricato trasmetta,
con l'olio, lo spirito divino che legittima il sovrano. Siamo
di fronte al rapporto di alleanza fra trono e altare: nelle
monarchie tradizionali il monarca ha bisogno dell'unzione
come legittimazione sacra per mettere in evidenza
il fatto che il suo potere non deriva dalla volont popolare
ma direttamente da Dio.

AUGIAS: Ricordo di sfuggita che la formula con la quale,
a met Ottocento, venne segnata la fine delle monarchie
assolute fu che il sovrano era tale per grazia di Dio... e
volont della nazione.

FILORAMO: Il rito dell'unzione  stato ereditato anche dal
cristianesimo sia per i neobattezzati, sia per altri sacramenti,
come l'ordinazione di nuovi sacerdoti, sia per l'olio
che si d in extremis agli ammalati in pericolo di vita.

AUGIAS: Torniamo a Ges dodicenne al Tempio. Lo storico
come considera, che significato d a questo episodio in
apparenza cos poco verosimile?

FILORAMO: La prima cosa che si pu dire  che l'evento
presupporrebbe che Ges sapesse leggere, che avesse frequentato
una qualche scuola religiosa, una Yeshivah, non
lontana dalla sua abitazione dove avrebbe potuto imparare
la Torah a memoria; in un piccolo villaggio, come quello
in cui  cresciuto, scuole del genere per erano rare.
Direttamente in casa? Anche questo sembra poco probabile,
i Vangeli ci presentano ambienti molto semplici. L'unica
possibilit  che negli anni della prima maturazione il fanciullo
Ges sia entrato in contatto con un mondo altro di
cui per i Vangeli non ci dicono nulla. Questo  possibile
anche nel caso del Battista, la cui condizione per  differente
provenendo da una famiglia di sacerdoti. Non  inverosimile
pensare che suo padre Zaccaria lo abbia avviato
allo studio delle Scritture.
Esaminiamo allora la questione da una diversa prospettiva.
Giuseppe - padre adottivo di Ges - ci viene presentato
come un discendente della casa di Davide, dunque
di un lignaggio importante, anzi addirittura regale. Ammesso
che non si tratti di un semplice abbellimento della
sua figura, sarebbe possibile, come alcuni hanno ipotizzato,
che non fosse un semplice falegname? Potrebbe essere
stato un piccolo imprenditore, un costruttore di case.
La sua qualifica diciamo professionale  tekton, parola
che pu essere interpretata in diversi modi che portano
a non escludere che le condizioni socioeconomiche della
sua famiglia avessero consentito una seria formazione religiosa
per un ragazzino come Ges. Insomma, con un po'
di forzatura una qualche plausibilit storica si pu trovare;
per il resto Ges poteva benissimo essere un fanciullo
di doti non comuni il che completerebbe la verosimiglianza
del quadro.

AUGIAS: Professore, non voglio assolutamente fare l'avvocato
del diavolo, per devo notare che quando ci si rifa
a fonti cos incerte, tirando un po' di qua e un po' di l,
gli si pu far dire quasi qualunque cosa. Il che tra l'altro
avviene spesso con tutti i testi ritenuti sacri. Passiamo a
un altro episodio che riguarda sempre la famiglia di Ges
e il suo comportamento nonch i rapporti esistenti in casa.
Senza tradire lo spirito del testo, rielaboro un racconto
di Luca. Giuseppe e Maria, come molti altri pii ebrei,
si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua;
accade dunque che, quando Ges ha dodici anni,
vadano tutti e tre in pellegrinaggio in compagnia di altri
compaesani. Passati i giorni della festa, il gruppo prende
la via del ritorno; Ges non  con i genitori che per non
si preoccupano pensando che si sia unito ad altri gruppi
della comitiva, proseguono quindi il cammino senza darsi
troppa pena. Solo dopo un paio di giorni, poich l'assenza
si prolunga, si rendono conto che il ragazzo non 
l. A questo punto la loro vaga inquietudine si trasforma
in angoscia, abbandonano la comitiva e tornano in affanno
a Gerusalemme per cercarlo. Tre giorni dura la ricerca,
possiamo immaginare in quale stato d'animo di crescente
preoccupazione; finalmente lo trovano al Tempio in mezzo
ai rabbini mentre li ascolta e li interroga con domande
di tale competenza che quelli si guardano meravigliati
da una cos precoce sapienza. Maria, come avrebbe fatto
qualunque madre, lo scorge l in mezzo, si precipita ad
abbracciarlo e gli chiede con tono di rimprovero: Figlio
mio, perch ci hai fatto questo? Tuo padre ed io t'abbiamo
cercato per giorni pieni d'angoscia. La risposta del
ragazzo  secca: Perch mi avete cercato? Non sapevate
che io devo occuparmi delle cose del padre mio? Maria
e Giuseppe non capiscono, dice il testo, ma lasciano correre
tanto pi che il ragazzo abbandona la disputa e, fattosi
di nuovo obbediente, torna con loro a Nazareth. Il
racconto chiude con queste parole: Sua madre custodiva
tutte queste cose nel suo cuore.
Ecco un altro racconto bellissimo, quasi cinematografico,
che per presenta numerosi aspetti poco comprensibili o
addirittura enigmatici. Maria dice al figlio che suo padre e
lei lo hanno cercato a lungo, il ragazzo risponde - davanti
al suo povero padre adottivo - che deve occuparsi delle
cose del padre suo. C' uno scambio di padri che non 
solo un equivoco da commedia, rimanda all'essenza stessa
della natura di Ges. Seconda questione: perch Maria
non capisce? Tra tutti i presenti, lei  la sola che dovrebbe
capire, consapevole com' del concepimento straordinario
grazie al quale ha avuto quel figlio. Terza questione:
come fa l'evangelista a sapere che Maria custodiva questi
fatti nel suo cuore? Chi gliel'ha detto? Possibile che sia
stata la stessa Maria? Dunque, Luca l'ha conosciuta? ha
parlato con lei?

FILORAMO: Comincio col dire che qui siamo in una fase
successiva, il bambino  diventato dottore. Questo apre al
problema dei rapporti di Ges con la figura della madre.
La chiama donna, per esempio. A seconda dei Vangeli
cambia la presa di distanza dalla famiglia, ma in fondo
una risposta del genere  plausibile da parte di un profeta
che sente crescere in s questa forza. C' il dato teologico,
ma vedo anche il personaggio che rompe con i vincoli
familiari e getta le basi per un altro tipo di legame.
Vengo alla prima delle sue domande. Lei ha ragione quando
osserva che quello scambio di padri rimanda all'essenza
stessa di Ges. Teniamo presente che con quest'episodio
si chiude il cosiddetto Vangelo dell'infanzia di Luca. E
cio un episodio che fa da ponte con l'inizio della vita pubblica,
che Luca fa iniziare, nel capitolo 3, molti anni dopo,
con la predicazione del Battista. Dunque, un episodio
chiave in cui emerge per la prima volta da parte di Ges
la consapevolezza del suo rapporto col Padre, quello vero,
almeno per lui. Del resto, non a caso  la prima volta
che Ges parla.

AUGIAS: Le confesso, caro professore, che mi ha sempre stupito
e un po' disturbato che Ges mai, nemmeno una volta,
si riferisca o citi Giuseppe, suo padre secondo la carne
o, se si vuole, suo padre adottivo.  pur sempre l'uomo
che lo ha cresciuto e nutrito. Se il giovane profeta ha modi
sbrigativi verso sua madre, il povero Giuseppe  semplicemente,
totalmente, ignorato. Se fosse consentito leggere
i Vangeli in chiave psicoanalitica si potrebbe dire che i
frequenti richiami a un amorevole padre nostro potrebbero
essere letti come la denuncia di un'assenza, del suo
patimento.

FILORAMO: Parlare dei silenzi  sempre problematico: perch,
ad esempio, Marco lo ignora completamente? Probabilmente
perch, nella sua prospettiva teologica, l'unico
padre che conta  quello celeste. Per  vero che, anche
l dove, come nel Vangelo di Matteo, Giuseppe svolge un
ruolo significativo nei racconti dell'infanzia di Ges, con
l'inizio della missione scompare dalla scena. Se devo pensare
a un motivo, andrei a cercarlo nel fatto che Ges insegna
a rompere i rapporti con la famiglia di sangue (dunque,
a maggior ragione con un finto padre come Giuseppe):
che non lo nomini pi  in fondo coerente con la radicalit
del suo annuncio.

AUGIAS: Da un punto di vista umano, per, inverosimile o
crudele. Torniamo all'episodio del Tempio.

FILORAMO: Per comprendere meglio gli aspetti umani del
racconto occorre tenere presente che esso  costruito su di
un contrasto. I genitori di Ges sono pii ebrei che obbediscono
ai precetti della Legge e dunque compiono l'annuale
pellegrinaggio a Gerusalemme in occasione della Pasqua.
Ges sembra dimostrarsi un giovane figlio obbediente ed
altrettanto pio, ma in realt Luca contrappone i genitori
obbedienti alla Legge a Ges che invece fa la volont del
Padre, obbedisce cio a Lui. Il contrasto si spiega bene sullo
sfondo della particolare teologia del Vangelo lucano, basata
sull'idea che Dio svela agli uomini progressivamente
il suo piano salvifico affidato all'azione del Figlio. Ges
in questo episodio inizia a svelare la sua vera natura: una
saggezza straordinaria unita alla consapevolezza che egli
sta facendo la volont del Padre, quello vero. Non a caso
la scena si svolge nel luogo del Tempio dove i rabbini
insegnavano. Che Ges, un fanciullo di dodici anni, parli
con grande sapienza serve anche per confutare quegli
ebrei che accusavano i seguaci del Cristo di seguire un capo
ignorante, oltre che pericoloso; quanto all'et, come si
 detto ha un valore simbolico; del resto nella Bibbia altri
profeti come Samuele e Daniele si rivelano precocemente
guarda caso all'et di dodici anni; anche Mani, il profeta
giudeocristiano fondatore del manicheismo, riceve la sua
prima rivelazione dal gemello celeste a quest'et.

AUGIAS: Tutto giusto ma, se parliamo di Legge, qui Ges
vola o quanto meno incrina il comandamento che impone
di onorare il padre e la madre.

FILORAMO: Non direi che quel comandamento venga messo
in discussione. Ges qui dimostra al massimo una certa
irriverenza il che non deve stupire pi di tanto: in fondo,
quanti ragazzi reagiscono in modo supponente ai loro genitori,
pensando di sapere gi tutto? Certo - e vengo alla seconda
domanda - ci si sarebbe aspettati un atteggiamento
diverso da parte di Maria: del resto l'angelo Gabriele non
le aveva gi rivelato la vera natura del figlio? Io vedrei in
ci un dato profondamente umano: la Maria di Luca ha
bisogno di tempo per maturare intimamente un pensiero
cos grandioso ma anche cos terribile. Si comporta, in altri
termini, come una madre che, pur di non perdere il proprio
figlio,  disposta a far finta che sia un bambino normale,
che non la abbandoner per seguire un destino superiore
e tragico di morte. In fondo - e questo lo trovo un
altro tratto sapientemente umano di Luca - Ges rientra
subito nei ranghi:  un pio ebreo, e non pu disobbedire
ai genitori: non bisogna esagerare. Il suo kairos, il momento
della manifestazione, non  ancora veramente giunto.

AUGIAS: Rimane l'ultima questione. Come faceva Luca a
conoscere i pensieri segreti di Maria?  possibile, plausibile,
che sia stata lei stessa a confidarglieli?

FILORAMO: Sarei propenso a dire di no, anche perch all'epoca
in cui Luca avrebbe redatto il Vangelo, se fosse stata
viva, Maria sarebbe stata una vecchietta centenaria:
per carit, cosa sempre possibile, ma non plausibile. Piuttosto,
 plausibile, come alcuni hanno ipotizzato, che alla
base delle tradizioni su cui Luca costruisce il suo racconto
vi siano dei testimoni che abbiano parlato con Maria. Ma
siamo appunto nel campo delle ipotesi.

AUGIAS: L'episodio del Tempio, datato alla prima adolescenza,
si lega in certo modo con un altro episodio che invece
avviene nella prima maturit. Mi riferisco alle famose
nozze di Cana, dove compare di nuovo la rude espressione
donna con la quale Ges si rivolge a sua madre quando
costei gli fa presente che in quella casa non c' pi vino.
Dal punto di vista narrativo, inteso come coerenza del personaggio,
 improprio che un ragazzo si rivolga in termini
cos bruschi alla madre. L'autore del testo ha forse voluto
cercare un effetto? Quel vocativo quasi sprezzante diventa
comprensibile solo se ammettiamo - come lei ha ipotizzato -
che il giovane uomo sentisse gi bruciare dentro di
s una vocazione profetica, la chiamata divina. Chiunque,
a torto od a ragione, avverta dentro di s l'urgenza di una
missione superiore tende a violare legami, affetti, norme
della normale cortesia e convivenza, accade anche a certi
leader politici, ai grandi condottieri, ai dirigenti d'impresa
e, naturalmente, ai profeti.

FILORAMO: Proverei a rileggere la scena su due piani, che
sono distinti, ma anche complementari. Dobbiamo per tenere
presente che nel capitolo precedente, il primo del Vangelo,
Giovanni, coerentemente con la sua prospettiva, ha
collocato due fatti fondamentali nella vita terrena dell'Inviato:
l'incontro col Battista e la scelta dei primi discepoli
(non a caso, Ges va a Cana con questi). Cosa succede sul
piano del racconto? Maria va alle nozze molto probabilmente
di un suo parente; a queste nozze, che potevano durare
anche una settimana, arriva in sguito Ges con i suoi discepoli.
Che regalo di nozze avr portato? La domanda non
 peregrina se teniamo conto che si sposava un suo parente
e che il dono di nozze aveva un valore molto particolare
all'epoca. Un'abitudine diffusa era che gli uomini portassero
del vino, anche in quantit notevole (soprattutto se
il matrimonio durava sette giorni). Ges e i suoi discepoli
sono poveri, non sono in grado di arrivare con questo dono,
che  anche un obbligo. Riletta su questo sfondo, la richiesta
di Maria  semplice, e spoglia di ogni valenza teologica:
chiede al figlio di ovviare in qualche modo a questa
mancanza, per non fare brutta figura con gli ospiti e i
parenti. Anche l'appellativo donna - che lei ha richiamato -
acquista un senso diverso. Ges  un uomo, non
un ragazzo, che per di pi agisce gi come un profeta. L'espressione
donna  usuale nel mondo ebraico: Ges la
usa, morente, verso la madre; non  dunque rude o scortese,
n un rimprovero. Segna come una linea di confine nei
confronti del diverso modo in cui si pu leggere il racconto.
Perch, comunque, Ges  l'Inviato.

AUGIAS: Il problema  che Giovanni ignora l'episodio detto
dell'Annunciazione di cui parlano invece Matteo e Luca.
Dunque, se stiamo al solo racconto di questo Vangelo
possiamo supporre che Maria non sappia ancora bene quale
sia la natura del figlio che ha messo al mondo. Anche se,
per la verit, gli chiede di fare un miracolo. Ci aggiriamo
tra le contraddizioni, i nostri personaggi sono veramente
difficili da precisare. Noto, tra parentesi, che anche in questo
festoso raduno familiare  presente Maria ma non c'
traccia del povero Giuseppe il quale, ancora una volta, si
rivela un ingombro narrativo difficile da collocare.

FILORAMO: Il punto principale resta la consapevolezza pi o
meno completa di Maria. Se stiamo al racconto di Giovanni,
 impossibile rispondere. Non c' stata un'Annunciazione:
che cosa sa Maria della vera natura del figlio? Quel che
vediamo  che insiste, cos come avverr nel secondo miracolo
di Cana quando a insistere sar un alto funzionario
che prega Ges di guarirgli il figlio moribondo. Anche in
questo caso l'insistenza sar premiata. A questo punto si
rivela l'Inviato celeste che produce il primo segno o miracolo,
a testimoniare la sua vera natura. Ma il racconto non
perde nulla della sua concretezza umana. Ges, nella prospettiva
dell'evangelista,  un Inviato in carne ed ossa. In
fondo, il Ges di Giovanni si comporta come il Ges dodicenne
di Luca: consapevole della sua natura misteriosa,
ma anche obbediente nei confronti dei genitori (nel nostro
caso, della madre). Rimane il fatto che questi legami
parentali non sono per lui quelli veri: ci che egli rifiuta
non  la persona di Maria, ma il ruolo familiare (umano,
troppo umano) che ella, al pari degli altri parenti, rappresenta
e incarna.
Del resto, se esaminiamo il comportamento di Ges e le sue
reazioni nei confronti non solo di sua madre ma dell'intero
ambiente familiare, troviamo spesso risposte che in base
al criterio applicabile a una qualunque persona comune
giudicheremmo irriguardose.

AUGIAS: Ovviamente lei ha ragione. Lasciamo dunque i festeggiamenti
di Cana e vediamo come prosegue il disvelamento
di Ges a cominciare dai rapporti con l'intera sua
famiglia di origine.
...
7. SI COMINCIA A PARLARE DI MARIA.

AUGIAS: Inizierei riferendo un episodio che  un racconto
non solo molto bello ma anche pieno di significato. Riporto
ancora una volta il testo rielaborato per fedele al senso
dell'originale. Racconta dunque Marco che un giorno
Ges sta predicando in una casa con alcuni suoi seguaci.
Gli ambienti, che dobbiamo immaginare non grandi, sono
affollati per cui non c' modo di entrare per chi  arrivato
tardi. A un certo punto lo avvertono che fuori ci sono
sua madre ed i suoi fratelli -  uno degli episodi in cui
compaiono i controversi fratelli di Ges - che lo stanno
aspettando e non riescono a entrare. Ges si guarda intorno
e chiede ai presenti: Chi  mia madre, chi sono i miei
fratelli? Fatta questa strana, drammatica domanda, fissa
le persone che affollano la stanza e aggiunge indicandole:
Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volont di
Dio questi  mio fratello, mia sorella e mia madre. Parole
che o sono incredibilmente crudeli oppure racchiudono
una grande potenza rivelatrice.

FILORAMO: Suggerisco di rileggere la scena come se andassimo
a vedere una variante del film L'esorcista. Poco prima
abbiamo letto che i suoi parenti lo stanno cercando perch
pensano che sia impazzito ( fuori di s). Gli esorcismi
che Ges compie dimostrano che in realt egli  posseduto
dal demonio. Anche gli scribi, discesi apposta da Gerusalemme,
lo vogliono catturare perch sarebbe posseduto
da Beelzebul Scaccia i demni per mezzo del capo dei
demni. Le risposte di Ges ai parenti e agli scribi vanno
rilette sullo sfondo di questa lotta cosmica. Ges ha incominciato
a sottrarre a Satana i discepoli che hanno deciso
di seguirlo e che ora sono in quella casa con lui. Gli scribi,
che credono che lui sia un inviato di Satana, commettono
il peggiore peccato: quello contro lo Spirito Santo, che
Ges possiede. Questa  la carta d'identit che egli mostra,
e che d un valore salvifico al suo esorcismo. Se posso
aprire una parentesi: ho letto recentemente in un'inchiesta
giornalistica del ritorno in auge nella Chiesa cattolica
degli esorcisti, il che presuppone un ritorno di Satana che
la dice lunga sulla sua capacit di resistenza.

AUGIAS: Se  per questo ho visto un filmato in cui un sacerdote
compie un esorcismo con il telefonino; grida nell'apparecchio:
Satana ti ordino di abbandonare quell'anima.
Vttene Satana! Eccetera. Molto imbarazzante. Ma torniamo
ai parenti di Ges; certamente gli scribi vengono
rappresentati in modo negativo, il loro comportamento per
non  poi cos diverso da quello dei familiari di Ges.

FILORAMO: La scena descritta da Marco  decisiva:  un
invito alla decisione (avrebbe detto Bultmann). A me piace
parlare a questo proposito di radicalismo, come nel caso
delle Beatitudini: si va alla radice della fede, che impone
una scelta su una materia altamente opinabile: Ges  un
agente di Satana o un inviato di Dio? I parenti rimangono
fuori: non basta essere parente di Ges per rispondere
in modo giusto alla questione; i discepoli e gli altri seguaci
sono dentro, a sentire il suo insegnamento.
Del resto, consideri che la prova che Ges attribuisce a se
stesso l'ha gi chiesta ai suoi discepoli. Quando li chiama
quelli abbandonano casa, moglie, figli, genitori anziani (Simone
abbandona anche la suocera: forse non gli  costato
troppo), abbandonano il lavoro, si lasciano alle spalle un'intera
vita; loro seguono il profeta ma chi penser a sfamare
quelli che abbandonano? Sono domande che un leader
non si fa, e nemmeno coloro che si apprestano a seguirlo,
tale la forza che evidentemente doveva emanare dalla sua
personalit. Pensi a Luca quando scrive: Se uno viene a
me e non mi ama pi di quanto ami suo padre, la madre,
la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita,
non pu essere mio discepolo.

AUGIAS: Infatti, se prescindiamo dall'altezza della missione
e dal tono usato, il meccanismo psicologico che Ges
mette in moto non  dissimile da quello di un qualunque
leader spirituale o politico che chieda a masse di uomini e
donne di credere in lui e di seguirlo. Sia pure solo dandogli
il voto. Non sembri blasfemo il riferimento, i meccanismi
psicologici che muovono gli individui, meglio ancora
le folle, sono sempre stati gli stessi.
Torniamo a Maria; mi aiuti a capire meglio come mai la
sua presenza nei Vangeli sia cos sfuggente.

FILORAMO: Parto dal Vangelo ritenuto pi antico, Marco,
un testo che apre con Ges gi adulto mentre riceve il battesimo
da parte di Giovanni cui segue l'annuncio dell'inizio
del Regno. In Marco non si parla di Maria come madre
di Ges, la sua figura  totalmente ignorata. Se ne parla
invece in altri due Vangeli, soprattutto in quello di Luca
come abbiamo visto. Questo vuol dire che gli evangelisti
hanno percepito la sua figura in modo diverso. L'idea che
noi abbiamo di Maria come vergine e madre  consegnata
al Vangelo di Luca, alla sua narrazione della nascita di
Ges, al racconto di Zaccaria ed Elisabetta che ci porta
all'inizio della vita di Maria. Quando la vediamo comparire
sulla scena si pu ipotizzare che sia una giovinetta di
soli dodici o tredici anni.  una giovane promessa sposa,
una fanciulla tipica di quel mondo palestinese.

AUGIAS: Lei ha detto che gli evangelisti hanno percepito
in modo diverso la figura di Maria. Forse si pu aggiungere
che hanno attinto a tradizioni diverse e che diversi erano
gli scopi della loro narrazione. Si pu certamente dire
che Maria  una giovinetta tipica in quel mondo e in quella
cultura. Per secoli e non solo in Palestina, le fanciulle
venivano promesse e poi mandate spose appena superata
la soglia della pubert, come abbiamo gi avuto occasione
di dire. L'et media della vita era cos breve che si cercava
di sfruttare al massimo il periodo della capacit riproduttiva
femminile tra il menarca e la menopausa. Questa
situazione  durata fin quasi alle soglie di quella che definiamo
la modernit. Questo in generale. E in Palestina?
Qual era in quegli anni la situazione di una fanciulla della
presunta condizione sociale di Maria?

FILORAMO: Per cominciare era la tipica situazione femminile
nel contesto palestinese, ma, generalizzando, mi sentirei
di dire anche nel mondo greco-romano. Le donne erano
escluse dalla vita politica e pubblica. In termini positivi,
il loro compito era essenzialmente procreativo e comunque
consegnato alla famiglia e alla prole. Il primo compito
d'una donna era diventare madre e generare molti figli;
del resto, per gli Ebrei questo era stato il comandamento
divino ad Abramo: Siate fecondi e moltiplicatevi. Non
 molto lontano da ci che in contesti analoghi succede
ancora oggi in certi paesi del Medio Oriente o nell'Africa
subsahariana - che non a caso ha un cos alto indice demografico.
A Roma la situazione non  molto diversa. Notorio
per esempio  che nel costume romano era tollerato rifiutare
- perfino uccidere - i neonati indesiderati, soprattutto
le bambine considerate inferiori e inutili. Questo il
connotato di fondo con le conseguenze che non  difficile
immaginare. Anche per Maria dobbiamo pensare a una
condizione non dissimile da quella delle altre donne nella
societ antica e in quella palestinese.

AUGIAS: Aggiungo solo un dettaglio per sottolineare come
alcuni istituti del diritto romano connotassero giuridicamente
la diversit tra uomini e donne. Queste non avevano
capacit giuridica, non potevano rendere valida testimonianza
n disporre dell'eredit, erano creature dimezzate
dal punto di vista delle possibili azioni pubbliche consentite
e valide. Non ho dubbi che in Palestina sar stato lo
stesso, se non peggio.

FILORAMO: Visto che tira in ballo la condizione giuridica,
un cenno particolare meritano il matrimonio e il ripudio.
Ci si sposava in et molto giovane per le ragioni gi accennate.
Bisognava cercare di dare vita a molti figli considerata
sia l'elevata mortalit infantile sia i numerosi rischi
che gravidanza e parto comportavano per la madre e per il
bambino. La giovane sposa non aveva voce in capitolo n
sulla data delle nozze n sulla scelta del marito. Ogni decisione
competeva alla famiglia e cos  rimasto per secoli,
Europa compresa, fino a non molti decenni fa. Ancora
una volta possiamo immaginare in modo storicamente
plausibile che qualcosa del genere sia avvenuto per Maria.

AUGIAS: Lasciamo questi sommari riferimenti storico-temporali
per affrontare la figura di Maria da una prospettiva
diversa. Poco sopra abbiamo accennato al fatto
che nel testo di Luca viene riportato un dialogo tra Maria
e Ges. Si presenta ancora una volta la domanda di
come abbia fatto Luca, o chiunque sia l'autore di quel
testo, a riportare il dialogo in forma diretta. Se ammettiamo
che quelle parole siano davvero state pronunciate
cos come le leggiamo, solo Maria pu averle riferite.

FILORAMO: Come inizia il Vangelo di Luca? Con un breve
prologo. Non  il grande prologo teologico del Vangelo
di Giovanni, anzi  un piccolo prologo. L'autore precisa,
come farebbe un cronista dei nostri giorni, che si accinge
a scrivere il testo in base alle testimonianze che  riuscito
a raccogliere. Potrei dire che s'affretta a mettere le
mani avanti come facevano talvolta gli storici antichi.
Infatti, su quel breve prologo sono nate infinite discussioni.
Qualche capitolo fa abbiamo parlato della natura dei
Vangeli, ecco un'aggiunta degna di menzione: il testo di
Luca, anche in considerazione di questo prologo,  quello
che pi si avvicina ad un testo di storia. Luca si sforza
cio di costruire un racconto, riferisce eventi da lui appresi
grazie alle tradizioni orali circolanti, componendoli sulla
pagina con un metodo che s'avvicina per quanto possibile
alle regole della storiografia antica. Ha ascoltato o gli
sono stati direttamente riferiti alcuni episodi, ha operato
una selezione tra le storie che sentivavripetere in giro, ha
costruito una sua versione dei fatti.  plausibile pensare
che in questa massa di informazioni che passavano di bocca
in bocca nelle prime comunit di seguaci, fossero comprese
anche le parole pronunciate dalla madre di Ges. 
l'unica ipotesi che mi sento di sostenere.

AUGIAS: Suona come una spiegazione plausibile anche se azzera
ogni eventuale ispirazione divina del testo ma capisco
che lei parla solo come storico. Cpita infatti di leggere qua
e l nei testi brani di dialogo, addirittura riflessioni e pensieri
dei protagonisti che non si capisce come l'evangelista
possa riferire in forma diretta. Luca ci presenta una di
queste situazioni, altre ne vedremo in sguito ancora pi
enigmatiche. Particolarit che resta comunque importante
non solo perch il testo da lui firmato  stilisticamente
il pi accurato, ma perch la stessa figura dell'autore  circondata
da un'aura di particolare importanza; si arriva a
indicarlo addirittura come medico e pittore. Faccio notare
tra parentesi che una delle pi illustri e antiche accademie
artistiche romane, fondata nel XVI secolo,  appunto
titolata Accademia di San Luca. Secondo questa tradizione,
proprio Luca sarebbe stato autore di un ritratto di
Maria. Ecco allora l'altra ipotesi che pure  stata affacciata:
per farne il ritratto deve aver conosciuto Maria - avanti
negli anni che fosse. Se l'ha conosciuta perch non pensare
che quelle parole vengano da una confidenza fattagli
proprio da lei durante una seduta di posa?

FILORAMO: Posso solo ripetere quello che ho gi detto. L'ipotesi
 cronologicamente difficile da sostenere, se stiamo
alla datazione consueta. Possiamo immaginare che Luca abbia
avuto una vita molto lunga arrivata, diciamo, fino agli
anni Ottanta - sempre che si tratti del Luca di cui stiamo
parlando. Ma che abbia anche avuto la possibilit di incontrare
Maria, che (essendo nata dieci o venti anni prima della
nostra ra) all'epoca sarebbe stata quasi centenaria, sembra
francamente inverosimile. Certo non impossibile,
comunque difficile. D'altra parte, pensi all'altra tradizione
che riguarda il quarto Vangelo scritto dal discepolo prediletto
di Ges cio da Giovanni - da non confondere,
ripeto, con l'altro Giovanni detto il Battista. Poich quel
testo  databile tra la fine del I e l'inizio del II secolo, se il
supposto autore Giovanni fosse davvero stato il discepolo
pi amato da Ges, avrebbe dovuto essere ultracentenario.
La posizione di Luca e l'origine del testo a lui attribuito
si interpretano meglio risalendo come dicevo al metodo
storico allora vigente. Gli storici antichi amavano inserire
nelle loro ricostruzioni discorsi e dialoghi dei protagonisti
inventati da loro stessi, per secondo un certo grado
di plausibilit (non erano insomma delle fake news).
Nei testi dello storico greco Tucidide troviamo per esempio
dei discorsi di Pericle. Ebbene, quelle orazioni non sono
mai state pronunciate. Tucidide le ha inserite concependole
in modo immaginario per verosimile sulla base della
sua notevole conoscenza del mondo ateniese e dei suoi
protagonisti. Con questo metodo Tucidide ricostruiva gli
avvenimenti non raccontando i fatti come sarebbero accaduti
veramente, ma adattandoli alla sua interpretazione
con l'aiuto di queste invenzioni narrative.

AUGIAS: C' almeno un altro episodio che possiamo richiamare:
il finale della scena sulla croce, assolutamente inverosimile
dal punto di vista umano. Se Ges sceso sulla terra
 vero Dio e vero uomo, come insegna la dottrina, sulla
croce sta morendo l'uomo poich un Dio non pu certo
morire. Quindi il corpo inchiodato al legno  quello di un
uomo; ora nessun uomo che abbia subto quella straziante
serie di sevizie, appeso da ore su un patibolo infame, riarso
dalla sete, esausto per il dissanguamento, tormentato dalle
mosche, potrebbe pronunciare con calma le parole che
Giovanni mette in bocca a Ges agonizzante: Ges allora,
vedendo la madre ed accanto a lei il discepolo che egli
amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!" Poi disse
al discepolo: "Ecco tua madre!" E da quell'ora il discepolo
l'accolse con s.
Tralasciamo l'inverosimiglianza fisica della scena; mi pare
che qui il vocativo donna sia usato in un tono che vira
verso la tenerezza.

FILORAMO: Provo a difendere, contro la sua interpretazione,
la verosimiglianza prima di tutto umana della scena
cos come la presenta Giovanni, per ritornare poi sul significato
teologico che contiene. C' chi si  divertito a raccogliere
testimonianze sulla situazione dei poveri suppliziati
per crocifissione nell'epoca in cui muore Ges. Non
pochi erano accompagnati da parenti e amici (che poi si
sarebbero presi cura del cadavere); in certi casi, come in
fondo sembra adombrare l'episodio successivo dell'offerta
del vino, potevano essere dati loro droghe e vino che in
qualche modo ne mantenevano desta la coscienza. Perch
non pensare, su questo sfondo, che, per quanto martoriato,
Ges si sia umanamente preoccupato del destino della
madre dopo la sua morte? Vero che egli aveva anche fratelli
o cugini che avrebbero potuto farlo: ma questo non
mi sembra escludere la possibilit di un ultimo pensiero
in questo senso.
D'altra parte, in un Vangelo cos carico di teologia come
quello di Giovanni, il dato decisivo  teologico. Si ripete
la scena di Cana: mentre per allora il momento della rivelazione
era lontano, ora  venuto. Non a caso, poco dopo
si afferma che Ges era conscio che tutto era finito: la
sua missione terrena era compiuta. Per Giovanni con la
morte di Ges inizia la vera vita del cristiano. Di qui l'importanza
simbolica della scena. Senza spingersi agli eccessi
di certa mariologia contemporanea, che vede nella scena
l'inizio della divinizzazione della Vergine, e senza cadere
in una lettura simbolica come quella di certi Padri
della Chiesa che vedono in Maria il simbolo della futura
Chiesa, Ges rivela loro il mistero della speciale missione
salvifica per la quale  stato inviato: Maria  ora la madre
del discepolo prediletto cio del cristiano. La scena finale
della passione e le parole immaginate da Giovanni aprono
alla fase successiva della vita di Maria. Gli Atti degli Apostoli
sono chiari quando informano che i discepoli dopo la
scomparsa di Ges erano perseveranti e concordi nella
preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di
Ges, e ai fratelli di lui.

AUGIAS: Possiamo dunque vedere in questa scena il preannuncio
di quella che sar l'esistenza umana e teologica
di Maria dopo lo strazio dell'agonia di suo figlio sul patibolo.
La sua progressiva glorificazione avverr attraverso
il culto che sar dedicato alla giovinetta e alla donna fino a
fare di questa figura quasi trascurabile nel racconto evangelico,
il personaggio pi importante del cristianesimo, in
alcuni paesi ancora pi importante dello stesso protagonista.
Di questo parleremo nel prossimo capitolo.
...
8. L'ENIGMA MARIA.

La storia di Maria descrive la progressiva costruzione di un personaggio
grandioso. La madre di Ges non emerge dalle pagine delle
Scritture con una fisionomia gi definita come tanti altri protagonisti
del dramma. La sua fisionomia l'acquisisce nel corso dei secoli sulla
base di necessit teologiche e soprattutto di una pressante richiesta
popolare che ne reclama la presenza, vuole sentirla vicina, arriva a
chiedere che le si riconoscano specifiche doti e qualit, alcune delle
quali saranno dichiarate dogmi.
Il risultato  che la figura di Maria - la Vergine, la Madonna - 
certamente una delle pi complesse mai contemplate in una religione,
carica d'immense valenze affettive anche perch racchiude in s
tutti gli attributi della femminilit:  madre ma  anche eternamente
vergine,  una figura terrena che affronta tutte le umane sventure,
patisce i pi estremi dolori - nello stesso tempo  anche una figura
santificata, anzi la prima tra i santi; santissima  il suo appellativo
che praticamente l'innalza ad un ruolo quasi divino.
Anche il Figlio al quale lei, dopo una normale gestazione, d la
luce  a sua volta una figura doppia cio umana e divina nello stesso
tempo, di nascita leggendaria e di morte crudele.
Alcuni momenti della vita terrena di Maria s'iscrivono in un quadro
di cos rilevante complessit da risultare inconcepibili in termini
di pura ragione, anzi in quei termini diventano semplicemente
assurdi. Ogni religione deve inserire nella sua teologia una qualche
assurdit spinta a volte fino a limiti che la ragione rifiuta. Sono
assurdit che reggono al tempo solo se corrispondono a una necessit
umanamente molto sentita.  sicuramente il caso di Maria anche
perch con lei si  introdotta un'immagine femminile in un edificio
teologico dominato da figure o maschili (il Padre e il Figlio) o
indeterminate quale lo Spirito, sostanza eterea per definizione, per
la quale non si  andati al di l d'una imprecisata colomba bianca.
Con Maria si  posta davanti agli occhi dei fedeli cristiani, in
particolare cattolici, un'immagine dolcemente femminile, una madre
tenera e commovente. Si  fissato in lei l'archetipo di cui ogni essere
vivente conserva memoria per l'intera esistenza, la matrice alla
quale ognuno deve la vita, la fonte di grande consolazione nell'infanzia
ma non di rado anche nell'et adulta. I suoi connotati umani
e spirituali nascono dal desiderio della sua presenza, della sua
comprensione, dal bisogno non solo psicologico ma quasi fisico della sua
vicinanza. A lei i fedeli si rivolgono perch interceda per loro presso
il Padre (Advocata nostra, la invoca una delle litanie) n pi n
meno di quanto avviene (o avveniva) in una normale famiglia dove
compito della madre era di stemperare la severit paterna. Assunta
in corpo e anima nell'alto dei cieli ma anche prossima, molto lontana
e vicinissima, cos piena di grazia da poterne elargire a chiunque
con fiducia ne chieda.
Anche se non subisce un martirio fisico, come tante altre vergini
del cristianesimo, il suo destino  gravato da un'immensa pena.
 una madre che vede premorire il figlio rovesciando - nel modo pi
tragico - la regola di natura che chiama i figli a seppellire i genitori.
Il vero prodigio  che dalle povere e contraddittorie fonti dei Vangeli
si sia costruita su di lei una vasta e solida dottrina rafforzata da ben
quattro dogmi. Due di questi molto antichi, due piuttosto recenti e
accolti solo nella confessione cattolica.
Il primo dogma su Maria riguarda il suo perpetuo stato verginale
dal quale discende anche la nascita altrettanto verginale di Ges.
Venne stabilito nel 381, durante il primo Concilio di Costantinopoli,
in base a complesse motivazioni teologiche e mistiche.
Il secondo dogma riguarda il titolo di Madre di Dio (Theotokos)
che, nel IV secolo, era gi diffuso tra i cristiani. In sguito
alla disputa nata dal rifiuto dell'appellativo da parte del patriarca
di Costantinopoli, Nestorio, il quale sosteneva che Maria poteva
essere definita solo madre di Cristo, il Concilio tenuto a Efeso,
in Asia Minore, nel 431 affront la controversia: con modalit
gravemente scorrette e dopo alterne votazioni, la maggioranza dei
padri riuniti in assemblea stabil comunque che Maria  madre di
Dio e cos pu essere chiamata in quanto le due nature, divina e
umana, sono indissociabili in Ges Cristo che  un'unica persona.
Questi due dogmi sono riconosciuti da tutte le confessioni cristiane
che fondano la loro dottrina sui Vangeli.
Altri due dogmi invece sono ammessi solo nella confessione
cattolica.
L'8 dicembre 1854 papa Pio nono cedendo alla diffusa credenza dei
fedeli, proclam, con la bolla Ineffabilis Deus, il dogma dell'Immacolata
concezione che nulla ha a che fare, come alcuni tendono
a credere, con la verginit; stabilisce invece che, nel momento in cui
venne concepita, la futura fanciulla era gi priva della macchia del
peccato originale - appunto Immacolata. Cos il testo della bolla: La
dottrina la quale ritiene che la beatissima vergine Maria, nel primo
istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di
Dio onnipotente ed in vista dei meriti di Ges Cristo, Salvatore del
genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia della
colpa originale,  rivelata da Dio e perci da credersi fermamente e
costantemente da tutti i fedeli. Si stabiliva in altre parole che Maria
era stata, unica nella storia del genere umano, un'eccezione alla
macchia originale; peccato sul quale la moderna teologia ha peraltro
sollevato non pochi dubbi.
Il quarto e ultimo dogma riguarda l'assunzione di Maria in cielo
dopo la morte. Anche questo dogma suscit molte discussioni e notevoli
perplessit. Le Scritture non parlano della morte di Maria n
della sua sepoltura. Maria scivola semplicemente via dalla storia.
Intanto per il suo culto col passare dei secoli era diventato sempre pi
vasto e popolare. Molti si chiedevano se il suo corpo avesse evitato la
corruzione che tutti attende; addirittura se fosse davvero mai morta.
Papa Pio dodicesimo proclam il dogma dell'assunzione il 1 novembre
1950 durante l'anno santo, decretando ex cathedra, cio avvalendosi
dell'infallibilit pontificia, che Maria era stata portata al cospetto
della divinit in anima e corpo: Dopo avere innalzato ancora a
Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verit,
a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua
speciale benevolenza ad onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli
e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua
augusta Madre ed a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l'autorit
di nostro Signore Ges Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo
e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da
Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria,
terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in
anima e corpo. Un linguaggio particolarmente elaborato che dice
con quale cura la proclamazione del dogma era stata preparata ben
sapendo che avrebbe incontrato scetticismo e ostilit. Lo psicoanalista
Carl Gustav Jung arriv a dire che con questo dogma la Trinit
era diventata una Quaternit finalmente aperta alla dimensione
femminile del genere umano.

AUGIAS: Una profonda differenza separa le figure di Maria,
fugace e dolorosa apparizione evangelica, da Maria
diventata col tempo la Madonna ovvero la titolare di un
culto poderoso soprattutto nei paesi cattolici di tradizione
mediterranea e latina. Madonna  tra l'altro la contrazione
dell'appellativo Mea Domina, Mia Signora, femminile
di Mio Signore che  s titolo nobilitante (Monsignore)
ma anche attributo divino - un passaggio di status
senza uguali.
Nello sviluppo della dottrina cristiana ad un certo punto
ci si  resi conto che s'era costruita una gerarchia che, ai
pi alti livelli, era interamente segnata dal maschile. Dio,
nell'iconografia a lui dedicata,  risolto nell'immagine di
un uomo anziano, di struttura robusta (penso anche al Dio
di Michelangelo nella Sistina), il volto ornato da un'autorevole
barba bianca; idem per suo Figlio, un giovane uomo
di belle proporzioni, dal nobile volto ora con ora senza
barba. Salto l'iconografia dello Spirito per lo pi bianca
colomba, non sapendo in quale altro modo raffigurare
un'entit cos imprecisa e sfumata. In questo vertice continuava
a mancare una figura femminile trascurata, come
abbiamo appena visto, gi dagli evangelisti. A poco a poco,
nel corso dei secoli, soprattutto sulla spinta della piet
popolare, s' costruita la figura della Madonna dando
cos posto a quella figura femminile che tutte le religioni,
in specie quelle mediterranee, hanno sempre avuto. Nella
venerazione d'una donna  possibile introdurre una dose
maggiore di dolcezza, utile a rafforzare l'aspetto consolatorio
d'una religione tenuto anche conto che tra i fedeli
molte sono le donne, forse la maggioranza. Il culto nasce
molto tempo dopo i fatti narrati, si costruisce nel corso dei
secoli, s'arricchisce con la proclamazione dei quattro dogmi
che abbiamo appena visto.
Professor Filoramo, perch si  sentito il bisogno di costruire
un culto di Maria partendo dalla povert narrativa
dei Vangeli?

FILORAMO: Dividerei la risposta secondo due aspetti o
possibili cause: esogena ed endogena. La prima  legata ad
un'osservazione di natura comparativa. Tutte le religioni
antiche hanno, nel loro pantheon, a cominciare dalla cima
della piramide, delle divinit femminili che recitano
un ruolo importante, anzi, in genere, pi d'uno. Pensiamo
al pantheon greco. La complessit della natura femminile
 articolata in una serie di figure ognuna delle quali
ha il compito di manifestare una sfera d'azione centrale
della femminilit: Venere della sessualit, Giunone della
maternit, Artemide della verginit e della dimensione
selvaggia, e cos via. Esistevano poi nell'Impero romano
dee anche un po' strane, crudeli ma affascinanti
come Cibele, la Grande Madre, con i suoi bizzarri sacerdoti,
i galli, che si eviravano per diventare tali. In qualche
modo - non dico geneticamente, per filiazione, ma
certo per accumulo di influssi - il culto di Maria  stato
influenzato da queste credenze diffuse: sar un caso che
a Efeso, citt dell'Asia Minore patria di Cibele, la Grande
Dea, si trovino attestazioni di un culto di Maria? Come
lei ha osservato, l'iniziale pantheon cristiano era carente
da questo punto di vista.

AUGIAS: Nemmeno l'ebraismo, dal quale il cristianesimo
deriva, ha divinit femminili o comunque sessualmente
identificate.

FILORAMO: Certo, per l'ebraismo lo ha risolto in altro
modo, costruendo nella sua storia sacra molte figure di
eroine (i protestanti, rifiutando la mariolatria cattolica,
sono pi in linea con la visione dell'Antico Testamento).
I Padri, per - e qui vengo al secondo aspetto, la causa
endogena - hanno fin dal II secolo teso a sottolineare l'eccezionalit
del ruolo di Maria, vergine e madre. Per esempio,
Ireneo di Lione introduce un paragone fondamentale
tra Maria ed Eva:  la teoria della ricapitolazione. Come
Eva  la madre del peccato, cos Maria ricapitola la storia
della salvezza precedente calpestando la testa al serpente
e contribuendo a inaugurare col Figlio la nuova epoca
salvifica. Altri ne hanno sottolineato la verginit straordinaria,
altri ancora che sia la madre di Dio. Il fatto che
Maria sia stata ben presto strettamente collegata a Cristo
nel piano di salvezza, lo stato verginale che ne garantisce
la santit, il fatto che sia stata eletta a modello, le
richieste crescenti, dopo la svolta costantiniana, di intercessione,
incoraggiate dalle prime apparizioni mariane,
questo e altro hanno favorito la nascita di un culto
mariano, che trae alimento e nel contempo contribuisce
a rinforzare il culto dei santi che sorge e si afferma nel
corso del IV secolo.
A tutto ci si aggiunge una ragione squisitamente teologica:
il Concilio di Nicea del 325 per difendere la divinit del
Cristo ricorre a un termine non biblico ma di origine gnostica
cio eretica: lo definisce consustanziale (homoousios)
al Padre. Ma se il Cristo, fatto della stessa sostanza
del Padre,  anche lui pienamente Dio - dunque, non generato
in un certo momento come una creatura, Maria pu
continuare a essere solo una giovinetta ebrea?

AUGIAS: Le teologie sono geniali costruzioni umane, meccanismi
che si reggono spesso su prodigiosi equilibri; ma
in ogni teoria filosofica o elaborazione teologica  sempre
possibile, scrutandole in ogni loro passaggio, individuare
una lacuna logica o una giuntura debole. Lei ha test ricordato
il Concilio di Nicea del 325 ed in che modo il geniale
imperatore Costantino riusc a far passare la sua soluzione
sulla divinit di Ges applicando l'aggettivo consustanziale,
fatto cio della stessa sostanza del padre. Fa
impressione pensare che Costantino presiedesse l'assise
dedicata alla definizione dello status divino di Ges senza
essere nemmeno battezzato.

FILORAMO: Ci che conta sono i risultati che furono indiscutibilmente
notevoli.

AUGIAS: Sono d'accordo ma prendo anche atto che questo 
esattamente il criterio che si applica ad ogni decisione politica,
come, anche lui genialmente, ha sostenuto Machiavelli.

FILORAMO: Lei ha ragione: del resto, quello era proprio lo
scopo di Costantino nel convocare il Concilio. Costantino
aveva passato la vita sui campi di battaglia, non aveva certo
tempo per studiare la teologia, anche se  possibile che
un teologo cristiano, dopo la sua conversione, gli abbia
dato qualche lezione di teologia tra una carneficina e l'altra.
Quando nel 324 sconfigge il suo collega e rivale d'Oriente
Licinio e diventa imperatore unico, ha il problema
di trovare un dio che sia unico come lui: un unico impero,
un unico imperatore, un unico dio. Chi meglio del dio
cristiano, che si  dimostrato capace di proteggere i suoi
dalle crudeli persecuzioni dei suoi colleghi? Il problema 
che questi cristiani sono profondamente divisi tra di loro:
quale dio scegliere? e soprattutto come metterli d'accordo?
In fondo la convocazione del Concilio rientrava nelle
prerogative dell'imperatore che, come pontifex maximus,
rimaneva il responsabile della vita religiosa dell'Impero.
Ma questo Concilio doveva pervenire a superare i conflitti
dottrinali. Anche se Costantino non  intervenuto nei
dibattiti e nelle decisioni dottrinali, certo il suo peso  stato
avvertito. E quando il Concilio si  chiuso  lui che s'
fatto carico di promulgare e diffondere le sue decisioni,
esiliando i riottosi, come Ario, che rifiutavano di firmare
le formule relative al consustanziale.

AUGIAS: Geniale, indubbiamente, ma nello stesso modo in
cui lo sono certe mozioni conclusive dei congressi di partito
che servono a mettere tutti d'accordo senza nulla decidere
nel merito.

FILORAMO: Il suo parallelo regge fino a un certo punto.
Una decisione in realt venne presa e di notevole importanza.
Ario e i suoi seguaci vennero sconfitti, su quella
base si cominci a costruire l'edificio dogmatico del cristianesimo
e, anche se in modo indiretto, si fin per favorire
anche il culto di Maria. Nel momento in cui si proclam
che le due figure Padre e Figlio erano consustanziali,
sconfiggendo la tesi che in pratica sosteneva uno status inferiore
del Figlio, si provocarono anche tutta una serie di
ricadute su altri personaggi, tra i quali per l'appunto Maria.
Se Cristo  consustanziale al Padre celeste ma ha avuto
per madre una donna mortale, questa madre non pu
essere considerata una semplice giovinetta ebrea. I difensori
del dogma sono costretti ad ammettere una qualche
componente divina anche in colei che  stata generatrice
del divino. Noi siamo portati a considerare il punto finale
di questo processo ovvero l'attuale glorificazione di Maria
e la diffusione del suo culto, dunque siamo portati a
credere che fosse tutto risolto fin dall'inizio. La verit 
che i contrasti, non solo quelli iniziali, furono aspri e sono
continuati a lungo, anche dopo Efeso (nel 431); durante
il V secolo hanno operato e scritto molti teologi che si
opponevano con vigore a chi voleva innalzare il rango di
Maria. Nessuno pensava di farle raggiungere un pieno livello
divino, ma si lavorava comunque per distinguerla da
ogni altro personaggio umano della storia sacra.

AUGIAS: Lei ha ricordato poc'anzi la diffusione del culto
dei santi che s'andava affermando. Erano (sono) santi alcuni
individui, uomini e donne, che per qualche loro virt
sono stati capaci di superare la normale condizione umana.
Per Maria per il semplice livello della santit non parve
sufficiente, tanto  vero che si coni per lei l'appellativo
di santissima.

FILORAMO: Si trattava di costruire una pi articolata gerarchia
nella mediazione tra il Dio trinitario e l'uomo comune.
Le vie per la costruzione di questo specialissimo
status sono state molteplici, pensi per esempio ai testi dedicati
alla Dormitio Mariae, il sonno di Maria. Lei non meritava
la morte che ogni creatura nata su questa terra deve
affrontare. Una delle domande che ci si pose con maggiore
insistenza era proprio se la Madonna fosse davvero mai
morta. Per lei si concep la dormitio, il sonno, il passaggio
transitorio dalla veglia ad una condizione d'incoscienza che
salva dal corrompimento della carne.

AUGIAS: La sua descrizione sembra costituire la premessa
del dogma dell'assunzione in cielo proclamato da papa Pacelli,
Pio dodicesimo, nel 1950, ricordato prima.

FILORAMO: La data ufficiale  il 1950 ma la credenza popolare
in questo evento miracoloso conosce un qualche anticipo
gi nell'antichit, ci sono testi tra il V e il VI secolo dove
si profila l'ipotesi di un'assunzione in cielo. Il culto di
Maria  collegato al culto dei santi e al fatto che ormai la
Chiesa, nel frattempo diventata unica e imperiale, dovesse
dotarsi di importanti entit protettrici. Quanto pi Dio,
Cristo e la Trinit si allontanano dall'immaginario umano,
tanto pi crescono i culti. Il mistero della Trinit non
 certo di immediata comprensione nemmeno oggi; si pu
studiare come ci si  arrivati, si possono abbozzare alcune
risposte dal punto di vista della storia del pensiero filosofico
e teologico, ma il risultato  che questa strana divinit
in triplice essenza (che in certa iconografia comparir
come una sorta di cerbero con tre teste) resta lontanissima
dall'uomo, dalla componente affettiva essenziale perch
una figura divina si radichi nel pensiero, nell'immaginazione,
nell'affetto di chi deve venerarla; infatti non esiste
un culto della Trinit, esistono invece culti di angeli,
santi, esiste in particolare il culto della Madonna.

AUGIAS: Nel Concilio di Efeso del 431 a Maria venne riconosciuto
il titolo molto impegnativo di Madre di Dio che
pone per il profano una domanda altrettanto impegnativa.
Alla luce del dogma della Trinit che contempla una
divinit nello stesso tempo una e trina, Maria dev'essere
considerata madre non solo di Ges, Figlio, ma anche di
Dio Padre che in fondo sono la stessa cosa?

FILORAMO: La risposta, teologicamente, non  difficile. Il
dogma trinitario insegna l'unit della sostanza divina articolata
in tre persone distinte. Maria non  madre della
sostanza divina; tra l'altro, Dio Padre, a differenza del Figlio,
generato eternamente,  ingenerato: altrimenti che padre
sarebbe? Dunque Maria non pu essere, logicamente,
madre di un Padre ingenerato;  madre del Figlio nella
sua dimensione o natura umana, che per, secondo la
formulazione del Concilio di Efeso (meglio, della formula
di unione, di poco successiva, che sta alla base della definizione
dogmatica del Concilio di Calcedonia del 451),
pur distinta dalla dimensione divina,  inconfusa con questa.
Dunque, Maria rimane madre della dimensione umana
di Cristo, che per fa parte integrante della sua dimensione
divina. La dimensione divina si trasmette, per l'intermediario
del Figlio, anche alla madre.

AUGIAS: La spiegazione  ovviamente impeccabile dal punto
di vista teologico; fa parte di una di quelle costruzioni
intellettuali frutto dell'ingegno umano; del resto alla costruzione
della dottrina cristiana hanno contribuito menti
eccelse. Non c' alcuna intenzione riduttiva in queste mie
parole, al contrario ammirazione sincera per una cos elevata
speculazione filosofica. Oggi il culto mariano appare
un fenomeno diciamo normale per chi lo coltiva all'interno
di quella religione. Dal punto di vista storico  interessante
vedere grazie a quali ingegnose elucubrazioni il
culto ha cominciato a sorgere ed a diffondersi.

FILORAMO: Uno statuto eccezionale per la Madonna possiamo
collocarlo in un periodo preciso, cio in epoca medievale
ed in Occidente dove segue percorsi particolari legati
a tanti fattori tra i quali certo la piet popolare. Per
noi le apparizioni mariane sono poche ed importanti: Loreto
in Italia, Fatima in Portogallo, Lourdes e La Salette in
Francia e, per ultima, Medjugorje nell'attuale Bosnia-Erzegovina.
In realt, l'Ottocento  un secolo di continue
apparizioni mariane; per la Chiesa, che dopo la Rivoluzione
francese era in lotta contro ogni forma di modernit,
queste apparizioni erano una manna: conferma di un aiuto
celeste ai suoi fedeli perseguitati. Tralascio altri periodi
storici, come il Medioevo occidentale, soprattutto dopo
il Mille, quando si assiste a una vera e propria esplosione
di apparizioni mariane, che portano alla fondazione
di una miriade di santuari che ancora oggi, nelle pi diverse
parti d'Italia, costellano il paesaggio, alimentando,
almeno in certi periodi dell'anno, pellegrinaggi e un ininterrotto
turismo religioso. Un vero e proprio miracolo.

AUGIAS: Lei ha indicato motivi politici e di sopravvivenza
sia spirituale sia, in certi casi, fisica dei fedeli per i quali
un culto di tale potenza doveva essere di notevole consolazione.
All'inizio per i motivi per i quali si  costruito
un culto di Maria sono altri.

FILORAMO: Naturalmente, e non deve stupirci. Una religione
dura nel tempo non per le sue dottrine ma per le
sue pratiche: sono queste la cinghia di trasmissione fondamentale
che ne garantisce la continuit. Le religioni antiche,
come ad esempio quella romana, erano prima di tutto
religioni rituali. La centralit della credenza, come dimostra
la complessa vicenda della formazione dei dogmi,
 una novit cristiana. Ma chi mantiene vive nel tempo
le pratiche? Non certo i sacerdoti: essi possono incanalare,
controllare il flusso della pratica, che per  mantenuto
vivo dalla piet popolare. Una parentesi  d'obbligo
a evitare un pericoloso equivoco: l'aggettivo popolare,
in una fase dominata dai vari populismi, pu rappresentare
un problema; io per lo uso nel senso tradizionale di
identificare un soggetto religioso collettivo, la cui natura
varia col tempo e con lo spazio, ma che ha alcune caratteristiche
comuni.

AUGIAS: Apprezzo la sottolineatura da lei fatta su un aggettivo
che negli ultimi tempi ha subto un forte inquinamento
politico ma anche una torsione storica, dal momento
che il populismo delle origini, nella Russia del diciannovesimo secolo,
poco o nulla ha a che vedere con l'attuale. Colgo
anche il suo riferimento alla novit del cristianesimo che
pone al suo centro la fede. I riti cattolici, nella loro magnificenza,
sarebbero (talvolta diventano) puro spettacolo
quando non sono accompagnati dalla fede di chi vi assiste.
 il genio del cristianesimo, secondo il celebre saggio
di Chateaubriand che contrapponeva la consolazione religiosa
alla freddezza della ragione che non ha mai asciugato
una sola lacrima.

FILORAMO: Nella piet religiosa, l'esigenza degli illetterati,
dei fedeli pi umili  fortissima perch nasce da domande
fondamentali di rassicurazione, di conforto, dal bisogno
di condividere inquietudini, paure, dolori. Pensi agli apocrifi
che cercano di colmare le lacune dei Vangeli: il Protovangelo
di Giacomo, il Vangelo dello Pseudo-Matteo,
tutti testi che volevano rispondere a ulteriori interrogativi
su Maria. Questi testi pieni di aspetti romanzeschi,
scritti sul modello dei romanzi ellenistici senza ovviamente
la loro forte carica erotica, anzi in concorrenza con essi,
proponevano modelli di verginit come Maria. Sarebbe
un errore considerarli delle belle favole: contengono a
loro modo, implicitamente, concezioni teologiche importanti.
Scopriamo ad esempio nel Protovangelo di Giacomo
(un testo che risale probabilmente alla seconda met
del II secolo), il tema del concepimento verginale di Maria,
destinato a diventare dogma nell'Ottocento (con la connessa
festa dell'Immacolata concezione: come si fa ad alimentare
una credenza cos particolare senza una bella festa?)
Questo testo - come anche i Vangeli apocrifi dell'infanzia
di Ges - vuol rispondere a domande fondamentali
che non si trovano nei Vangeli canonici: com' cresciuta
Maria? come ha fatto a rimanere vergine pur sposandosi
con Giuseppe? chi era veramente questo Giuseppe? O addirittura:
com' nata Maria?

AUGIAS: Ecco una domanda che arriva a proposito in questo
capitolo dedicato al suo personaggio. Com' nata Maria?

FILORAMO: Secondo il Protovangelo di Giacomo, Maria nasce
anche lei, come Giovanni il Battista e Ges, in modo
miracoloso. I suoi genitori, Gioacchino e Anna, sono anziani
e sterili. Oggi c' la medicina a fare il miracolo di far
partorire anche una donna anziana; a quei tempi, occorreva
un qualche intervento divino. Gioacchino, a un certo
punto, umiliato di non poter avere un erede, si ritira nel
deserto per quaranta giorni. Anna allora, nel giorno del Signore,
si veste con gli abiti nuziali, si reca in un giardino e,
seduta sotto un lauro, prega il Signore. Detto fatto: un angelo
le appare e le annuncia che la supplica sar esaudita.
Avvertito a sua volta da un angelo (gli angeli antichi sono
dei messaggeri attraverso i quali Dio comunica con gli uomini:
per questo sono sempre indaffarati) Gioacchino ritorna
a casa, anche se rimane separato da Anna. Alla fine,
nasce Maria, settimina, passa l'adolescenza in un Tempio,
vivendo come una colomba, miracolosamente nutrita da
un angelo, fino all'et di dodici anni, quando - abbiamo
gi avuto occasione di ricordarlo -  pronta al matrimonio.
Pie invenzioni, si dir. O non piuttosto la riprova, come
dice Borges, che i testi sacri sono un ramo della letteratura
fantastica? Ecco allora la risposta:  nella piet popolare
che il nostro personaggio cresce fino ad acquisire le rilevanti
dimensioni attuali.

AUGIAS: La sua, professore,  la spiegazione di uno specialista
della materia. Io continuo a vedere nell'importanza
data a Maria il bisogno della dolcezza materna. Noto tra
l'altro che si tratta dell'unica divinit, o semidivinit, che
continui ancora ad apparire ai fedeli. Le grandi mistiche
che venivano visitate da Ges sono ormai scomparse. La
Madonna invece continua ad apparire o, secondo i casi, a
versare lacrime o a sanguinare da una statuetta di gesso.
Credo di poter intuire anche la ragione per cui il culto di
Maria  particolarmente intenso presso i popoli latini; fu
la Spagna per esempio a premere perch se ne affermasse
l'Immacolata concezione. Si pu capire la ragione considerando
che nei popoli del Mediterraneo la madre ha un
posto di grande rilievo nella famiglia. Ipotesi tutta terrena
che lei probabilmente rigetter.

FILORAMO: Io non ho un'ipotesi ultraterrena! Come storico,
mi limito a notare che i paesi da lei citati sono paesi
cattolici. Al Nord, la maggior parte dei paesi europei sono
protestanti: e, come ho gi avuto occasione di ricordare,
i protestanti, in conseguenza del principio affermato
da Lutero secondo cui l'unico mediatore della salvezza
 il Cristo (dunque, niente Chiesa, niente sacramenti,
niente santi e, naturalmente, nessuna Madonna), rifiutano
il culto di Maria: questo non vuol dire che la figura della
madre, nelle loro famiglie, sia meno importante; solo,
non ha alimentato, prima di tutto per ragioni teologiche,
il culto di una figura femminile che poteva rivaleggiare
con l'unico Dio. Piuttosto, la sua ipotesi a proposito del
culto mariano mi fa tornare in mente quella di Jung, cui
si  fatto cenno, che andava nella stessa direzione. Per lo
psicoanalista svizzero, la fede cattolica, col culto di Maria,
si dimostrava pi equilibrata di quella protestante
(pericolosamente maschilista e patriarcale) perch aveva inserito
nel suo pantheon, e in prossimit del vertice, una figura
femminile che a livello individuale rappresenta una
dimensione insostituibile della psiche: in termini junghiani
 l'anima che fa da pendant all'animus; una dimensione
non va senza l'altra - come l'equilibrio tra yin e yang nel
taoismo cinese. Sono d'accordo con lei, invece, su un altro
punto: il fatto che l'immagine di Maria sia un'immagine
che trasmette una nota di dolcezza materna; basterebbe,
per questo, pensare alla tradizione iconografica medievale
e moderna, dove la sfido a trovare un volto irato o terribile
di Maria, quale ad esempio quello della sanguinaria
dea indiana Kal.

AUGIAS: Trasferendo dal cielo alla terra la composizione familiare
del vertice cristiano, si ritrova una situazione analoga.
Il padre severo (Rex tremendae maiestatis, lo si chiama
nel Requiem) e la mamma affettuosa (Mater misericordiae),
il padre incline alla punizione, la madre al perdono,
intermediaria se il bambino o la bambina hanno fatto qualcosa
di sbagliato. Nel culto di Maria si pu scorgere anche
la trasparente trasposizione di quanto accade nella vita
di ogni famiglia.

FILORAMO: Anche eminenti teologi protestanti la pensavano
come lei, naturalmente da un punto di vista polemico.
La domanda storica che emerge , ripeto, quella ben colta
da Jung che parla di Quaternit. La Chiesa da un certo
punto di vista  la sposa di Cristo, femminile appunto.
Pensi ai testi di Paolo: se Cristo  il capo, la Chiesa  la
sua sposa. Aggiungo una banale considerazione storica. I
Padri si sono preoccupati di sviluppare il rapporto teologico
tra Maria e la Chiesa, entrambe vergini, spose e madri.
Per citare un solo esempio autorevole: per Agostino Maria
 inclusa nella Chiesa come suo membro santo e come
modello di vita; come Maria partorisce il Cristo, la Chiesa
genera spiritualmente i fedeli con i sacramenti. C' anche
una predisposizione teologica, dunque, a privilegiare
l'importanza della dimensione femminile.

AUGIAS: Pu darsi. Intanto per le ricordo che il corpus sacerdotale
della Chiesa  interamente composto di uomini.

FILORAMO: Difficile non condividere il suo giudizio. Del
resto, si continuerebbe a parlare in modo cos ossessivo di
pedofilia se le cose stessero diversamente? Ma il problema
 troppo grosso per poter essere liquidato con una battuta.

AUGIAS: Sono d'accordo. Tra l'altro la pedofilia  una di
quelle piaghe che ispirano ripugnanza, preoccupazione e
piet per le vittime; personalmente provo anche nei confronti
dei colpevoli un sentimento misto di riprovazione
e piet. Torno ai dogmi mariani. Abbiamo visto, in estrema
sintesi, come sono nati. Quale importanza hanno avuto
nel definire la figura e il culto mariani? Penso al secondo,
quello di Madre di Dio, cui s' accennato.

FILORAMO: Sulla natura di questo Dio ci furono discussioni
accesissime e divisioni accanite. Infatti, si tratta di uno
dei problemi pi importanti del cristianesimo. Un aspetto
che, secondo me,  ancora pi importante di quello trinitario
poich  Cristo e non la Trinit il centro della fede.
Per comprendere come si giunse al dogma promulgato tra i
due Concili di Efeso e Calcedonia bisogna tener conto che
erano in gioco due modi radicalmente diversi di intendere
la realt umana del Cristo incarnato: due modi, a prima vista,
inconciliabili, in realt complementari. Da un lato, vi
era il modello, influenzato dal platonismo - e dunque teso
a mettere al primo posto la realt divina, superiore, ideale -,
dei teologi che si iscrivono nella cosiddetta tradizione
alessandrina. Essi erano portati a privilegiare la dimensione
divina a scapito di quella umana. La loro cristologia era
basata sulla dicotomia logos/sarx (verbo/carne): la Parola
divina o Verbo, Figlio eterno del Padre, si unisce direttamente
alla carne umana, divenendo con essa una cosa sola.
In questo modo, si lasciava poco o nessuno spazio all'anima,
alla volont e all'intelletto dell'uomo Ges: il soggetto
in Cristo  il Logos divino, unico centro di riflessione,
volizione, decisione. Di contro c'era il modello tipico dei
teologi della scuola di Antiochia, che cercava di recuperare
la dimensione umana del Cristo pena la perdita del
valore salvifico dell'incarnazione: se Cristo non aveva assunto
fino in fondo la carne peccatrice dell'uomo, come
era possibile redimere il peccato? Questo modello era basato
sulla dicotomia logos/anthropos (verbo/uomo), che insisteva
sulla completezza dell'uomo Ges: in questo caso,
il Logos divino incontaminato si unisce a lui nell'incarnazione
senza sostituirsi a nessuna delle sue facolt umane.
Il soggetto Cristo , di conseguenza, dato dall'unione
dell'uomo completo di corpo, anima, intelletto con la divinit,
il Logos: egli  il sacerdote universale che, con il suo
stesso sacrificio, trasferisce l'intera umanit da un'epoca
all'altra, verso l'immortalit e l'incorruttibilit. I soggetti
sono due, umano e divino: solo il loro accordo permette
l'identit di decisione e di operazione.

AUGIAS: Sono sempre pi ammirato da una tale sottigliezza
di pensiero; nello stesso tempo ritengo che se Ges avesse
assistito a una di quelle dispute, sarebbe uscito dalla stanza
sbattendo la porta non riconoscendosi in nessuna delle
due parti tale la sublime semplicit del suo messaggio: amatevi
l'un l'altro come io vi ho amato - fine. Ma questi sono
soltanto i pensieri di un ateo certamente non all'altezza
di una cos raffinata teologia. Torniamo dunque a Maria:
alla sua proclamazione come Madre di Dio, seguirono
altri dogmi. I vescovi riuniti a Costantinopoli nel 381 avevano
fondato il dogma della sua perpetua verginit ante et
Postpartum, dunque la nascita verginale di Ges. Mentre
gli altri due dogmi sono come abbiamo visto pi recenti e
accettati solo dalla confessione cattolica.
Con questi quattro dogmi si perfeziona l'edificio eburneo
che avvolge Maria e la eleva al di sopra di tutti gli altri
santi collocandola alle soglie della divinit. Una maggioranza
assembleare poteva proclamare Ges come perfetto
uomo e perfetto Dio. Su Maria invece non ci sono dubbi:
era una donna nata dalla carne e morta in un qualche anno
in un qualche luogo. Eventi sui quali nulla sappiamo,
cos poco ne parlano i Vangeli. Dopo la Pentecoste, come
abbiamo detto, Maria scivola via dalla storia. Paolo - che
in ordine di tempo possiamo considerare il primo evangelista -
non ne fa mai nemmeno il nome.

FILORAMO: Paolo non ha conosciuto Ges, con le sue visioni
ha conosciuto soltanto il Cristo della Fede; dunque,
a maggior ragione non ha conosciuto sua madre, anche se
evidentemente conosce la tradizione secondo cui Ges 
nato da donna o quella di Giacomo fratello del Signore,
come scrive nella Lettera ai Galati.

AUGIAS: La vicenda di Maria a me pare straordinaria da
qualunque punto di vista la si consideri. Il personaggio 
eccezionale nonostante alcuni Vangeli lo trattino con notevole
distrazione.

FILORAMO: Non  questione di distrazione o trascuratezza,
 che gli autori hanno posizioni diverse. Marco, ad
esempio,  decisamente negativo. Abbiamo gi ricordato
il radicalismo di Ges nei confronti dei suoi parenti, che
comprendono evidentemente anche la madre. Ma si potrebbe
ricordare un'altra celebre frase di Ges, riportata
sempre da Marco: un profeta non  disprezzato se non
nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. Come
non includere tra i parenti anche la madre? Luca le attribuisce
invece un ruolo pi significativo, la esalta, con un
bellissimo testo poetico, il Magnificat, che fa pronunciare
a una vergine giovinetta, e in altri episodi ne disegna
un quadro positivo.

AUGIAS: Pienamente d'accordo, mi permetta di citarne
l'attacco: L'anima mia magnifica il Signore | e il mio
spirito esulta in Dio, mio salvatore, | perch ha guardato
l'umilt della sua serva. | D'ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata. | Grandi cose ha fatto per
me l'Onnipotente | e Santo  il suo nome. Chiunque,
credente o no, pu riconoscersi in versi di tale elevatezza.
Ma  diciamo pure un'eccezione; negli altri Vangeli
si parla di lei poche volte, spesso come abbiamo visto in
contrasto col figlio.

FILORAMO: Volendo cercare una spiegazione, si pu ipotizzare
che, essendo i Vangeli una rilettura di Ges visto
come Figlio di Dio, e dato che - ripeto - numerose sue parole
sono contro la famiglia, la figura di Maria viene quasi
nascosta per non farla entrare in contraddizione con le
espressioni del Figlio. Infatti, la sua storia successiva prescinde
dai Vangeli. La stessa costruzione dei dogmi non
trova grande fondamento nelle Scritture,  frutto di successive
costruzioni teologiche.

AUGIAS: Abbiamo parlato del titolo di Madre di Dio attribuito
a Maria, ebbene quel titolo alla fine si riusc a imporlo
dopo una lotta senza esclusione di colpi tra i Padri
riuniti in assemblea, nulla di diverso dai peggiori momenti
della lotta politica. Una questione molto simile si affacci,
l'abbiamo ricordato, per l'altro dogma dell'Immacolata
concezione: si trattava di togliere il peccato originale
anche a Maria perch da lei ne nascesse mondo anche il
suo divin figliolo. S'immagin dunque un concepimento
sine macula da parte dei suoi genitori: Immacolata.

FILORAMO: Ma questo  un esito storico,  stato il genio
di Agostino a costruirlo! Prima di lui la dottrina del peccato
originale - una dottrina, diciamolo pure, terribile nelle
sue conseguenze - non c'era; o meglio, se ne colgono spunti
nella Lettera ai Romani di Paolo, che per Agostino rilegge
sullo sfondo della sua esperienza dualistica manichea.

AUGIAS: Ancora una volta un'invenzione geniale - e terribile.
Ma si tratta di invenzioni alle quali diventava obbligatorio
credere pena la vita,  questo l'aspetto spaventoso
delle religioni.

FILORAMO: Limiterei la sua affermazione. Ho gi ricordato
che le religioni antiche, basandosi sulla pratica e sui riti,
non avevano veri e propri sistemi di credenza: non esiste
una teologia della religione romana, se non come riflessione
sul pantheon - per esempio lo scritto fondamentale
di Cicerone Sulla natura degli di. Cicerone poteva anche,
in privato, non credere in questi di, ma come uomo pubblico
partecipava ai riti prescritti. La credenza come vincolo
di fede ed adesione obbligatoria ad un preciso contenuto
dogmatico  un'invenzione cristiana. Dunque, se lei
si vuole spaventare, limiti il suo spavento al cristianesimo
- e all'islam.

AUGIAS: Poich vivo in Occidente e non nel Medioevo, il
mio spavento - considerate le circostanze -  minimo. La
teologia  una teoria filosofica che studia l'essenza della
divinit, il rapporto tra gli di o tra un Dio e gli esseri
umani. Ci che la distingue da ogni altra teoria  che nessuna
filosofia impone di credere pena la condanna all'inferno
o, se le circostanze storiche lo permettono, al rogo.

FILORAMO: Lei ha toccato un punto decisivo che merita
qualche approfondimento. I padri della filosofia antica, come
Platone, avevano come meta della loro ricerca la visione
di dio, cio la possibilit di ritornare a contemplare un
mondo ideale da cui l'anima ad un certo punto si era allontanata
finendo prigioniera del corpo, in attesa di esserne
liberata proprio grazie alla ricerca della verit. La ricerca
di questa verit si basava unicamente sulla propria ragione
o logos. L'ebraismo, come religione rivelata, ha introdotto
un concetto nuovo di verit e del modo di raggiungerla.
L'uomo, solo con la sua ragione, non pu arrivarvi.
Perch? Perch, a differenza che in Platone, ora tra Dio
e l'uomo esiste un abisso: Dio  il creatore, l'uomo  una
semplice creatura.

AUGIAS: Scusi se l'interrompo. Non racconta forse la Genesi
che Dio cre l'uomo a sua immagine e somiglianza?

FILORAMO: Certo, ma l'abisso permane: Dio  il Dio, in
quanto tale unico, altrimenti non sarebbe Dio. Di conseguenza,
come afferma un pensatore ebreo coevo di Ges,
Filone di Alessandria: Egli non  come l'uomo (presa di
distanza radicale da qualunque forma di politeismo, condannato
come idolatria). Per questo la verit, che  possesso
dell'unico Dio vero, non pu che essere rivelata. L'uomo
vi pu pervenire soltanto accettando per fede questa
verit: dunque passivamente. Ho citato l'ebraismo perch
 storicamente la prima religione che si pone come religione
rivelata (vi sarebbe il caso dello zoroastrismo, ma
ci porterebbe lontano e in fondo non aggiungerebbe nulla
di essenziale a quanto sto dicendo). Non  un caso che
sia stato Filone a porre per la prima volta il problema dei
rapporti tra fede e ragione, tra rivelazione e ricerca razionale
della verit. I teologi cristiani, da Origene ad Agostino,
fino a Joseph Ratzinger, in fondo non hanno fatto che
riprendere il modo in cui Filone ha impostato il problema.
La filosofia non deve cercare la verit, perch gi la possiede,
 ancella della teologia, chiamata a pensare, approfondire,
difendere il contenuto della verit rivelata, mai a
sostituirlo. Filone  in certo senso l'inventore di una teologia
filosofica che arriva fino ai giorni nostri.
In conclusione, condivido il suo giudizio: nessuna filosofia
degna del nome pu pensare di imporre una credenza.

AUGIAS: Postillo: questa diversit di metodo e di fini rende
filosofia e teologia dissimili nonostante ogni apparente
somiglianza di metodo. Non  cosa da poco.
...
9. PRODIGI DELLO SPIRITO E DELL'INTELLETTO.

AUGIAS: Nel capitolo precedente abbiamo sfiorato la figura
divina chiamata Trinit che alcune confessioni cristiane
considerano centrale. Dal punto di vista che abbiamo
adottato per la nostra conversazione non si tratta di un
vero e proprio personaggio dal momento che delle tre sostanze
che la compongono solo una, il Figlio, ha assunto
pi o meno per una trentina d'anni effettiva consistenza
umana: vero uomo, carne e sangue. Gli altri due vertici
del triangolo - il Padre e lo Spirito - sono pure espressioni
immateriali e per quanto riguarda in particolare lo
Spirito sembra di poter parlare, come abbiamo detto, solo
di un soffio divino, un vento, un respiro che diventa
forza e vita. Gi nella Genesi quando tutto  appena cominciato
leggiamo al secondo versetto: La terra era informe
e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito
di Dio aleggiava sulle acque. La parola ebraica per
indicare spirito o soffio  mah (femminile) che ha il significato
di soffio, vento ma, per traslato, anche di
spirito santo, ispirazione divina. Nel passaggio dal
Vecchio al Nuovo Testamento il termine spirito subisce
rilevanti cambiamenti per fissarsi definitivamente con
un connotato divino. A questo punto per, ecco la stranezza
che colpisce il profano: questo spirito  sostanzialmente
estraneo alla semplice predicazione che Ges adatta
all'umile uditorio al quale si rivolge; infatti nella narrazione
evangelica compare poco.

FILORAMO: Per capire la natura di questo spirito divino nei
Vangeli  indispensabile accennare al suo ruolo in quello che
noi chiamiamo l'Antico Testamento, poich gli autori dei
Vangeli sono profondamente influenzati da quegli scritti.
L'idea della divinit come spirito (in greco pneuma, vento,
soffio, respiro) era diffusissima. Infondo, come
indica lo stesso termine, il soffio come respiro  il simbolo
stesso della vita. Di qui una concezione molto diffusa in
antico anche nelle religioni politeistiche: il cosmo  come
un grande uomo animato al proprio interno da un soffio
divino; l'uomo, per converso,  un microcosmo, che ne riproduce
in piccolo le fattezze, partecipando a questo soffio.
La filosofia stoica, una delle grandi scuole ellenistiche,
ha dato dignit filosofica a questa concezione: lo pneuma,
uno pneuma materiale ma nel contempo divino,  il fondamento
del cosmo. Non sto a ricordare le fortune di questa
forma di panteismo, che riemerge continuamente nella
storia del pensiero occidentale: basti pensare a Spinoza.

AUGIAS: Con la sua felice formula Deus sive Natura - cio:
Dio ovvero la natura.

FILORAMO: Appunto. Dunque, non deve stupire che nel
racconto della Genesi lo spirito di Dio aleggi sulle acque.
Pi importante per il nostro discorso  una seconda concezione
di spirito divino: lo Spirito Santo come fonte
d'ispirazione. Dio lo trasmette ai suoi eletti perch partecipino
in qualche modo della sua natura: l'unto del Signore,
a cominciare dal re - abbiamo avuto occasione di
parlarne -,  tale perch riceve, direttamente o mediante
un intermediario incaricato da Dio, questo potere particolare.
Potremmo anche dire: riceve la sacert di Dio;
in qualche modo viene sacralizzato. Tutti i capi di Israele
- da Mos a Giosu, dai giudici a Davide, fino a Salomone -
ricevono la loro saggezza, il loro coraggio, la loro
forza, come doni inerenti allo spirito divino loro concesso.
Ma il caso pi importante  quello dei profeti. I
grandi profeti biblici, da Isaia a Geremia a Ezechiele, altri
non sono che uomini scelti da Dio fin nel ventre della
loro madre, che parleranno al posto di Dio (questo significa
il termine greco prophtes) guidando il popolo in
nome dello spirito divino.

AUGIAS: Invenzione straordinaria, che serve a legittimare
il carisma di certi individui, e che infatti ritorner, in mille
forme, nella storia successiva fin quasi ai nostri giorni.

FILORAMO: Vi  infine una terza accezione di spirito divino,
fondamentale per il nostro discorso: la sua presenza
nella comunit del patto; in altri termini, la sua valenza sociologica
di fondamento della comunit degli eletti. Provi
a rileggere la famosa scena della Pentecoste in questa prospettiva:
lo Spirito divino scende su un gruppo di discepoli
impauriti e nascosti, timorosi di essere catturati dalle
autorit romane in quanto seguaci di un leader politico
crocifisso e che molti di loro hanno abbandonato nel momento
del massimo rischio.

AUGIAS: Leggiamolo quello straordinario racconto; lei prima
ha tirato in ballo il film L'esorcista, anche questa scena
narrata negli Atti degli Apostoli sembra avvicinarsi a un
film di fantascienza: Mentre stava compiendosi il giorno
della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso
luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi
un vento che si abbatte impetuoso, e riemp tutta la casa
dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che
si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono
colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in
altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere
di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei
osservanti, di ogni nazione che  sotto il cielo. A quel rumore,
la folla si radun e rimase turbata, perch ciascuno
li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e,
fuori di s per la meraviglia, dicevano: "Tutti costoro che
parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di
noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti,
Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea
e della Cappadcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia
e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino
a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosliti, Cretesi
e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle
grandi opere di Dio". Tutti erano stupefatti e perplessi,
e si chiedevano l'un l'altro: "Che cosa significa questo?"
Altri invece li deridevano e dicevano: "Si sono ubriacati
di vino dolce" . Poich siamo partiti dalla frase di Borges
delle Scritture come letteratura fantastica, ecco qui un
esempio di altissima letteratura - fantastica, per l'appunto.

FILORAMO: Nessun dubbio.  la discesa dello Spirito che
li rincuora e li fa rinascere, soprattutto in questa scena raccontata
da Luca negli Atti. Nasce, si fonda, una nuova comunit:
quella dei seguaci del Risorto. Non  poco. Se 
inventato,  ben inventato.

AUGIAS: Come lei ha detto, i Vangeli riprendono dunque
usi ed episodi del Vecchio Testamento, ovvero della Bibbia
ebraica. Per esempio,  lo spirito di Dio che consacra
Ges Messia nella scena del battesimo nel Giordano.

FILORAMO: S, per rileggendoli alla luce di un dato nuovo:
la stretta relazione tra Ges e Dio. Ora esiste anche
uno spirito di Cristo; quest'idea  chiaramente espressa da
Giovanni quando Ges promette ai suoi di inviare loro dopo
la sua morte il Parclito Consolatore, cio una specie
di avvocato difensore. La dottrina della Trinit, come s'
visto, rappresenta uno sviluppo successivo, ma nei Vangeli
sono contenuti molti spunti che vanno in quella direzione.
Forse il cenno pi chiaro  nella chiusa del Vangelo
di Matteo, con l'invito del Risorto ai suoi discepoli ad
andare e battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo.

AUGIAS: Quella figura  stata poi compresa nella formula
- che per i cattolici  un impegno d'adesione alla loro
dottrina - contenuta nel Credo che non a caso si chiama
simbolo niceno-costantinopolitano perch nato a Nicea
e a Costantinopoli. A un certo punto l'orante afferma:
Credo nello Spirito Santo che  Signore e d la vita,
e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre ed il Figlio 
adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti.
Volendo si potrebbe qui aggiungere che sulla formula secondo
la quale lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio
(qui ex Patre filioque procedt) si  consumata la secolare
scissione mai pi interamente ricomposta tra le Chiese
occidentali (comprese le confessioni protestanti) e quelle
d'Oriente che ammettono solo una discendenza dal Padre.
Lei ha lungamente studiato la questione, compreso il pensiero
di Agostino al riguardo.

FILORAMO: La ringrazio d'averlo citato. Agostino  di quei
personaggi che ti accompagnano lungo tutta la vita. Leggendolo
e rileggendolo, troverai sempre qualche pensiero
acuto, originale, profondo, che ti potr ispirare. Per me il
fascino maggiore consiste nel fatto che grazie alle Confessioni,
ma soprattutto al ricco epistolario e alle numerosissime
prediche che di lui ci sono pervenute, puoi cogliere
la realt complessa, in continuo divenire, del suo pensiero,
ma prima ancora dell'uomo Agostino. Pensiamo a un dato
a prima vista banale. Agostino, a differenza di Tommaso,
non ci ha lasciato un ordinato sistema teologico. Le sue
grandi opere sono spesso scritte nel fuoco di violente polemiche,
in cui si persegue lo scopo - spesso letterale - di
far fuori i propri nemici, che siano i manichei di cui  stato
adepto per ben nove anni nel periodo della formazione
giovanile, o i donatisti, contro cui ha lottato fino all'ultimo
sangue: quando inizia a scrivere contro i donatisti nel
395, le chiese donatiste erano la maggioranza nell'Africa
cristiana. Nel 411, al Concilio di Cartagine, Agostino, praticamente
da solo, confuta i rappresentanti pi agguerriti
dei donatisti, convincendo il rappresentante dell'imperatore
che i cattolici hanno ragione e dunque facendoli alla
fine condannare come eretici, con le conseguenze del caso:
alla fine, l'ha avuta vinta.

AUGIAS: Lei  chiaramente sedotto dal genio di Agostino.
C' per nell'atteggiamento del vescovo d'Ippona il rischio
dell'estremismo; il suo carattere  violento, rasenta
il fanatismo. Nell'et pi giovane una sfrenata sensualit;
dopo la conversione una totale castigatezza, anzi un ripudio
totale e sprezzante della carne di cui pure siamo fatti;
sempre tutto di qua o tutto di l. L'abbiamo pagato caro
il prezzo del suo indiscutibile genio.

FILORAMO: Infatti, il prezzo considerevole da pagare per la
sua vittoria sui donatisti  aver introdotto una concezione
di Chiesa cattolica arrivata fino ai giorni nostri: o sei nella
Chiesa o sei contro la Chiesa. E allora, poich lo Stato
 il braccio secolare di quella Chiesa, la condanna teologica
dei nemici si tradurr inevitabilmente in una loro
condanna giuridica, che pu arrivare fino alla morte: la
via dei roghi e dell'Inquisizione era aperta. Che cosa voglio
dire con ci? Che Agostino non , come il sottoscritto,
uno studioso da tavolino - anche se  pure questo. Assolve
mille impegni da vescovo e da polemista, nelle sue lettere
si lamenta continuamente di non aver mai tempo per
i suoi amati studi. Amerebbe il tavolino ma  un uomo di
battaglie in nome della vera fede. La sua guerra ideologica
contro Pelagio e il suo allievo Giuliano di Eclano intorno
alla natura della grazia e del libero arbitrio ha fatto
la storia del pensiero occidentale: basti pensare a Lutero,
monaco agostiniano, e alle conseguenze del fatto che era
pi agostiniano lui dello stesso Agostino.

AUGIAS: Era anche tedesco, se si pu dire. Agostino era
uomo di forti passioni, a cominciare dalla concupiscenza.
Ne parla a lungo nelle Confessioni: la sessualit  una tentazione
contro cui bisogna lottare fino alla morte, anche
per chi come lui, dopo la conversione, ha fatto una scelta
di celibato.

FILORAMO: Sarei tentato di dire, forzando un po' le cose,
che questa lotta interiore diventa una chiave per una
profonda e originale rilettura teologica. Essa sta alla base
del suo capolavoro, La citt di Dio, in 22 libri, un'opera
apologetica che inizia a scrivere subito dopo il sacco
di Roma del 410 per confutare l'accusa pagana che la
causa di questo disastro fosse stata l'impotenza del Dio
cristiano a difendere la citt eterna, e che terminer soltanto
pochi anni prima della morte, nel 430. Le due citt
in questione costituiscono i due tipi di umanit formatisi
come conseguenza del peccato originale. Da un lato,
vi sono coloro che ne rimangono preda, perseguendo
l'amor sui che li porter alla condanna definitiva dell'Ultimo
Giudizio. Sono preda di una concupiscenza profonda,
non tanto sessuale, soprattutto mentale, egotistica e narcisistica,
che gli impedisce di uscire dall'angusto cerchio
delle proprie quotidiane concupiscenze invece di donarsi
a Dio. Dall'altro lato ci sono coloro che, per scelta imperscrutabile
di Dio e mossi dall'amor dei, sfuggiranno a questo
destino di morte e potranno godere per l'eternit della
visione beatifica di Dio. In quanto tale, la citt di Dio
non coincide con la Chiesa, che  una societas permxta,
una realt legata al tempo della storia, che per sua natura
contiene, come insegna la parabola del grano e della zizzania,
buoni e cattivi, in attesa che il Giudice divino li separi
definitivamente. I veri cristiani, che ne costituiscono
il nucleo vivente, sono, di conseguenza, una comunit
peregrinante in questa vita, in attesa di ricevere la ricompensa
finale nell'altra.

AUGIAS:  terribile, mi consenta di dire, questa visione.
Contiene il rovesciamento totale della cultura classica che
contemplava la vita come un bene, comprese avversit e
sventure. C' qui anche una delle ragioni per le quali i primi
cristiani venivano perseguitati dai magistrati imperiali.
Richiesti di giurare lealt, di fare atto di venerazione al
princeps, si rifiutavano dicendosi cittadini non di Roma ma
del cielo, arrivavano a chiamare il giorno del martirio quello
della loro vera nascita. Se interpreto bene, Agostino mette
il suo geniale sigillo alla fine di un mondo e di una civilt.

FILORAMO: In qualche modo s; ma anche perch nell'ultima
fase della sua vita questa civilt, in Occidente, stava
crollando. L'Impero d'Occidente si stava disgregando
sotto le invasioni di differenti popolazioni barbariche:
quando Agostino muore i Vandali hanno ormai invaso la
sua terra. Agostino ha avuto il merito (o il demerito, per
i suoi critici) di fondare, anche da un punto di vista teologico,
una Chiesa autonoma dall'aiuto dello Stato, di natura
sacramentale, peregrina e cio non legata alle fortune
di questo mondo, dunque pronta a legarsi alle nuove
realt politiche territoriali che stavano nascendo: i regni
romano-barbarici.
Ma torniamo al problema dal quale siamo partiti: il modo
in cui Agostino, in particolare in un trattato dedicato
a questo tema, De Trinitate, ha affrontato la questione trinitaria.
La domanda di fondo  semplice: com' possibile
immaginare questa realt? La sua risposta non potrebbe essere
pi radicale: guai a immaginarla; immaginare un Dio
incorporeo significa proiettare su di lui aspetti dell'uomo
che invece ha un corpo, dunque, alla fine, avere una concezione
di Dio quasi che avesse un corpo.

AUGIAS: Lo scriveva anche Spinoza ed  d'altronde la concezione
ebraica di un Dio immateriale, pura concezione
dell'intelletto. Ma, come lei diceva qualche capitolo fa, i
fedeli hanno bisogno di poter immaginare qualcosa, fossero
anche le povere statuette di gesso che ornano le chiese.

FILORAMO: Certamente, un illetterato, una persona umile,
ha bisogno di un appoggio per pensare il suo Dio: un'immagine
pittorica, per esempio, o, in un'epoca in cui queste
immagini della Trinit non esistevano ancora, un'immagine
mentale. Ma quale? Lo apprendiamo da un passo
dell'VIII libro del De Trinitate, dove, polemizzando contro
le rappresentazioni corporee della Trinit, Agostino
osserva: Questo Dio, se ci sforziamo di pensarlo, nella
misura in cui ce lo concede e permette, non pensiamolo in
contatto con lo spazio, abbracciante lo spazio, come una
specie di essere costituito da tre corpi. Non si ha da immaginare
in lui nessuna unione di parti congiunte, come in
quel Gerione dai tre corpi, di cui parlano le favole.
Nella sua polemica contro quei fedeli che non possono fare a
meno di immaginarsi Dio come dotato di un corpo, Agostino
fa ricorso a un'immagine dell 'Eneide di Virgilio, resa
celebre da Dante nella sua rappresentazione di Lucifero
come cerbero nel canto 34esimo dell'Inferno. Il riferimento
ha uno scopo evidente: la rappresentazione a tre teste
 in realt diabolica.

AUGIAS: Posso obiettare che rischiava d'andarsi a cacciare
in un cul di sacco?

FILORAMO: Forse, per brillantemente ne esce. Ma allora,
se per accostarsi al mistero trinitario non  possibile far ricorso
all'immagine, come procedere? Ho ricordato prima,
parlando delle due citt, che mentre una  mossa dall'amor
sui, e dunque destinata alla perdizione eterna (nei duri e
crudeli termini agostiniani: massa peccati, massa damnationis),
l'altra  mossa dall'amor Dei. Il tempo che l'uomo vive
immerso nel peccato  un tempo di morte; soltanto la
caritas donata dallo Spirito in Cristo mediante una grazia
immeritata e insondabile d all'uomo la capacit di risorgere.
Per l'Agostino della maturit, la matrice di fede 
l'azione dell'amore fondamento del Dio trinitario. Detto
in altri termini, e molto semplificando un problema complesso,
il mistero trinitario  retto da una relazione di amore
fra le tre persone divine. Nell'ultimo libro del De Trinitate
afferma che soltanto accostando la Trinit al mistero
dell'amore  possibile averne qualche intuizione ricorrendo
all'analogia dell'amante, dell'amato e dell'amore. Tutta
la sua teologia trinitaria culmina cos nell'identificazione
dell'identit o sostanza assoluta con l'atto d'amore perfetto:
 la caritas dello Spirito, dono del Padre e del Figlio,
che meglio rivela l'essenza divina: La carit con cui il Padre
ama il Figlio e il Figlio ama il Padre ci rivela l'ineffabile
comunione [lo Spirito] dell'uno con l'altro. Il suo pensiero
sfida la logica quotidiana,  come scalare una montagna
di sesto grado solo con l'aiuto della propria mente, confidando
in un aiuto soprannaturale. Molti di questi scalatori
non ce la fanno e, comunque, il giorno dopo sono dimenticati.
Di Agostino continuiamo e continueremo a parlare.

AUGIAS: Sinceri complimenti per questa brillante sintesi
che solo un'ottima conoscenza dell'argomento permette
di fare. Rinnovo il mio dubbio se una tale raffinata e complessa
costruzione filosofica sarebbe piaciuta al fondatore
di quella religione, cos vicino ai bisogni degli umili, alla
loro povera vita, alle loro elementari richieste di rassicurazione.
Forse per c' un altro angolo dal quale guardare.
Forse possiamo vedere qui uno dei veri punti di forza
delle religioni - e di ogni altra credenza umana, politica
compresa: la capacit di parlare a ognuno secondo il suo
personale livello.
...
10. GIUSEPPE UOMO BUONO E PIO.

AUGIAS: Nel racconto su Ges, le sue parole, la sua cerchia
di seguaci, i suoi nemici, le persone che gli furono vicine,
c' una lacuna. La trama narrativa ha una grossolana smagliatura
quando si affronta la figura del padre secondo la
carne, di colui che dovrebbe, avrebbe dovuto, essere suo
padre, che ci viene presentato come suo padre adottivo.
Giuseppe, l'uomo generoso che lo ha accolto come un figlio
anche se il suo concepimento  stato cos anomalo.
Sapendo quale amore e quanta dedizione un buon padre
ebreo dedica al proprio figlio, tanto pi al primogenito, 
possibile immaginare la quantit di attenzioni che Giuseppe
ha rivolto a quel ragazzo, educandolo secondo la legge
divina e quella degli uomini, recandosi con lui in sinagoga
per i riti dello shabbat, preparandolo all'accoglimento
del precetto una volta arrivata l'et del Bar Mitzvah. Nonostante
tutto questo, Ges non ha nemmeno una parola,
mai, su di lui.
La figura di Maria infatti  resa ancora pi complicata dal
fatto che le vengono attribuiti - se  lecito esprimersi in
termini poveramente terreni - due sposi. Lo sposo per dir
cos umano che figura essere un falegname o un carpentiere
o piccolo imprenditore di nome Giuseppe. Lo sposo
divino, l'entit che la rende madre fecondandola, che  lo
Spirito Santo, una delle tre facce della misteriosa figura
chiamata Trinit da lei efficacemente delineata nel precedente
capitolo. Volendo valutare storia e protagonisti delle
Scritture sotto l'aspetto letterario - come ci siamo proposti -
Giuseppe rimane uno dei personaggi meno risolti,
una figurina relegata sullo sfondo, attore marginale in un
paio di episodi, muto per l'intera durata della narrazione.
Un uomo descritto come anziano, comunque pi anziano
di sua moglie giovinetta, un uomo generoso al quale la moglie
partorisce un figlio che lui non ha generato e che per,
per umana generosit o per divina comprensione, adotta.
Non sono cose nuove, al contrario sono accadute spesso
anche nel mondo reale, ci sono romanzi e commedie,
ma anche episodi di cronaca, il cui intreccio si basa su situazioni
analoghe. Ammettiamo per che se la circostanza
 comprensibile da un punto di vista umano,  proprio
l'elaborazione teologica che in questo caso non  riuscita
a trovare un equilibrio convincente.

FILORAMO: Partiamo da una prima considerazione. Poc'anzi
abbiamo visto che Luca attribuisce un ruolo significativo
a Maria: la storia dell'infanzia di Ges , per cos dire,
una storia scritta dal punto di vista di Maria. Chi invece
fa agire Giuseppe  il testo di Matteo: la sua sembra
una storia scritta dal punto di vista di Giuseppe. Giuseppe
non esiste per Marco; in Giovanni vi sono due brevi
menzioni, in cui Ges  presentato come il figlio di Giuseppe:
dell'uomo non si dice nulla, in coerenza, credo,
con la prospettiva dell'evangelista, che ha interesse unicamente
per la paternit celeste dell'Inviato. Compare in
Matteo dicevo: come vi agisce e reagisce? La divinit comunica
pi d'una volta con lui attraverso i sogni. Il modello
potrebbe essere il Giuseppe dell'Antico Testamento:
come lui, anche il nostro Giuseppe aveva un padre di
nome Giacobbe (secondo Matteo; mentre secondo Luca 
figlio di Eli), va in Egitto, ha sogni sul futuro,  casto. Il
Vangelo di Matteo cerca di attribuirgli un ruolo positivo,
i sogni come quelli che fa Giuseppe erano considerati di
origine divina, sono portati da un angelo che nell'Antico
Testamento  messaggero di Dio stesso.

AUGIAS: Nel testo che lei richiama, l'episodio  esposto nel
capitolo I. Vorrei leggere questi pochi versetti e commentarli
con lei dal momento che, pur nella loro concisione,
contengono alcune notizie notevoli: Cos fu generato
Ges Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di
Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trov
incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo,
poich era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente,
pens di ripudiarla in segreto. Mentre per stava
considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un
angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide,
non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti
il bambino che  generato in lei viene dallo Spirito Santo;
ella dar alla luce un figlio e tu lo chiamerai Ges: egli
infatti salver il suo popolo dai suoi peccati". Tutto questo
 avvenuto perch si compisse ci che era stato detto
dal Signore per mezzo del profeta: "Ecco, la vergine concepir
e dar alla luce un figlio: a lui sar dato il nome di
Emmanuele, che significa Dio con noi". Quando si dest
dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo
del Signore e prese con s la sua sposa; senza che egli
la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiam
Ges.
Questi gli otto versetti che ci interessano. Cominciamo
dal primo: prima che fossero andati a stare insieme Maria
si trov incinta. Il testo ci informa che i due promessi
avevano celebrato solo la prima parte del contratto nuziale;
potremmo chiamarli gli sponsali, per non avevano
ancora cominciato una vera convivenza, quella che i Romani
definivano come condivisione della mensa e del letto.
Ecco perch Giuseppe - giustamente - si stupisce della
gravidanza ma essendo uomo buono e generoso non vuole
esporre a infamia la fidanzata.

FILORAMO: Comincio dal fatto che Giuseppe viene presentato
come un uomo anziano. Abbiamo gi ricordato
che Maria doveva avere intorno ai dodici o tredici anni,
e che all'epoca le donne si sposavano poco dopo la prima
mestruazione. I due abitavano in un piccolo villaggio dove
Giuseppe, date le condizioni generali, faceva un lavoro
discreto, diremmo oggi che aveva raggiunto una posizione
stabile; le famiglie dei due nubendi si conoscevano
e sono le famiglie a combinare il matrimonio. In nessun
caso per dobbiamo pensare che Giuseppe fosse un vecchio
come talvolta l'iconografia lo mostra. Poteva avere il
doppio degli anni di lei, era un uomo comunque sotto la
trentina, quindi nel pieno vigore virile. Una situazione che
tutto sommato ritengo abbastanza normale, dove spettava
a lui garantire il mantenimento della famiglia. Quando
scopre questo piccolo tradimento di Maria, perch dal
suo punto di vista di questo si trattava, reagisce da quel
pio ebreo che , accetta e progetta di separarsi da lei senza
per un ripudio ufficiale e pubblico.

AUGIAS: La situazione  delicata, i due promessi vivono in
un piccolo villaggio dove le voci girano velocemente,
sono diremmo fidanzati ma non abitano ancora sotto lo
stesso tetto, la parte conclusiva del matrimonio dovendo
ancora essere celebrata.

FILORAMO: Possiamo comprendere l'imbarazzo di Giuseppe:
la giovane vergine a cui  stato promesso in realt  incinta.
Di chi? Che fare? La verginit della promessa sposa,
in questo tipo di societ, era come un bene sociale che
entrava nel patto di matrimonio tra le due famiglie, con
conseguenze sulla dote. Dunque, un problema economico
ma anche o soprattutto di onore sociale: in quelle condizioni,
un vero e proprio capitale. Del resto, se pensiamo
che questo tipo di pensiero era ancora vigente nel nostro
Meridione quando io, che sono meridionale, ero ragazzo,
non c' molto da stupirsi della reazione di Giuseppe:
cornuto - mi passi il termine - prima ancora di consumare
il matrimonio! L'autore del Protovangelo di Giacomo,
di cui abbiamo gi avuto occasione di parlare, ci racconta
che Giuseppe (vedovo con figli: un modo per conservare
la verginit di Maria: i fratelli di Ges diventano
cos fratellastri), dopo essersi fidanzato con Maria, la lascia
in casa e riprende il suo lavoro di carpentiere allontanandosi
per un lungo periodo, ben quattro anni: cosa plausibile,
ieri come oggi, quando a lavorare  solo il marito e
questo lavoro pu costringere a lunghe separazioni. Ritorna
quando ormai Maria  al sesto mese della gravidanza
e ha sedici anni. Ritrovandola incinta, preda di una violenta
rabbia, si getta a terra e si lamenta, non lasciandosi
affatto convincere dalla rivendicazione di purezza verginale
di Maria. Come non comprenderlo? La sua  una
reazione del tutto umana. Mentre progetta di allontanarla
in gran segreto, gli appare in sonno un angelo che gli
conferma la verit di quel che gli ha detto Maria. Giuseppe
si lascia alfine convincere. Ma non  finita. Nel nostro
testo, Giuseppe avrebbe dovuto rispettare la castit della
vergine che gli era stata affidata dal Tempio: come dimostrare
ora che lui non aveva nulla a che fare con la gravidanza
della giovinetta? Deve sottoporsi all'ordalia delle
acque amare, come anche Maria, una prova in principio
riservata alle donne sospettate di adulterio. Il rito consisteva
in un giuramento seguito dall'assunzione, nel Tempio
di Gerusalemme, di acqua pura, alla quale era mescolata
della polvere del suolo del Tempio. Se si sopravviveva,
voleva dire che si era detta la verit. Racconto questo
solo per dire come di fronte al quesito dell'atteggiamento
di Giuseppe nei confronti di Maria gi gli autori antichi
si trovassero in imbarazzo.
Comunque, quel che mi sembra evidente nel racconto che
fa Matteo  che Giuseppe  un ebreo giusto. Questo aggettivo
 fondamentale: significa, intanto, che egli rispetta
la volont di Dio; infatti, una volta convinto - faticosamente,
ammettiamolo: ma chi pu dargli torto? Non cpita
tutti i giorni che lo Spirito Santo visiti la promessa sposa
mettendola incinta senza violarne la verginit - che Maria 
rimasta vergine ed  incinta in modo miracoloso, si comporta
di conseguenza, obbedendo alle direttive divine comunicategli
in sogno e dimostrandosi alla fine un buono sposo.
Tutto ci detto, sono d'accordo con lei. Nei Vangeli la figura
di Giuseppe  problematica. Non  un caso che anche
i Padri abbiano avuto parecchie difficolt nell'interpretarla
e che non abbiamo nessun libro o commento su quello
che rimane comunque il padre terreno di Ges.

AUGIAS: Alla sorpresa e possiamo senz'altro supporre al
disappunto - se non alla collera - di Giuseppe, fa eco lo
stupore di Maria quando l'arcangelo Gabriele in persona,
questa volta non in sogno ma durante la veglia, va ad annunciarle
che avr un figlio. Luca nel primo capitolo lo
racconta cos: Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato
da Dio in una citt della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di
Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: "Rallegrati, piena di grazia: il
Signore  con te". A queste parole ella fu molto turbata
e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perch hai trovato
grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai
alla luce e lo chiamerai Ges. Sar grande e verr chiamato
Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli dar il trono
di Davide suo padre e regner per sempre sulla casa di
Giacobbe ed il suo regno non avr fine". Allora Maria disse
all'angelo: "Come avverr questo, poich non conosco
uomo?" Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scender
su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprir con la sua
ombra. Perci colui che nascer sar santo e sar chiamato
Figlio di Dio.
Anche in questo caso il racconto  breve e densissimo,
ricco di battute di dialogo per le quali si ripropone il problema
che abbiamo gi discusso (e anche chiarito) di come
Luca sia stato in grado di riferirle Verbatim. Gabriele,
tra le altre cose, si sbilancia in una promessa di enorme rilievo
quando dice il Signore Dio gli dar il trono di Davide
suo padre. Che significato ha una profezia del genere?
 possibile dedurne un'allegoria politica? Cosa che
del resto Pilato far, come vedremo. A me pare che questa
parte della storia, narrativamente magnifica, molto
pecchi di coerenza.

FILORAMO: Per risponderle, occorre una premessa. Abbiamo
qui a che fare con una sapiente costruzione letteraria,
basata sul parallelismo con la nascita del cugino di Ges,
il Battista. L'arcangelo Gabriele, poco prima, era andato a
visitare il padre di lui, Zaccaria, lo abbiamo visto. La nascita
del Battista e quella di Ges sono entrambe nascite
miracolose, che si iscrivono nel piano di salvezza divino.
Il parallelismo  spinto fino al punto che lo stesso messaggero
divino interviene nel sesto mese di gravidanza sia di
Elisabetta sia di Maria. Secondo un tipico modulo veterotestamentario
(per esempio, la storia di Esa e Giacobbe),
anche qui il primo, Giovanni,  destinato a essere superato
dal secondo, Ges, come riconoscer lo stesso Giovanni
al momento del battesimo di Ges. Il parallelismo con
la nascita di Giovanni costituisce in fondo la risposta al
suo dubbio di incoerenza. Il racconto  un tipico racconto
di epifania, molto diffusi all'epoca: gli di si manifestavano
continuamente, perch un angelo non poteva manifestarsi
a una pia promessa sposa, in attesa trepidante di
avere un bambino? Se noi confrontiamo la manifestazione
di Gabriele a Zaccaria, il padre del Battista, con quella
a Maria, troviamo una serie di elementi analoghi: turbamento
e stupore, garanzie da parte dell'inviato divino,
comunicazione del messaggio, rassicurazioni finali. Ma a
questo punto il parallelismo termina, perch la natura straordinaria
del Messia promesso porta, come conclusione logica,
all'eccezionalit della sua nascita.

AUGIAS: Rimane l'altro problema, forse ancora pi grande;
ovvero l'azione in qualche modo fisica che, anche salvaguardando
l'illibatezza della fanciulla, le consenta di concepire.
Qui parliamo di un autentico concepimento cui
seguir una regolare gravidanza con tutte le conseguenze
anatomiche e fisiologiche connesse.

FILORAMO: Per capire la natura della promessa trasmessa
da Gabriele, occorre tenere presente come avviene questa
nascita. In greco, Spirito Santo  senza articolo: non rimanda
alla terza persona della Trinit ma allo spirito divino,
quello, per intenderci, dell'ispirazione cui si  gi accennato;
coincide con la potenza di Dio. Non , in altri termini,
lo Spirito divino a mettere incinta Maria (uno spirito,
tra l'altro, femminile che mette incinta un'altra donna:
oggi sarebbe molto richiesto), ma la potenza di Dio,
come conferma l'espressione coprire con l'ombra che,
nell'Antico Testamento, serve a descrivere la presenza di
Dio nel sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme o,
come nel finale del libro dell' Esodo, dove Dio copre con
la sua ombra, in forma di nube, la tenda del convegno, a
confermare il patto. Cos ora Maria  diventata la tenda
del nuovo patto, dove dimora lo spirito di Dio. Risultato?
La nascita del Messia.
Con questo, vengo alla promessa messianica; se vuole,
possiamo considerarla un'allegoria politica; in realt,  qualcosa
di pi.  ci su cui si basa la speranza cristiana: che
Ges, il figlio di Maria, sia il Messia, promesso da Dio per
il riscatto del popolo ebraico.  una promessa politico-religiosa.
Noi oggi abbiamo perso, con la secolarizzazione,
la percezione dell'intreccio tra politica e religione tipica
del mondo antico. Il re era un unto di Dio; il Messia
liberatore era un inviato di Dio. Dio si occupava continuamente
delle cose umane, se vuole, di politica; n la politica
poteva trascurarlo. Altri tempi.

AUGIAS: Torno al sogno di Giuseppe per fermarmi sul versetto
dove si legge: Tutto questo  avvenuto perch si
compisse ci che era stato detto dal Signore per mezzo del
profeta: "Ecco, la vergine concepir e dar alla luce un figlio".
Compare qui il termine vergine sul quale molto
si  discusso poich in quella profezia l'originale ebraico
porta almah che ha il significato di giovinetta, non di
vergine nel senso di donna che non ha conosciuto uomo
(virgo intacta). Almah si pu tradurre con vergine
solo forzandone un po' il senso; in realt si tratta di una
giovinetta dunque presumibilmente vergine; come in tedesco
dove vergine  per l'appunto Jungfrau, ovvero giovane
donna. Quando  avvenuto, ad opera di chi, il notevole
salto di significato tra almah e vergine?

FILORAMO: Per risponderle, mi permetta di sottolineare
il modo sintetico in cui il tema della verginit  presentato
in Matteo, che appunto la fa risalire alla profezia di
Isaia per la casa di Davide, in cui viene annunciata, otto
secoli prima, la nascita di un bambino. Il testo veterotestamentario
effettivamente dice che questo bambino sar
concepito e dato alla luce da una almah, una giovane
donna: Ecco, la giovane donna concepir e partorir
un figlio, che chiamer Emanuele, letteralmente nell'originale
ebraico. Per nella versione greca della Bibbia di
cui Matteo disponeva, i Settanta, nonostante secondo
la leggenda fossero ispirati da Dio, commisero un errore
traducendo almah, giovane donna, conparthenos, vergine,
anche se la parola ebraica per indicare una donna
che non ha conosciuto uomo, quindi prima del matrimonio,
 un'altra, betulah. Ed ecco come, in conseguenza di
questo errore, Ges fin per nascere non da una giovane
donna ma da una vergine.

AUGIAS: Non  poco, anche perch solo pochi fedeli sono al
corrente di queste diciamo sviste che confermano il detto
traduttore-traditore. Sottopongo alla sua analisi un altro
versetto di Matteo, quello conclusivo in cui leggiamo,
nella versione Cei 2008, che Giuseppe: Prese con s la
sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce
un figlio ed egli lo chiam Ges. Ma se stiamo alla lettera
della traduzione - ad esempio e non la conobbe finch
ebbe partorito un figlio nella versione dei Vangeli a cura
di Giancarlo Gaeta che sembra pi vicina al senso effettivo
dell'episodio - dovremmo intendere che dopo la nascita
di Ges, figlio dello Spirito, Giuseppe pot finalmente
completare il sospirato rapporto coniugale con Maria.

FILORAMO: In effetti,  una possibilit. Non voglio entrare
nell'intricata questione dei fratelli e delle sorelle
di Ges, ovvero se questi erano veramente fratelli carnali
e non fratellastri secondo l'ipotesi per cui Giuseppe quando
si fidanza con Maria era gi vedovo con figli; n se fossero
solo cugini - come ha sostenuto la tradizione cattolica
che ritiene vergine Maria anche dopo il parto. Se si escludono
queste due ipotesi rimane una sola possibilit:
dopo la nascita verginale di Ges, i due sposi si sono biblicamente
conosciuti e hanno messo su una nuova famiglia.

AUGIAS: Un'interpretazione letterale del versetto ci permetterebbe
di dirimere l'annosa questione dei fratelli
di Ges, uno dei quali, Giacomo, diventer capo della comunit
di Gerusalemme, oggi diremmo vescovo. Lo storico
Giuseppe Flavio nel suo Antichit giudaiche lo definisce
appunto Fratello di Ges, il cosiddetto Cristo. Cos fa
anche Paolo nella Lettera ai Galati. Ne parleremo pi avanti.
Questo ritratto di Giuseppe ci ha restituito un personaggio
umile ed appartato, un padre adottivo al quale suo figlio Ges
non dedica nemmeno una parola, un uomo che merita il
titolo di santo non per azioni eroiche n per prove di particolare
sapienza ma solo per la paziente rassegnazione con
la quale s' adattato a un ruolo cos ingrato. Sua moglie
ha avuto il titolo di Madre di Dio essendone come ogni
creatura mortale anche figlia. Nel canto 33esimo del Paradiso
Dante dedica versi sublimi a questa straordinaria e anzi
unica condizione creata dalla teologia: Vergine madre,
figlia del tuo figlio la definisce giustamente con un doppio
paradosso: vergine e madre, figlia del figlio. A Giuseppe
nessuno ha pensato di dare un titolo equivalente. Se ne
deve dedurre che mentre Maria  considerata madre sia
del Ges Dio sia del Ges uomo, Giuseppe  padre adottivo
solo dell'uomo, lasciando la divinit in esclusiva a sua
moglie. Sono le acrobazie alle quali talvolta devono ricorrere
le costruzioni teologiche.

FILORAMO: Rimane il fatto che Ges pu essere legittimato
come Messia - che non  poco - soltanto in quanto figlio
di Giuseppe della casa di Davide.  anche vero, come lei
ha sottolineato, che nei Vangeli, se si eccettua il caso del
Vangelo dell'infanzia di Matteo, il suo ruolo  del tutto secondario.
Lo si nomina, infine, come padre di Ges quando
la gente si interroga ironicamente: Non  costui il figlio
di Giuseppe, il falegname?, come in Luca e in Matteo;
e in Giovanni: Costui non  forse Ges, il figlio di
Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come
dunque pu dire: "Sono disceso dal cielo"? Poi, nei
Vangeli canonici, di Giuseppe non si riparla pi.

AUGIAS: E nemmeno nella teologia. Ci si  ricordati di lui
solo per intitolargli (papa Pio dodicesimo nel 1955) la festa di san
Giuseppe lavoratore per bilanciare in qualche modo quella
laica e socialista del Primo maggio. Confesso: quest'uomo
cos negletto m'ispira una particolare simpatia.
...
11. IRROMPE IL POPOLO.

C' nei Vangeli un grandioso protagonista collettivo che non pu
essere ignorato: il popolo. Sono le turbe che seguono Ges talvolta
contestandolo, pi spesso ascoltando rapite la sua parola, soggiacendo
al suo magnetismo.  il popolo che interviene e grida, che lo
accoglie a Gerusalemme incerto se invocare un capo spirituale, l'atteso
Messia, o un liberatore d'Israele. In quella drammatica giornata
(diventata nella tradizione cristiana la Domenica delle Palme) lo acclama
come re cos contribuendo a comprometterlo davanti al potere
romano che, mescolate alla folla, ha le sue spie. Pochi giorni dopo
quel popolo ne reclamer il supplizio, cercando d'imporre al procuratore
romano una sentenza - se dobbiamo credere al racconto di
Matteo: E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada su di noi e
sui nostri figli". Non sono le stesse persone che lo avevano accolto
ma  lo stesso popolo, entit mobile agitata da molte contrastanti
passioni nel confuso tentativo di farsi motore della propria storia
ponendo fine al dominio d'un arrogante potere pagano.
Ci sono scene dei Vangeli che quasi anticipano il teatro elisabettiano
o il romanticismo popolare di Victor Hugo, territori urbani o
rurali gremiti di folle in tumulto quali Roma e l'Europa hanno conosciuto
a pi riprese; anche la narrazione evangelica conosce i grandi
drammi, la veloce mutevolezza del pensiero, di cui spesso il popolo
si rende protagonista.
Un popolo di contadini e pastori, operai e pescatori, gente di vita
cos sobria quale oggi non  possibile immaginare. Ridotte al minimo
le necessit quotidiane di cibo, vestimenti, abitazioni, costumi semplici
per cui poco distingue il ricco dal povero; solo il miserabile, quello che
manca di tutto,  riconoscibile nella sua condizione di abietta indigenza.
L'economia  rudimentale, il clima per lo pi  temperato; in prossimit
del mare - dove raramente si conoscono le punte estreme del
freddo - la vita diventa meno aspra.
Il terreno, soprattutto a nord verso la Galilea,  verdeggiante,
ci sono pascoli, acque, alta vegetazione; meno ricco se si scende a
sud e s'arriva in Giudea. Secondo la profezia del Deuteronomio, l
il popolo degli israeliti avrebbe trovato una buona terra: terra di
torrenti, di fonti e di acque sotterranee, che scaturiscono nella pianura
e sulla montagna; terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e
di melograni; terra di ulivi, di olio e di miele; terra dove non mangerai
con scarsit il pane, dove non ti mancher nulla. Grano e olivo
non chiedono molta acqua, crescono spontanee le palme che danno
i carnosi frutti dei datteri, fichi e mandorli non vogliono gran cura;
le api laboriose procurano un miele dolcissimo, cola denso sul pane
e ne fa nobile nutrimento. Pecore e capre brucano dove possono, gli
asini dallo sguardo mansueto, docili al comando, assicurano il trasporto
delle merci e dei pi deboli.
Questo popolo  tenuto insieme da un'immensa speranza, retto
da una legge antichissima scritta, racconta il mito, sotto diretta
dettatura divina.  la Torah, la legge per eccellenza che non regola
solo la propriet, l'alimentazione, i costumi sessuali, ma impone
un principio morale, ordina non solo la societ e i rapporti familiari
ma la stessa esistenza spirituale dei singoli; nessuna legge n a Roma
n in Grecia era mai arrivata a cos complete prescrizioni per la
vita quotidiana degli esseri umani. Il supremo ordinamento morale
degli israeliti  sconosciuto a tutte le altre genti, i figli di Abramo,
Isacco e Giacobbe sono diventati il popolo prediletto da Dio, superiore
agli idolatri ancora dediti a culti primitivi contaminati dalla
prostituzione sacra, religioni spesso ridotte alla vuota scorza dei loro
riti pomposi, non di rado crudeli.
Questo popolo  abitato dal meraviglioso, ignora o rifiuta le spiegazioni
che scienza e filosofia cominciano a dare al funzionamento
del mondo; nell'ultimo secolo prima dell'ra volgare, Lucrezio ha
dato la sua visione disincantata della natura delle cose; questo popolo
invece pensa ancora che i fenomeni naturali dipendano dal capriccio
divino, scambia i disturbi nervosi per possessione diabolica,
confida di poter cambiare, pregando, le leggi del Creato - crede che
sia possibile fermare lo stesso corso del sole.
Nella smisurata fiducia in se stessi, nelle facolt visionarie di
alcuni spiriti vibratili, c' per anche la loro forza. Molti secoli prima
dell'ra volgare, Isaia aveva profetizzato un'ra di pace tra le
nazioni: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al Tempio del Dio
di Giacobbe, perch ci insegni le sue vie e possiamo camminare per
i suoi sentieri". Poich da Sion uscir la legge e da Gerusalemme la
parola del Signore. Egli sar giudice fra le genti e arbitro fra molti
popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance
faranno falci; una nazione non alzer pi la spada contro un'altra
nazione.
Anche Geremia figlio di Helkia della trib di Beniamino aveva
intravisto la luce futura portata da un Messia e aveva detto: Ecco,
verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzer le
promesse di bene che ho fatto alla casa d'Israele ed alla casa di Giuda.
In quei giorni e in quel tempo far germogliare per Davide un
germoglio giusto, che eserciter il giudizio e la giustizia sulla terra.
In quei giorni Giuda sar salvato e Gerusalemme vivr tranquilla.
In mezzo a cento sventure Daniele aveva offerto nel suo libro la
speranza di un Messia venuto a segnare una palingenesi universale.
Negli anni del dolore e dell'esilio, Gerusalemme cessa di essere solo
una citt, diventa un mito addolcito dalla nostalgia, un luogo dell'anima,
l'ideale d'una comunit perfetta.
Utopie, sogni di una societ finalmente compiuta, unico popolo
della terra a fare dell'et dell'oro non una perduta, irripetibile,
esperienza del passato bens un obiettivo che si realizzer nel futuro. La
perfezione arriver solo alla fine dei giorni, quando il male e la
guerra saranno eliminati, e il lupo dimorer insieme con l'agnello
e la conoscenza del Signore riempir la terra come le acque ricoprono
il mare.
Ecco il Messia: un popolo perseguitato, esule, reso schiavo, cos
spesso colpito dalla sventura, vedr l'unto del Signore scendere dalle
nubi del cielo per guidare il genere umano verso la giustizia, instaurare
il Regno di Dio - Malkhuth Shaddai.
Passano i secoli, sorgono e tramontano le dinastie ed i regni, cambiano
le leggi, Eretz Israel, la terra d'Israele, perde nuovamente la
libert, diventa una provincia soggetta ad uno smisurato potere straniero,
questa volta sono i soldati di Roma a calpestare il suo suolo,
a violare, come oser fare Pompeo, perfino il sancta sanctorum
del Tempio.
Eppure, nonostante i cambiamenti profondi imposti dalle armi,
portati dagli anni e dalle sventure, resta nell'animo degli israeliti
la memoria di un passato lacrimevole e glorioso, la consapevolezza
d'una religione senza uguali sulla terra.
Cuore del culto  il Tempio costruito da re Salomone per volere
di suo padre, Davide. Distrutto una prima volta da Nabucodnosor,
sei secoli prima dell'ra volgare, ricostruito al ritorno dall'esilio
babilonese, infine ampliato da re Erode il Grande - questo  il Tempio
che Ges frequenter fino alla celebre ed enigmatica scena in cui
ne caccia i mercanti.  nel Tempio che batte il cuore sacro del popolo
d'Israele, nei sacrifici che i leviti devono compiere ogni giorno
come prescrive il libro dell'Esodo: Ecco ci che tu offrirai sull'altare:
due agnelli di un anno ogni giorno, per sempre. Offrirai uno di
questi agnelli al mattino, il secondo al tramonto. Nel sacro recinto
del Tempio il popolo d'Israele si riconosce uno, nei sacrifci della Pasqua,
in quelli della purificazione delle donne dopo il parto. Il Tempio
 per tutti, anche per chi non ha abbastanza cibo da mettere sotto
i denti, anche per chi non ha mai imparato a leggere ed a scrivere e
non possiede altra sapienza che qualche versetto mandato a memoria.
Bisogna sapere con quale popolo Ges avr a che fare per capire
le svolte spesso drammatiche o repentine degli avvenimenti e degli
umori, altrimenti inspiegabili. Sono queste le pecore smarrite della
casa d'Israele che Ges vuole redimere con la forza della sua parola,
con l'esempio della sua vita, con il finale sacrificio sulla croce.

AUGIAS: Uno dei soggetti che compare qua e l nei Vangeli
 il popolo ovvero le turbe che assistono alla predicazione
di Ges, talvolta lo seguono, hanno reazioni diverse di
fronte alla sua presenza e alle sue parole, ora accettandole
ora rifiutandole. Questo soggetto collettivo costituisce lo
sfondo mobile, non sempre affidabile, sul quale il protagonista
si muove. Il suo mutevole atteggiamento sembra anticipare
la fisionomia popolare, mutevole anch'essa, capace
di svariare dall'adorazione alla ferocia, che molti secoli
dopo il sociologo francese Gustave Le Bon analizzer nel
celebre saggio Psicologia delle folle (1895). Possiamo descriverlo,
questo popolo, nelle sue diverse manifestazioni?

FILORAMO: Un cenno alla terminologia pu essere utile anche
perch oggi il termine popolo  gravato da vari significati
politici devianti. Possiamo scansare l'insidia ricordando
che nel greco del Nuovo Testamento il termine che
indica il particolare soggetto da lei ricordato  ochlos che
significa folla, moltitudine, un insieme di persone
che si raggruppano ora ordinatamente, ora senza ordine
seguendo gli umori del momento, secondo logiche particolari.
Il testo di Le Bon che lei citava conserva in questo
caso la sua importanza anche se, aggiungo, lui aveva in
mente quelle masse, quei soggetti collettivi, che in Francia,
per esempio nel 1871 con la Comune, erano diventate
attori sociali protagonisti di eventi significativi. Le sue
osservazioni comunque restano utili per capire che le folle
dei Vangeli sono un importante soggetto sociale anonimo.
C' poi un altro termine, laos, che corrisponde pi
precisamente al nostro popolo: ma in genere si tratta di
un soggetto teologico. Israele era il popolo scelto da Dio;
cos la nuova comunit dei seguaci di Ges  la sua erede,
il nuovo popolo scelto da Dio e consacrato dalla sua fede
in Cristo. Vi sono infine i popoli in senso etnico (in
greco ethne, le genti a cui si rivolge la missione di Paolo).
Dunque, per ritornare a noi, ci che ci interessa  la folla,
che rimanda ad un gruppo di persone che prima di tutto
segue ed accompagna Ges nella sua predicazione. Questo
popolo  un popolo in genere positivo, un protagonista
interessante.  una realt che possiamo considerare plausibile
se pensiamo all'iscrizione romana Senatuspopulusque.
Stiamo parlando di un periodo in cui la Palestina era soggetta
all'Impero romano, e a Roma il popolo era una realt
politica fondamentale.

AUGIAS: Cos importante che la storia romana  piena di
episodi che mostrano fino a che punto i potenti dovessero
ingraziarsi le masse. In alcuni scontri politici, la scelta
del popolo poteva risultare determinante. Gli stessi imperatori
ne cercavano l'appoggio con elargizioni, giochi, feste.
Panem et circenses  una formula diventata proverbiale
- del resto continua a funzionare anche oggi.

FILORAMO: Non voglio dire che la folla che segue Ges sia
un soggetto politico, certamente  una plausibile realt collettiva.
La societ  dominata dall'oralit e Ges si presenta
come un grande predicatore, le parabole ed i loghia che
gli vengono attribuiti sono di notevole efficacia, la folla
accorre per ascoltarlo, per vederne i prodigi.
Gi il Battista aveva attirato a s folle. Nell'immagine di
Ges offerta dal Vangelo di Marco c' un tratto stereotipo:
Ges  circondato dalla folla che per lo pi nutre verso
di lui un atteggiamento neutrale o positivo. Il concetto
di folla che pu avere una connotazione negativa (per
esempio, quando in Grecia si parla di oclocrazia), in
Marco viene usato in senso positivo. Soltanto nel racconto
della passione le cose stanno diversamente: qui il concetto
ricorre, da un lato, per indicare un gruppo militare;
dall'altro, per segnalare una folla demagogicamente
disponibile, che chiede la morte di Ges.
Faccio un esempio preso dal Vangelo di Giovanni. Siamo
a Betania, dove Ges aveva risuscitato Lazzaro, sei giorni
prima della passione, nella casa di Marta e Maria:
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli
si trovava l e accorse, non solo per Ges, ma anche per
vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi
dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro,
perch molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano
in Ges. Il giorno seguente, la grande folla che era
venuta per la festa, udito che Ges veniva a Gerusalemme,
prese dei rami di palme ed usc incontro a lui gridando:
"Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore
il re d'Israele!" Ges, trovato un asinello, vi mont
sopra, come sta scritto: "Non temere, figlia di Sion! Ecco,
il tuo re viene, seduto su un puledro d'asina". I suoi
discepoli sul momento non compresero queste cose; ma,
quando Ges fu glorificato, si ricordarono che di lui erano
state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte.
Intanto la folla, che era stata con lui quando chiam
Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscit dai morti, gli dava
testimonianza.
In questo passo incontriamo tre tipi di folla. La prima 
quella di cui abbiamo gi parlato:  la folla, se preferisce
il popolo, attratta dalla fama e dalle azioni straordinarie
di Ges, la stessa per la quale Ges aveva compiuto il miracolo
della moltiplicazione dei pani e dei pesci - secondo
Giovanni si trattava di circa cinquemila persone, la folla
che era stata con lui quando aveva risuscitato Lazzaro.
 come un coro greco, che accompagna Ges nel suo peregrinare;
a differenza del coro per non parla, non commenta,
d solo testimonianza.

AUGIAS: Il numero consistente e l'adesione al suo insegnamento
di cui questa folla d prova  ci che impensierisce
i farisei che complottano contro Ges e si convincono ulteriormente
che un tale agitatore  meglio toglierlo di mezzo.

FILORAMO: C' poi una seconda folla, che accorre da Gerusalemme,
a dimostrare l'eco dell'azione di Ges. Poich
siamo nell'imminenza della Pasqua, entra infine in scena
una terza folla, quella delle moltitudini di pellegrini che per
l'occasione - come era stato per Giuseppe e Maria nell'episodio
di Ges al Tempio - accorrevano da tutte le parti
della Palestina e della diaspora. Questa  la folla che accoglie
Ges: pi anonima e indistinta. Come tre cerchi concentrici,
che hanno al loro centro Ges, il predicatore carismatico:
il cerchio pi piccolo, composto dalla folla che
gli rende testimonianza; quello di mezzo la folla che, incuriosita,
si spinge fino a Betania; infine, il pi grande: una
folla mobile ed ondeggiante, che lo accoglie festosa, ma pu
anche rivoltarglisi contro.

AUGIAS: Le parabole attribuite a Ges sono chiaramente
adatte a una folla e a un popolo rurali. Le metafore rimandano
continuamente al mondo agro-pastorale: gli uccelli, il
lavoro nei campi, il gregge, la mietitura, il pastore, la pecora
smarrita. Sono tutte storie che una folla formata da pastori
e contadini analfabeti poteva facilmente comprendere.

FILORAMO: Non dimentichiamo i pescatori! La storia comincia
in Galilea, dove esiste un grande lago, Tiberiade,
a volte chiamato in maniera enfatica Mar di Galilea. Le
parabole sono adattate a questo tipo di uditorio come del
resto deve sempre fare il buon oratore: adattare le parole
al livello del suo uditorio. La Palestina ai tempi di Ges
non era una realt economicamente povera, soprattutto
nelle zone settentrionali; la Galilea era - ed  - verdeggiante,
dispone d'una certa ricchezza di corsi d'acqua che
rendono possibili numerose coltivazioni. Poi c' la Samaria
gi pi montagnosa, infine la zona pi problematica
della Giudea con il suo deserto e la profonda depressione
del Mar Morto. Come sceglie i primi discepoli Ges, nel
racconto di Marco? Giovani uomini che stavano pescando,
intenti al loro lavoro. Dovevano possedere delle barche,
non erano proprio dei servi. Come fa questa piccola
folla di adepti sedotti dalla sua parola, probabilmente
anche dal magnetismo della sua persona, a seguire Ges?
Non dovevano lavorare per vivere? Non avevano famiglia,
figli da mantenere? A me non sorprende che abbandonino
tutto e lo seguano. Consideri come il popolo agisce
a Roma: un soggetto mobile, cambia opinione con velocit
impressionante, si spacca in fazioni diverse che lottano
tra loro fino a uccidersi. Sono folle guidate da abili capi-popolo.
 il quadro che abbiamo sotto gli occhi che a mio
parere rende realistico che in Palestina si formino gruppi
pi o meno numerosi di persone guidate da un profeta, da
un Messia carismatico.

AUGIAS: Prima ho citato il sociologo francese Gustave Le
Bon ma ad illustrare la psicologia della folla aveva gi pensato
Shakespeare con la celebre scena del suo Giulio Cesare
dove, appena commessa l'uccisione, prima Bruto convince
la folla della legittimit politica d'aver soppresso il
tiranno, subito dopo Marc'Antonio la persuade con uguale
facilit del contrario.
Nei Vangeli leggiamo due episodi che ricordano la tragedia
del Bardo. La domenica che nel mondo cristiano si
chiama delle Palme Ges entra a Gerusalemme osannato
dalla folla che arriva a chiamarlo re! Pochi giorni dopo
un'altra folla, se non la stessa, ne reclama a gran voce
la crocifissione.
Vorrei ora stimolare il suo commento su un altro celebre
episodio, certamente uno dei pi noti del racconto evangelico,
seppure enigmatico.  la scena della cacciata dei mercanti
dal Tempio. Questi mercanti erano essenzialmente
di due specie: i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute.
Affollavano il vasto colonnato esterno al Tempio
e forse anche il primo enorme cortile detto dei Gentili,
infatti di libero accesso. Probabilmente vociavano, il coro
dei loro richiami si sovrapponeva ai versi degli animali
offerti ai pellegrini in un caos che ovviamente aumentava
nei giorni di grande afflusso. Il gioved di cui stiamo parlando
era appunto uno di quei giorni. Siamo nel periodo
pasquale, in citt sono convenute migliaia di persone, lo
stesso procuratore Pilato ha lasciato la sua residenza abituale
a Cesarea Marittima ed  salito a Gerusalemme per
meglio controllare l'ordine pubblico. Ges arriva al Tempio
accompagnato da alcuni suoi seguaci e d vita al famoso
episodio accompagnato da parole terribili: Sta scritto:
"La mia casa sar chiamata casa di preghiera". Voi invece
ne fate un covo di ladri.
Ho definito enigmatico l'episodio perch quei mercanti
servivano al funzionamento del Tempio; senza cambiavalute
e senza venditori di animali non era possibile fare sacrifici.
Cacciarli voleva dire impedire i riti quindi l'episodio
pu essere interpretato solo in senso metaforico perch
preso alla lettera non ha senso. Siccome stiamo parlando
del rapporto tra Ges e la folla potremmo dire che in questo
caso  Ges che contrasta il comportamento e le abitudini
della folla. Come dobbiamo interpretare questo evento?
Tenuto anche conto che Giovanni lo colloca all'inizio
dell'attivit pubblica di Ges, i tre sinottici (Marco, Luca,
Matteo) invece alla fine facendone in pratica la causa
del successivo arresto.

FILORAMO: Comincio dalla seconda questione, che condiziona
la risposta alla prima. Quale cronologia seguire: quella
giovannea, che pone l'episodio all'inizio della predicazione
di Ges, subito dopo il battesimo, la scelta dei discepoli
e il primo dei segni (nozze di Cana), o quella dei
sinottici, che lo collocano alla fine del ministero pubblico
di Ges, nel momento in cui sale per la prima volta a
Gerusalemme dove sar arrestato? Personalmente, trovo
pi convincente la collocazione sinottica: un affronto cos
grave non poteva rimanere impunito, come invece accade
in Giovanni, dove Ges in sguito pu visitare ancora
altre volte il Tempio e continuare la sua predicazione.
Nel racconto dei sinottici invece la punizione non si far
attendere. Inoltre, per essere in condizione di purificare
il recinto del Tempio, Ges doveva avere uno status pubblico
come profeta e predicatore, cosa che non ha ancora
in Giovanni.

AUGIAS: Ma in che cosa poteva consistere l'impurit, un'impurit
tale da richiedere una cos spettacolare purificazione?

FILORAMO: A prescindere dalle peculiarit delle due versioni
(per esempio, solo in Giovanni compaiono buoi e
pecore, Ges prepara la sferza e pronuncia certe parole),
nonostante la forte discordanza cronologica vi sono molti
tratti in comune: il fatto che l'azione avvenga nel recinto
del Tempio; la cacciata dei venditori di colombe; il rovesciamento
dei banchi dei cambiavalute. Ma sinottici e
Giovanni concordano soprattutto nell'interpretare l'azione
di Ges come un gesto profetico, una protesta contro
la profanazione della casa di Dio e un segno che la purificazione
messianica del Tempio  imminente. Ognuno degli
evangelisti conferma poi questa interpretazione con accenti
particolari. Giovanni prepara a suo modo la scena facendo
precedere l'episodio delle nozze di Cana, con l'abbondanza
di vino tipica del tempo messianico. Luca inserisce poco
prima la predizione della distruzione di Gerusalemme.
In Matteo, l'episodio  seguito dalla maledizione dell'albero
di fico. Che cosa vogliono dire questi episodi? Che il
giudaismo istituzionale, col Tempio,  stato messo in crisi
dalla morte e resurrezione del Messia, il Cristo.

AUGIAS: Caro professore, la sua  un'interpretazione teologica
di seguaci di Ges successiva alla distruzione del
Tempio, risale cio agli anni in cui furono redatti i Vangeli.
Ma gli ebrei (la folla!) che fossero stati presenti alla scena
non l'avrebbero certo interpretata in questo modo. Che
cosa poteva allora spingere Ges a contrastare il sentimento
di una folla che era presente in gran numero nei recinti
del Tempio per celebrare i sacrifici prescritti dalla Legge?

FILORAMO: Io penso che una spiegazione plausibile ci sia:
la coscienza profetica di Ges. Marco e Matteo, per spiegare
la sua azione, citano Geremia: il Tempio  diventato
un covo di ladri. Ges aveva anche profetizzato che Dio
avrebbe distrutto il santuario di Gerusalemme (un'altra tipica
profezia post eventum!) Ricordo ancora il caso dei fedeli
di Qumran, che due secoli prima di Ges, lo abbiamo
visto, si erano allontanati da Gerusalemme proprio perch
ritenevano che il Tempio fosse diventato un luogo impuro,
abbandonato dalla gloria del Signore. Del resto, il
profeta Zaccaria, che scrive dopo la distruzione del primo
Tempio - quello di Salomone - ad opera dei Babilonesi nel
587-586 a.C, aveva promesso che nel giorno del Signore
tutto sarebbe stato santo in Gerusalemme e non ci sarebbe
stato neppure un mercante nel Tempio. Potrei continuare.
Ges, agendo in quel modo, non solo si sente legittimato
dai precedenti profetici, ma tende ad accreditare la sua azione
nel modo che i grandi profeti biblici avevano predetto.

AUGIAS: Resta un altro problema. Lei parla di impurit e
di purificazione. Posso immaginare che i cambiavalute un
po' imbrogliassero come s' sempre fatto ovunque nel mondo;
che i venditori di animali gridassero in modo scomposto
anche questionando tra di loro, che gli stessi animali
sporcassero qua e l come fanno gli animali. Consisteva
in questo l'impurit?

FILORAMO: Gi Geremia aveva avvertito che nel Tempio avvenivano
commerci illeciti. Ahim, da che mondo  mondo
l'occasione fa l'uomo ladro, anche in Chiesa o nel Tempio:
l'idea che Dio pu vederlo l meglio che altrove evidentemente
non  sufficiente a fermarlo. Intanto, comprare gli
animali per il sacrificio poteva costare anche molto caro
e dunque - come ogni mercato che si rispetti - il Tempio
diventava inevitabilmente luogo di commerci, leciti e illeciti
(va osservato, en passant, che Ges non si scaglia contro
i sacrifici: in questo, come in altri suoi atteggiamenti,
si dimostra un pio ebreo rispettoso della Legge). Occorre
poi non dimenticare, per quanto riguarda la presenza dei
cambiavalute, che, a motivo dei ritratti imperiali o pagani
che vi erano impressi, i denari romani e le dracme attiche
non si potevano usare nel recinto del Tempio per ragioni
di idolatria (penso al racconto di Ges relativo al tributo a
Cesare), e occorreva di conseguenza cambiarli. Ecco allora
entrare in scena i cambiavalute, che potevano praticare un
cambio libero, tutto a loro vantaggio: un furto legalizzato.
I templi antichi erano luoghi di scambi e di commerci:
quello di Gerusalemme non faceva eccezione, tanto pi
quando, come durante la Pasqua, era frequentato da decine
di migliaia di pellegrini. Un'occasione imperdibile, per
chi avesse voluto approfittarne! Su questo sfondo, l'azione
di purificazione di Ges mi sembra credibile, tanto pi
se la leggiamo come un'azione profetica, compiuta, come
nei sinottici, nella consapevolezza che la fine  vicina. Di
qui quel contrasto con la folla cui lei accennava, che per
nella mia rilettura, acquista un senso diverso: come di sfida.
Si capisce meglio come almeno una parte di questa folla,
che vedeva messo in discussione uno dei suoi pilastri di
fede, potesse poi votare per la sua condanna.

AUGIAS: Se dalla generica folla gerosolimitana passiamo
al ristretto gruppo dei discepoli, assistiamo a un ulteriore
- e ancora pi grave - episodio di mutevolezza. Siamo
al gioved nel quale Ges viene arrestato. Si  ritirato con
i suoi in una localit appena fuori Gerusalemme detta Orto
o Giardino degli Ulivi. Presagisce che stanno per venire
a prenderlo e prega pieno d'angoscia. I discepoli intanto
dormono pacificamente salvo risvegliarsi di soprassalto
all'arrivo delle guardie e darsi precipitosamente alla fuga
gi per le balze del colle. Altro che Giuda! Ben poveri seguaci
s'era scelto Ges.

FILORAMO: Se mai fossi stato io al loro posto, temo che
non mi sarei comportato diversamente. Che cosa voglio
dire?  un tipico caso in cui i discepoli, anche quelli a lui
pi vicini, agiscono come nella vita reale. Il problema di
un vero maestro, di ieri come di oggi (oggi mi sembra quasi
pi difficile, forse impossibile),  di trasformare - elevandola -
una persona comune mediante il suo insegnamento
- e, se  un leader e un profeta, soprattutto attraverso
il suo esempio. Ges ci riesce proprio attraverso
queste prove. Umano, troppo umano, come avrebbe detto
Nietzsche (che per non avrebbe certo dato un giudizio
positivo come il mio).

AUGIAS: Ma i discepoli che si fanno trovare addormentati
sono il terzetto dei pi fedeli: Pietro, Giacomo e Giovanni,
che da vari indizi comprendiamo come fossero diventati
quelli pi vicini a lui, la triade, per cos dire, che faceva
da mediatrice tra lui e gli altri discepoli.

FILORAMO: Infatti, nell'episodio della trasfigurazione Ges
porta con s soltanto quel terzetto. Se teniamo a mente
questo, la loro responsabilit diventa pi grave. Se a addormentarsi
in quel momento cruciale, e dopo l'invito di
Ges a star desti e pregare, sono proprio i discepoli a lui
pi vicini, che cosa faranno mai gli altri? Una spiegazione
possibile dal punto di vista storico  che l'arrivo delle
guardie del Tempio venute ad arrestarlo sia diventato ai
loro occhi di uomini ingenui, umili, illetterati, il segno del
fallimento. Ges trattato come un criminale voleva dire la
fine del liberatore d'Israele e del capo spirituale che avevano
seguito abbandonando casa, famiglia e lavoro.

AUGIAS: Restringiamo ancora il fuoco del racconto e nel
gi ristretto numero dei discepoli isoliamo quello che Ges
ha scelto come capo e guida, cio Pietro. Un uomo che
viene descritto come buono e generoso, sicuramente per
non di grande tempra e, dal punto di vista intellettuale,
non certo all'altezza di Paolo. Tradisce il suo maestro
pi volte. La prima nel cortile dell'interrogatorio quando
additato da una donna - una fanatica dlatrice - nega
di aver conosciuto il Nazareno e di essere uno dei suoi
seguaci. L'ultima quando, come racconta una leggenda,
s'accinge a lasciare Roma preoccupato per le persecuzioni
scatenate da Nerone. Lungo la via Appia, all'altezza
del bivio oggi chiamato Quo vadis? incontra Ges, o
ne vede il fantasma, e si convince a rientrare in citt per
affrontare il martirio. A parte ogni altra considerazione
si deve dire che Ges non aveva la mano felice nella scelta
dei suoi collaboratori. Aveva delegato l'amministrazione
del tesoro del gruppo - esiguo che fosse - a Giuda, il
comando del gruppo a Pietro: due uomini per ragioni diverse
di scarsa affidabilit.

FILORAMO: Tralascio per ora Giuda sul quale dovremo tornare.
Quanto a Pietro, non voglio diventare il suo avvocato
difensore, ma vorrei comunque portare qualche argomento
a sua difesa, credo che in fondo lo meriti. Metto
da parte il modo diverso in cui  presentato dai sinottici
e da Giovanni. Mi limito a osservare che, mentre nei primi
riveste un ruolo centrale, in certo senso domina la scena
(nel bene e nel male), nel Vangelo giovanneo deve lottare
con la concorrenza di altre figure, a cominciare dal fratello
Andrea: alla fine, a dominare  la figura del misterioso
discepolo amato, che finisce per rubare la scena a Pietro.
Rimane il fatto che, complessivamente, egli  senz'altro
il discepolo che compare pi frequentemente nei Vangeli
canonici. Svolge il ruolo di rappresentante e di portavoce
dei diritti del gruppo dei Dodici, a cominciare dal posto
che occuperanno nel futuro Regno: una vera rivendicazione
sindacale, che Ges si affretta a bocciare.

AUGIAS: Il caso forse pi famoso  quello della cosiddetta
confessione di Pietro a Cesarea di Filippo raccontata da
Marco che vale la pena di rileggere: Poi Ges part con
i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo,
e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: "La
gente, chi dice che io sia?" Ed essi gli risposero: "Giovanni
il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti". Ed
egli domandava loro: "Ma voi, chi dite che io sia?" Pietro
gli rispose: "Tu sei il Cristo". E ordin loro severamente
di non parlare di lui ad alcuno.

FILORAMO:  uno dei passi pi discussi del Nuovo Testamento
per ragioni confessionali, una sua particolare lettura
sta alla base della rivendicazione della Chiesa cattolica
di essere stata fondata dallo stesso Ges, proprio attraverso
la supposta elezione di Pietro.
Pietro  un personaggio umano, che si lascia guidare dall'istinto
e dunque non poche volte inevitabilmente si contraddice.
 irruento, agisce senza pensarci due volte, come
nell'episodio della lavanda dei piedi, quando, unico tra i
discepoli, si rifiuta di farsi lavare i piedi, non avendo capito
il senso profondo del gesto, salvo poi rimangiarsi quanto
ha detto dopo che Ges glielo ha spiegato e aggiungere:
Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il
capo! Proprio questi suoi atteggiamenti un po' da sbruffone
(non scordiamoci le sue umili origini) tradiscono per
il profondo legame con Ges. Di fronte alle cupe riflessioni
del Maestro, che presagisce la dispersione del gruppo
dei suoi seguaci dopo la sua morte,  sempre Pietro a proclamare
la sua assoluta fedelt: Anche se tutti si scandalizzeranno,
io no! Sappiamo com' andata a finire. L'irruenza
di Pietro, la sua fedelt al Maestro ma anche la sua
potenziale violenza emergono al meglio nel Giardino del
Getsemani. Giovanni precisa che  stato proprio Pietro a
estrarre la spada e ad aggredire Malco, il servo del sommo
sacerdote, tagliandogli un orecchio. Solo dopo l'intervento
di Ges, Pietro si calma e rinfodera la spada. Dunque,
non pi un umile pescatore ma un discepolo armato,
pronto a uccidere ed a essere ucciso.

AUGIAS: C' chi ha voluto vedere in quel gesto impulsivo
e pazzesco un segno del fatto che Pietro era in realt uno
zelota, che girava armato pronto alla sollevazione contro
i Romani quando Ges, il Messia, avrebbe dato inizio alla
lotta finale.

FILORAMO: Deduzione errata, a mio giudizio. Ho ricordato
questi tratti del carattere di Pietro come i Vangeli li
raccontano perch su questo sfondo si comprende meglio
il suo comportamento contraddittorio nei giorni che precedono
la morte di Ges. Da un lato, egli rimane il leader
dei discepoli preoccupati per la piega che le cose hanno
preso; spergiura ripetutamente fedelt al suo Maestro,
si dice pronto a morire per lui e con lui. Dall'altro, c' l'episodio
del triplice rinnegamento, che smentisce clamorosamente
quanto appena giurato.

AUGIAS: Grande personaggio, su questo non si discute. Visto
che stiamo parlando dei Vangeli come letteratura non
c' dubbio che Pietro con il comportamento simile a quello
di un D'Artagnan pi attempato e robusto, impone continuamente
la sua presenza, spavaldo o titubante, irruento
e vile, preso da un amore per Ges che qualche volta
gli annebbia l'intelletto. Per resta la domanda:  davvero
possibile fondare una Chiesa su una pietra, su una roccia,
cos friabile?

FILORAMO: Tolte le differenze, pur importanti, tra i sinottici
(e nei sinottici) e Giovanni, i testi concordano su due
punti: da un lato, Pietro  l'unico dei discepoli che ha il
coraggio (e la temerariet: sapeva quel che rischiava) di seguire
Ges fin nel palazzo del sommo sacerdote; dall'altro,
egli lo rinnega tre volte, ogni volta in modo pi grave. Me
la potrei cavare, in questa evidente contraddizione, dicendo
che  coerente con il temperamento spesso contraddittorio
di Pietro. Ma  una spiegazione debole: il momento
 decisivo. Penso invece che una spiegazione pi attendibile
sia legata al problema della successione di Ges, nella
quale Pietro ha effettivamente una parte decisiva. I Vangeli
canonici riflettono le prospettive teologiche di seguaci
del Cristo seguendo traiettorie diverse. Nessuna di queste
comunit ha identificato Pietro come il legittimo successore
di Ges, salvo, in parte, quella di Matteo. Dunque, gli
autori devono dar conto del fatto che Ges, al momento
della sua morte - con l'eccezione del discepolo amato di
Giovanni, che per rimane anonimo -, non ha fatto alcuna
esplicita scelta di successione, anzi, ha pi volte predetto
che i discepoli si sarebbero dispersi. Il tradimento di Pietro
contribuisce a mettere in discussione una sua possibile
pretesa di successione. In effetti, per i sinottici la scena
del rinnegamento  l'ultima scena in cui Pietro compare:
il problema della successione pu rimanere aperto.

AUGIAS: Mettendo da parte il problema della successione
sul quale non si trover mai un totale accordo, verrebbe da
dire, visto che questo capitolo ha come soggetto portante
il popolo, che nella figura di Pietro si condensano molte
delle prerogative, qualit e difetti, popolari. Il che rende
la sua figura di popolano robusto, ingenuo, contraddittorio
ma in definitiva leale, particolarmente umana.
...
12. IL DOPPIO VOLTO DI PILATO.

Il personaggio che nella sua evidente irresolutezza ha conquistato
una statura drammatica di dimensione leggendaria  il procuratore
della Giudea: Quinto Ponzio Pilato.
Perch si comport come i Vangeli raccontano? Debolezza? Pavidit?
O al contrario senso dello Stato? Oppure semplice indifferenza,
se non disprezzo, per la sorte di uno dei tanti visionari in cerca di
guai che s'aggiravano per quella piccola provincia riottosa?
Tutte le ipotesi sono state fatte, tutte le possibili versioni valutate
e descritte sulla base delle scarse fonti disponibili, le quali danno
comunque al personaggio qualche carattere riconoscibile. Certamente
il procuratore non amava e non capiva quel popolo che ai suoi occhi
doveva sembrare preda di un primitivo fanatismo religioso. Troppe
e troppo profonde le differenze con la religiosit romana intrisa di
patriottismo e prevalentemente rituale.
Un episodio, tra quelli tramandati, illustra bene questa diversa
visione del mondo. Un certo giorno Pilato pensa che gioverebbe alla
citt di Gerusalemme un nuovo acquedotto in nome del benessere e
dell'igiene.  possibile che nell'idea ci fosse anche una componente
di orgoglio, essendo nota la straordinaria abilit romana nella costruzione
di strade ed acquedotti. Come scrive Strabone, i Romani
provvidero con ogni cura a quelle cose che furono dai Greci neglette
e cio nell'aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre
nel sottosuolo le cloache. La costruzione di un nuovo acquedotto va
in quella direzione. Come finanziarlo per? Si potrebbe utilizzare,
pensa Pilato, una parte dei fondi che giacciono inutilizzati nel Tempio.
Sembra una buona idea: prelevare nel segno della civilt romana
un po' di quel denaro che serve a poco per dare a Gerusalemme
un'opera di indiscutibile utilit.
Appena si comincia a mettere in pratica il progetto, scoppia una
rivolta violentissima. Il palazzo del procuratore viene circondato
dalla folla in tumulto. Pilato aveva ai suoi ordini alcuni reparti della
dodicesima Legione, Fulminata, composti per la gran parte di truppe reclutate
nelle regioni mediorientali; il grosso dell'esercito si trovava
in Siria, agli ordini del governatore di Siria-Palestina. Manda dunque
i soldati a reprimere la rivolta con l'ordine per di non usare le
spade. I soldati si limitano a disperdere la folla a bastonate ma, come
riferisce lo storico Giuseppe Flavio, molti ugualmente morirono
per le percosse.
Ci troviamo di fronte al gesto improvvido di un procuratore che
poco ha capito dell'animo di coloro che dovrebbe amministrare ovvero,
avendolo capito, ha deciso di non tenerne conto.
Pilato s'era dato da fare per avere quell'incarico. Essere nominato
procuratore di una provincia, anche se si trattava di un territorio
non ricco, popolato da genti litigiose, presentava il duplice vantaggio
di un avanzamento nel cursus honorum e di una discreta fonte di
arricchimento a saper manipolare con qualche destrezza la riscossione
delle imposte per il tesoro imperiale.
Lo aveva aiutato a ottenere l'incarico la benevolenza di Lucio Elio
Seiano, uomo ambiziosissimo, prefetto del pretorio cio comandante
militare imperiale - capo di stato maggiore interforze, diremmo
oggi. Sar a lungo il favorito di Tiberio fino a quando, caduto in disgrazia,
non verr, per ordine dell'imperatore, strangolato. Queste
cose accadranno comunque di l a qualche anno.
Ma perch un uomo di potere come Seiano avrebbe dovuto agevolare
la carriera di un funzionario piuttosto modesto come Pilato?
Un'ipotesi possibile  che, spedendolo laggi, pensasse di sfruttarne
la rozzezza facendone uno strumento per tenere a freno la riottosa
popolazione giudaica. Una parte nel complesso gioco della nomina
potrebbe per averlo avuto anche la moglie di Pilato, Claudia Procula,
personaggio a sua volta notevole. Vale la pena di conoscerla, basti
pensare che le Chiese cristiane d'Oriente la riconoscono come santa.
Claudia era figlia di Giulia, a sua volta figlia - dissoluta - di Ottaviano
Augusto, dunque nipotina imperiale. Era cresciuta a corte
conoscendo quindi, e praticando, le dissolutezze di quell'ambiente
tante volte descritte. Quando Pilato la chiese in moglie acconsent
alle nozze che erano convenienti per entrambi: lui s'imparentava in
qualche modo con la famiglia imperiale, lei - dopo una tumultuosa
vita amorosa - acquisiva un nome modesto ma onorato come si sarebbe
detto nell'Ottocento. Seiano bened per cos dire l'unione concedendo
a Pilato di portare con s la moglie contravvenendo o alla
consuetudine o addirittura alla legge.
Queste vicende sarebbero rimaste materia per specialisti di storia
romana se a Pilato, in un certo giorno stabilito convenzionalmente
nell'anno 33, non fosse toccato di dover dirimere un complesso caso
giudiziario, emettendo la sua sentenza: assoluzione o pena capitale.
Qui veniamo al cuore della vicenda.
Bisogna intanto ricordare in quali condizioni si celebr il processo.
Si era alla vigilia di Pesach, la pasqua ebraica che celebra la liberazione
degli Ebrei dalla schiavit del faraone. Gerusalemme era affollata
di pellegrini venuti da ogni dove. Pilato aveva lasciato la sua
bella residenza di Cesarea sulle rive del Mediterraneo (le sue rovine
sono tuttora visibili), ed era salito a Gerusalemme per controllare da
vicino l'ordine pubblico. Tutte circostanze che avevano accresciuto
tensioni e nervosismo, anche a sguito dei disordini provocati al
Tempio da Ges e dai suoi seguaci.
La prima notizia dell'arresto di un agitatore effettuato dalle
guardie del Tempio dev'essergli parsa trascurabile; l'ennesimo litigio
tra fanatici religiosi, agli occhi di un romano un incidente incomprensibile,
prima ancora che intollerabile. Questioni tra Giudei
dalle quali  meglio stare alla larga. I rapporti sono gi abbastanza
difficili.
Invece non sar possibile starne fuori. Le autorit del Sinedrio
con in testa il sommo sacerdote Caifa, vogliono che intervenga e
che sia lui a dirimere un caso di blasfemia che, per meglio spingerlo
all'azione, rivestono di componenti politiche, compreso l'attentato
alla figura dell'imperatore: quell'uomo vuole farsi re, dicono, merita
il patibolo. La realt  che Pilato  il solo che possa comminarla
quella sentenza di morte; c' bisogno di lui per mettere definitivamente
a tacere l'importuno che sta sconvolgendo la religione dei
padri e la stessa Torah. Premono su di lui, esigono una sentenza,
finiranno per averla.

AUGIAS: La Giudea, come tutte le province di confine,
dipendeva direttamente dall'imperatore, il territorio era retto
da un procuratore, nel nostro caso il famoso Ponzio Pilato,
il quale aveva il suo diretto superiore in Siria, come
ricordato, e, per suo tramite, rispondeva all'imperatore regnante
che, negli anni di cui parliamo, era Tiberio.
Il pi alto consesso assembleare che i Romani consentivano
ai Giudei era il Sinedrio, composto di settantuno membri,
organo amministrativo, giudiziario ma con potest limitata
ai reati minori, dotato anche di una certa ridotta
facolt legislativa. Tipico organo locale di minimi poteri
com' sempre avvenuto nei paesi occupati militarmente.
Penso per esempio alla Francia di Vichy dove i rapporti
tra nazisti e francesi non erano poi cos diversi. In Palestina
il giudizio sui reati maggiori e lo ius gladii ovvero il potere
di disporre della forza armata e di infliggere le pene,
in primis quella capitale, restava di esclusiva competenza
dell'autorit romana.
Pilato ci viene incontro con due ritratti quasi opposti. I
Vangeli lo descrivono indifferente o addirittura sprezzante
nei confronti dei Giudei che alla sua mentalit di romano
dovevano apparire come un popolo di fanatici monoteisti.
Alcuni versetti evangelici lasciano addirittura trapelare la
sua volont di salvare Ges dalla condanna. Dall'altra parte
c' per il ritratto che di Pilato ci hanno lasciato gli storici.
Alcuni episodi significativi - compreso quello dell'acquedotto
di cui riferisce il racconto d'apertura - descrivono
l'uomo come un governante che ha capito poco del popolo
che dovrebbe amministrare, cocciuto anche nelle prese
di posizione che una maggiore saggezza consiglierebbe
di moderare. Si pu citare un altro episodio famoso, quello
detto dei medaglioni. Un certo giorno il procuratore fa
appendere fuori del Tempio dei grandi medaglioni sbalzati
recanti l'effigie di Tiberio. Agli occhi dei Giudei il gesto
appare come una doppia profanazione. I medaglioni violano
il precetto religioso che proibisce l'esibizione di immagini,
per di pi quelle immagini sacrileghe sono state
affisse in prossimit del Tempio. Seguono giorni di tensione
duramente repressi dalla truppa fino a quando Pilato
deve tornare sulla sua incauta decisione. Pare che quella
provocazione venisse fortemente disapprovata non solo
dal governatore in Siria ma perfino a Roma. Che uomo
era Pilato? A quale versione dobbiamo credere?

FILORAMO: Lo storico non pu che fare affidamento sulle
due opere in cui Giuseppe Flavio ci parla di lui: la Guerra
giudaica e le Antichit giudaiche. Si fa affidamento su questo
scrittore per numerosi aspetti nella vita del giudaismo
o sul suo ritratto del Battista, non vedo perch non si dovrebbe
farlo sul modo in cui presenta Pilato.
Il nome per cos dire anagrafico di Flavio era Yosef ben
Matityahu, ovvero Giuseppe figlio di Matteo. Era stato
un ufficiale dell'esercito giudaico nonch sacerdote ed
i sacerdoti potevano avere il dono della profezia. La sua
storia  bellissima e strana. Incontra Vespasiano quando
questi - futuro imperatore -  ancora comandante del corpo
di spedizione romano in Palestina. Fatto prigioniero
e portato davanti al generale romano per essere interrogato,
gli profetizza che diventer imperatore. Parole con
le quali fa la sua fortuna. Seguiranno il trasferimento a
Roma e la benevolenza sia di Vespasiano sia di suo figlio
Tito. Affiliato alla dinastia dei Flavi, come dice il nome,
scrive le sue storie a Roma e per i Romani; ma scrive per
difendere un certo tipo di giudaismo di cui egli stesso aveva
fatto parte.

AUGIAS: La storia di Giuseppe Flavio viene tra l'altro ricordata
per sottolineare quali conseguenze positive possa
avere, a volte, il tradimento. Flavio ha tradito (fino a un
certo punto) il suo popolo, in compenso ci ha lasciato due
opere fondamentali per capire gli avvenimenti di quegli anni
in Israele. Il suo ritratto di Pilato comunque  tutt'altro
che benevolo.

FILORAMO: Se confrontato con quello - tra l'altro, pressoch
contemporaneo - che di lui ci d Filone Ebreo nell'Ad
Gaium, in cui riferisce di una sua missione diplomatica a
Roma presso l'imperatore Caligola, non  poi cos negativo.
Filone esagera: fa di Pilato una macchietta, cosa che
torna utile ai suoi scopi. L'insieme della presentazione di
Giuseppe Flavio  certo negativa, ma pi equilibrata e decisamente
da preferire.
Ponzio Pilato era di rango equestre, cio apparteneva alla
nobilt minore: nelle parole di Cicerone, sarebbe stato un
homo novus. Normalmente, per diventare prefetto, si faceva
una carriera militare: dunque,  presumibile che Pilato
avesse una certa esperienza come soldato. Se era stato
mandato in Palestina, una regione periferica ma comunque
turbolenta, era perch si riteneva che fosse in grado
di controllare la situazione; inoltre quell'incarico non facile
poteva essere un buon trampolino di lancio per scalare
la gerarchia e accedere all'ordine senatoriale.

AUGIAS: Secondo certe voci la scelta era stata favorita dal
potentissimo liberto Seiano, come ricordato, che all'epoca
in cui Pilato arriva in Palestina, anno 26 d.C, praticamente
reggeva l'Impero da Roma, mentre l'imperatore Tiberio
si godeva i suoi ozi nella splendida villa a Capri.
Pare che anche la moglie di Pilato, Claudia Procula, si fosse
adoperata perch suo marito ottenesse l'incarico.

FILORAMO: Non corriamo troppo dietro alle voci - regola
che ha valore sempre: allora e oggi. Pilato  rimasto in Palestina
ben dieci anni senza essere rimosso: un caso eccezionale,
che si giustifica solo col fatto che, nonostante una
serie di incidenti riportati da Giuseppe Flavio (tra cui quello
dei medaglioni da lei ricordato), per lo pi causati dalla
sua incomprensione o cattiva interpretazione del mondo
giudaico, la sua amministrazione non dovette essere cos
negativa. Nel complesso, nonostante limiti gravi, ne viene
fuori l'immagine di un procuratore che pur tra numerose
difficolt riesce a mantenere il controllo della situazione.

AUGIAS: Ricordo per inciso che alla breve dinastia dei Flavi
- si completa con Domiziano dopo i due nomi da lei citati -
si deve l'erezione del celebre anfiteatro romano noto
nel mondo come Colosseo. A questo punto per si presenta
una domanda: per quale ragione i ritratti di Pilato sono
cos diversi, anzi per alcuni aspetti addirittura opposti?

FILORAMO: Siamo sicuri che le cose stiano proprio cos?
Certo, a prima vista, nei Vangeli Pilato viene presentato
in modo pi favorevole, ma se proviamo a rileggere ed
a confrontare brevemente le diverse versioni del processo
di Ges, ci possiamo rendere meglio conto del ruolo da
lui svolto e del fatto che esso non  cos diverso da quello
che ricaviamo da Giuseppe Flavio.
In Marco, la condanna a morte da parte dell'autorit giudaica
viene emessa formalmente dal Sinedrio in una prima
riunione notturna, subito dopo la cattura. Alla chiusura
della riunione tutti sentenziarono che era reo di morte.
La decisione  partecipata, collegiale. Sembra che nessuno
nel Sinedrio proponga di salvare Ges. Il Sinedrio si
riunisce una seconda volta al mattino e decide di consegnare
Ges ai Romani.
Luca sembra prendere le distanze da Marco: racconta di
un interrogatorio di Ges di fronte al Sinedrio, che per
non emette formalmente un giudizio n proclama Ges reo
di morte. Sar Pilato a condannare Ges, anche se precisa
che non ha fatto nulla che meriti la morte e afferma di
non aver trovato nulla in lui meritevole di morte.  solo
dopo l'insistenza dei sommi sacerdoti, dei capi e del popolo
che Pilato mette a morte Ges.
Matteo segue Marco, descrivendo la condanna al termine
della prima riunione notturna del Sinedrio. Anche qui
le pressioni sul procuratore sono forti, al punto che Pilato
decide, s, ma poi si lava le mani: gesto per cui  passato
alla storia e l'aggettivo pilatesco  entrato nel nostro
vocabolario (potenza di un gesto!) Infine,  in Matteo che
troviamo l'affermazione, gravida di conseguenze, del popolo
Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli: 
evidente che qui l'autore del Vangelo proietta indietro le
polemiche tra Giudei e seguaci del Cristo tipiche della fine
del I secolo.

AUGIAS: Rimane Giovanni che ancora una volta fa storia
a s differenziandosi dagli altri resoconti.

FILORAMO: Infatti, per cominciare non racconta di alcuna
riunione del Sinedrio nella notte dell'arresto, descrive solo
un faccia a faccia tra il sommo sacerdote Anna e Ges,
il quale viene poi portato da Caifa. In Giovanni, infatti,
la riunione del Sinedrio  avvenuta molti giorni prima,
quando Ges non  ancora a Gerusalemme:  allora che si
decide di ucciderlo. La riunione  organizzata dai sommi
sacerdoti e dai farisei. Caifa sostiene l'opportunit politica
dell'uccisione di Ges e il Sinedrio segue il suo consiglio.
Alla fine,  Pilato a decidere dopo l'interrogatorio di
Ges: le autorit giudaiche si limitano a catturare Ges e
a consegnarlo ai Romani.

AUGIAS: Nel racconto di Giovanni, Pilato, non avendo trovato
in lui motivi per una condanna, vorrebbe in modo inverosimile
consegnare Ges alle autorit giudaiche perch
siano loro a condannarlo. Un'altra inverosimiglianza, cos
giudicata anche da autorevoli giuristi israeliani,  la scena
in cui Pilato s'affaccia al loggiato per chiedere alla folla
che cosa debba fare. Che un procuratore romano, forte
del suo potere e del suo orgoglio, si facesse dettare la sentenza
da una turba vociferante  storicamente assurdo.
Alla fine, che cosa concludere?

FILORAMO: Una convocazione improvvisa del Sinedrio in
piena notte, seguita da un'altra al primo mattino, sembra
altamente improbabile. Mentre  sicuro che  stata l'autorit
romana, l'unica all'epoca ad averne il diritto, a decidere
la condanna a morte per crocifissione, tipica del sistema
romano.

AUGIAS: Per gli Ebrei, la pena di morte prevista dalle Scritture
era la lapidazione. Cos nel caso dell'adultera poi salvata
da Ges, cos nel caso di Stefano detto il protomartire.

FILORAMO: Anche l'atto del lavarsi le mani, che troviamo
solo in Matteo (e nel Vangelo di Pietro)  poco plausibile:
 un rituale giudaico di discolpa, che difficilmente un alto
ufficiale romano avrebbe praticato. D'altro canto, il tentativo
stesso di scagionarlo conferma che per Matteo il responsabile
della condanna  Pilato. Il tentativo, in conclusione,
di presentare bene Pilato  strumentale: serve ad accentuare
le colpe delle autorit giudaiche.
Dalla sua prolungata esperienza in Gerusalemme, Pilato
sa quanto la questione sia delicata. Il silenzio di Ges certo
non lo aiuta: se  innocente, perch non si difende? Le
sue risposte sono indecifrabili per un orecchio romano.
Per esempio, quando dice: Il mio regno non  di questo
mondo. Di che sta parlando? Un regno  un regno, c'
poco da discutere.

AUGIAS: Condivido. Infatti, durante l'interrogatorio cerca
di portare l'imputato sul terreno politico dove si sente
pi sicuro e dove il reato di attentato all'imperatore o
di alto tradimento lo aiuterebbe a emettere una sentenza
giuridicamente ben motivata.

FILORAMO: Pilato sospetta che la posta in gioco non sia tanto
politica, cio di sua competenza, quanto squisitamente
religiosa, un altro scontro interno al giudaismo per lui
incomprensibile. La folla a questo punto fa pressione, ed
egli vuole evitare il ripetersi di incidenti che potrebbero
metterlo in cattiva luce presso i suoi superiori: una rivolta
a Gerusalemme, e proprio durante la Pasqua, quando potevano
esservi anche pi di centomila pellegrini! Ne poteva
risultare un massacro: la fine della sua carriera. Nell'indecisione,
non potendo legalmente contestare l'accusa e
provare l'innocenza di Ges, finisce per cedere alle pressioni
della folla. In fondo, questa sua decisione non influ
sulla sua carriera.

AUGIAS: Sar richiamato a Roma nel 36 (o 37) dopo l'ennesimo
eccesso contro i Samaritani.

FILORAMO: Infatti; ma, alla fine, diciamolo: un giudice
mediocre.
...
13. IL SINEDRIO.

Io Caifa, nella mia qualit di Cohen Gadol, sommo sacerdote,
del Tempio di Gerusalemme, genero del vecchio sommo sacerdote
Anna, intendo riferire come si sono svolti i fatti quella notte; la pi
penosa vigilia di Pesach mai affrontata, non solo da me ma dall'intero
Sinedrio, dal popolo e dalla terra d'Israele.
Avevo dato ordine che il profeta Joshua figlio di Yosef, nato a Nazareth
in Galilea, dopo i gravi disordini provocati al Tempio il giorno
precedente, venisse portato al cospetto mio e dell 'assemblea. L'amore
per il Santo Benedetto non consente a nessuno di superare certi limiti.
Joshua aveva rovesciato i banchi dei cambiavalute, fatto fuggire
gli animali per i sacrifici, messo a soqquadro il cortile spaventando
i numerosi pellegrini arrivati da ogni parte nella citt santa per la
festivit. Gesti privi di ragione. Senza cambiavalute e senza animali
per i sacrifici il Tempio non pu funzionare, i fedeli giustamente
direbbero che s' violata la Legge. Gesti inutili: scacciare i mercanti
oggi significa vederli tornare domani perch cos la Legge impone.
Avevo ordinato dunque che venisse portato al mio cospetto. Contavo
di poterlo ridurre alla ragione mostrandogli l'insensatezza di
quanto aveva fatto. Purtroppo, il mio ordine si  potuto eseguire solo
al tramonto e non nelle ore del mattino come speravo. Il profeta
s' attardato con i suoi seguaci, poi ha consumato con loro una cena
comune. Non volevo suscitare scandalo con quella convocazione,
volevo anzi che l'ordine fosse eseguito con discrezione massima.
Solo nel tardo pomeriggio, quando il sole gi inclinava verso le lontane
acque del mare, il profeta s' finalmente diretto in una localit
isolata, un piccolo uliveto detto Getsemani, seguito da un ristretto
gruppo di persone. Il responsabile della polizia del Tempio m'inform
subito che queste condizioni consentivano finalmente di eseguire
la convocazione. Lo pregai di trattare il prigioniero con ogni cautela
evitando eccessi o maltrattamenti. Il suo organismo era robusto,
dava anzi prova di una grande energia quale solo una profonda fede
nel Signore pu spiegare; i ripetuti digiuni per e le faticose
peregrinazioni attraverso il paese lo avevano ridotto a una spaventosa
magrezza per cui si poteva escludere il pericolo di violenze.
Invece ci furono. Uno dei suoi seguaci, prima di fuggire, recise con
un colpo di spada l'orecchio di uno dei miei uomini. Questo attacco
cre ovviamente ulteriori tensioni in giornate gi di per s molto agitate
per chi deve garantire ordine e sicurezza. Quando il prigioniero
arriv al mio cospetto vidi che aveva la tunica sporca di sangue. C'erano
stati maltrattamenti? Il capo della squadra mi rassicur, quel
sangue non era il suo, era schizzato macchiandogli la veste durante
i confusi scontri con i suoi seguaci che s'erano poi dati alla fuga.
Era intanto scesa la notte. Nonostante la convocazione fosse stata
fatta in gran fretta date le circostanze, nell'aula s'erano radunati
molti sinedriti compreso mio suocero Anna che ha ricoperto a lungo
e con grande saggezza la mia stessa carica. Non feci controllare il
numero, non c'era il plenum ma di sicuro erano presenti la grande
maggioranza dei settantuno membri.
La mia prima preoccupazione fu che si evitassero divisioni per
correnti soprattutto tra sadducei e farisei considerate le numerose
diversit di opinione tra i due gruppi. Dovevamo valutare liberamente
il caso ma restando uniti davanti al procuratore di Roma,
rappresentante di una potenza straniera, un pagano estraneo ai nostri
costumi e alla nostra santa religione.
Sapevamo che il profeta sarebbe dovuto comparire anche davanti
al procuratore di Roma, per questo volevamo capirne le intenzioni,
condurre una specie di inchiesta preliminare ed in fin dei conti metterlo
in guardia. Dovevamo accertare ci che Egli aveva fatto e detto
al Tempio, con quale scopo percorresse i villaggi imponendo le mani
e predicando cose che la Legge non prevede ed anzi condanna. Lo accusavano
di dichiararsi figlio di Dio, di aver violato il sabato. Volevo
chiedergli, io personalmente, fino a che punto avrebbe portato le sue
provocazioni. Questi aspetti del suo comportamento interessavano
noi, certo non il procuratore, che per sarebbe potuto intervenire, se
vi avesse ravvisato un riflesso in qualche modo politico.
S' detto che abbiamo agito con precipitazione eccessiva, alla vigilia
di un giorno festivo, in ore notturne. Non si tiene conto che Pilato
era salito a Gerusalemme dalla sua abituale residenza di Cesarea,
per controllare di persona la situazione nei giorni di festa; che presto,
forse addirittura la mattina seguente, sarebbe ripartito e che tutto
sarebbe diventato pi difficile ed ancora pi pericoloso. Non eravamo
in condizione di dettare al prefetto i tempi dei suoi spostamenti.
Il mio dovere era difendere la potest del Sinedrio. Questa e solo
questa era la mia intenzione. Ne rivendico congruit e innocenza.
Se i Romani avessero sospettato una nostra debolezza nei confronti
dell'autore di cos gravi disordini, ne avrebbero approfittato
per limitare ulteriormente la nostra residua competenza imponendo
la loro legge; il tallone di ferro sotto il quale tengono la nostra nazione
sarebbe diventato ancora pi pesante.
Somma sciagura! Con quali forze, se questo fosse avvenuto, avrei
potuto difendere il mio popolo dalla loro arroganza? Ecco perch a
un certo punto gridai:  meglio che un solo uomo muoia, piuttosto
che tutto un popolo. Non  saggezza questa? Non  il compito di
ogni uomo responsabile della vita di altri? Chi potrebbe contraddire
un tale principio?

AUGIAS: Questa testimonianza - immaginaria, ma non del
tutto inverosimile - era parte, con poche varianti, di un
mio precedente racconto sulle drammatiche ultime ore di
Ges. La ripropongo qui perch il professor Filoramo possa
valutarla nella sua possibile attendibilit storica.
Il sommo sacerdote, in questa sua autodifesa, espone motivazioni
che tendono a imprimere necessit politica al
comportamento suo e dell'assemblea sinedrita. In genere
si tende a considerare il voto del Sinedrio sul caso Ges
un'azione delittuosa, premessa della sua successiva crocifissione.
Una decisione gi grave appesantita dal sospetto
che il capo del Sinedrio, agendo come ag, avesse in mente
soprattutto la salvaguardia della sua carica dati i delicatissimi
rapporti che doveva mantenere con gli occupanti
romani. Ecco perch nella perorazione egli insiste su due
temi: da una parte la difesa dell'istituzione da lui presieduta;
dall'altra la necessit di spegnere ogni motivo di tumulto
o di disordine in circostanze rese critiche dall'eccezionale
afflusso di pellegrini nella citt santa. Certamente
egli non pot immaginare che quei fatti avrebbero avuto
tali conseguenze sulla storia del mondo e che il suo nome, a
causa di quei fatti, sarebbe stato oggetto di un biasimo secolare.
Se lo avesse sospettato forse la sua vanit gli avrebbe
dettato un atteggiamento diverso e la storia del mondo
sarebbe andata da un'altra parte - forse.
Come si svolse quell'assemblea, quali argomenti vennero
dibattuti, in realt nessuno sapr mai; dobbiamo ricorrere
a una ricostruzione di fantasia, probabilmente non lontana
dalla realt tale la somiglianza, nel tempo e nello spazio,
dei comportamenti politici. Restano in ogni caso, per
ci che  possibile sapere, le circostanze storiche: subito
dopo l'arresto, avvenuto in ore notturne, Ges viene condotto
davanti al Sinedrio radunato d'urgenza. Fino a che
punto  possibile ricostruire quella seduta?

FILORAMO: Una premessa  d'obbligo, prima di provare a
ricostruire, sulla base dei racconti dei Vangeli l'interrogatorio
cui Ges viene sottoposto da parte del Sinedrio. Come
lei ha ricordato, si trattava di un organo di comando
tradizionale, che, a partire dal 6 della nostra ra, e cio da
quando la Palestina era caduta sotto la giurisdizione romana,
svolgeva compiti amministrativi e giudiziari, con
competenze in materia religiosa e in parte anche secolari.
Questa assemblea era composta dai sommi sacerdoti,
gli anziani ovvero i cittadini pi influenti, scribi e farisei.
Al tempo di Ges, il prefetto romano designava il sommo
sacerdote. Gli altri sommi sacerdoti ricordati erano probabilmente
sommi sacerdoti non pi in carica, insieme a
membri eminenti delle pi importanti famiglie tra le quali
veniva scelto il sommo sacerdote. Gli anziani dovevano
provenire dalle famiglie pi ricche ed antiche. Ma non doveva
esistere una lista fissa, come nel nostro senato.
Dobbiamo invece pensare a rappresentanti dei gruppi elitari.
Dove si radunava? Marco parla del cortile di un palazzo
del sommo sacerdote, presumibilmente un palazzo che si
trovava sulla collina occidentale di fronte al Tempio.
Altre fonti collocano il luogo nelle adiacenze se non all'interno
del Tempio. Si  discusso a lungo se al suo interno dominasse
la componente sadducea o farisea; sulla base delle
testimonianze disponibili la ritengo una domanda senza
risposta. Piuttosto, pu essere interessante ricordare che
gli Atti degli Apostoli menzionano due altri interventi del
Sinedrio verso ebrei con condanne capitali: Stefano il protomartire,
che viene lapidato, e Paolo, che sfugge alla condanna
in quanto cittadino romano. Giuseppe Flavio ricorda
infine la condanna a morte nel 62 di Giacomo, fratello
del Signore. Un organo, dunque, che in materia religiosa
aveva un potere non da poco.
Nonostante i Vangeli divergano profondamente nel presentare
l'interrogatorio di Ges - come abbiamo detto -,
concordano per nel raccontarlo come accaduto e
sul fatto che a questo interrogatorio avrebbe preso parte
il sommo sacerdote.

AUGIAS: Personaggio notevole  certamente Caifa che aveva
tra gli altri ruoli quello di presiedere il Sinedrio. Posizione
delicatissima che doveva essere condotta con grande
abilit politica a cavallo tra gli interessi dei Giudei e il
peso incombente dell'autorit romana che aveva il potere
di destituirlo in ogni momento. Non a caso sia Caifa sia
Pilato verranno rimossi contemporaneamente dall'incarico
nel 36 per ordine imperiale sollecitato dal governatore
di Siria. Quali furono il comportamento e la decisione del
Sinedrio nella notte dell'arresto?

FILORAMO: C ' una premessa ovvia che non abbiamo ancora
preso in considerazione. Quando poco fa abbiamo parlato
dei Vangeli, bisognava aggiungere che il nucleo originale
sul quale i racconti sono stati costruiti  certamente
stato il processo a Ges. Questo  evidente soprattutto
nel caso di Marco. La seconda considerazione viene dal
modo in cui i tre sinottici da una parte e Giovanni dall'altra
redigono i testi. Luca e Matteo seguono il racconto di
Marco, anche se poi su diversi punti lo reinterpretano. Il
racconto di Giovanni segue come sempre una strada tutta
sua. Nel complesso, nonostante queste differenze, il ruolo
del sommo sacerdote, presidente in carica del Sinedrio,
risulta in tutti i testi notevolmente negativo. Sia i sinottici
sia Giovanni concordano sul fatto che la responsabilit
della morte di Ges in fondo  della classe sacerdotale
dei Giudei. Pilato figura come un esecutore poich solo
lui poteva emettere una sentenza capitale. Con Giovanni
entra in scena anche il suocero di Caifa, cio Anna, che
aveva ricoperto quindici anni prima il ruolo di sommo sacerdote.
Quanto a Caifa, doveva avere un potere non da
poco: il suo pontificato dura quasi vent'anni, un periodo
lunghissimo se si tiene conto che nel i secolo della nostra
ra a Gerusalemme si contano diciannove sommi sacerdoti,
con una breve durata della carica prima di essere rimossi
dal potere romano.

AUGIAS:  la stessa tecnica che si usa anche oggi per impedire
che una permanenza prolungata in un ufficio delicato
consenta di accumulare troppo potere.

FILORAMO: Caifa, da questo punto di vista, sembra un'eccezione;
fino alla sua rimozione nel 36 da parte di Vitellio,
dobbiamo dedurne che egli era stato capace di mantenere
ottime relazioni con i rappresentanti dell'imperium romano
in Siria e Palestina.

AUGIAS: Ma qual  stato il ruolo di entrambi? Questa  la
domanda che storicamente interessa di pi.

FILORAMO: Una risposta la pu dare solo il Vangelo di
Giovanni. Marco, infatti, non menziona il sommo sacerdote
per nome, mentre Matteo menziona solo Caifa e Luca
non fa nomi. Veniamo dunque a Giovanni. Ho gi ricordato
che il Vangelo anticipa la riunione del Sinedrio rispetto
alla Pasqua: in questa occasione, Caifa ottiene dal
Sinedrio la decisione di condannare a morte Ges. Anna
appare in scena dopo l'arresto di Ges: identificato non
come sommo sacerdote ma solo come suocero di Caifa.
L'interrogatorio condotto da Anna  a dir poco originale.
Non si svolge davanti al Sinedrio, n vengono introdotti
dei testimoni:  un testa a testa tra lui e Ges, come
poi sar quello tra Pilato e Ges, il che contribuisce
alla drammaticit della scena. L'interrogatorio non concerne
l'identit messianica di Ges, bens i suoi discepoli
e la sua dottrina, cio il significato politico e religioso
della sua attivit pubblica. La situazione non  perci
quella di un processo, bens di un interrogatorio preliminare
informale; il processo  questione romana, si svolger
davanti a Pilato. Quanto a Ges, mentre nei sinottici
tace, qui si difende - e con vigore. Ges afferma prima di
tutto la pubblicit del suo insegnamento: ha parlato apertamente
al mondo, con parrhesia, un termine chiave, che
diventer la parola d'ordine dei martiri.

AUGIAS: Piccola sottolineatura un po' pedante ma utile:
parrhesia sta per libert di dire tutto, con franchezza, tutto
ci che si ritiene vero od utile che venga detto.

FILORAMO: Esatto. Sottolineando che ha sempre insegnato
nella sinagoga e nel Tempio, cio in luoghi pubblici, nega
indirettamente che nel suo insegnamento vi fosse alcunch
di sovversivo. Ges denuncia cos l'arbitrariet del suo
arresto e insieme accusa ancora una volta i suoi avversari
di non essere in grado di comprendere chi egli realmente
sia: non un falso profeta, che svia gli altri dal retto cammino,
ma l'Inviato del Padre. A queste parole, pronunciate
comunque di fronte a un ex sommo sacerdote, una guardia
reagisce schiaffeggiandolo: per lui Ges ha bestemmiato.
Si tratta di un abile tocco di penna proprio di Giovanni.
Immaginate un nostro processo durante il quale a un certo
punto un carabiniere che deve assistere all'interrogatorio
di un imputato di reato grave, per esempio un delitto
di mafia, inorridito dalla sua risposta, va a schiaffeggiarlo:
un coup de thtre poco plausibile ma molto efficace per lo
svolgimento drammatico dell'azione. In Marco e Matteo
(che lo segue) le offese a Ges da parte degli astanti avvengono
invece al termine del processo notturno davanti
al Sinedrio, mentre in Luca protagoniste sono le guardie
in attesa di condurre il prigioniero davanti al Sinedrio. In
Giovanni, Ges reagisce allo schiaffo riaffermando la sua
innocenza. Allora Anna lo manda, legato, al genero Caifa.
Giovanni presenta dunque una situazione particolare. Anche
se fin dall'antichit si sono fatti dei tentativi per interpretare
il testo giovanneo come se questo interrogatorio
sia stato in realt condotto da Caifa, come nel racconto
dei sinottici, a me sembra che non vi siano dubbi sul
doppio intervento. Per Giovanni, Caifa, certo,  stato
determinante nell'orientare il Sinedrio verso una condanna
a morte. Ma l'interrogatorio finale viene condotto dal
suocero:  come se in questo modo l'intera classe sacerdotale,
quella presente rappresentata da Caifa e quella passata
rappresentata da Anna, si facesse carico della sentenza.
Ges  un testimone della verit, ma i suoi avversari
giudei, a cominciare dai sommi sacerdoti, non sono in grado
di comprenderla.

AUGIAS: Il Sinedrio sposta la presunta colpa di Ges da una
iniziale matrice religiosa come la bestemmia ad un delitto
politico, ovvero la ribellione a Cesare ed il tentativo di farsi
re dei Giudei. Infatti, sar questo il principale contenuto
dell'interrogatorio condotto da Pilato, come vedremo.

FILORAMO: Secondo Giovanni, l'interrogatorio di Anna
riguarda due punti: i suoi discepoli e il suo insegnamento.
Che vuol dire? Da un lato, Ges appare pericoloso per il
numero di seguaci, talora vere e proprie folle, che attira.
Come si dice poco prima ed emerge chiaramente dal suo
tentativo di ricostruzione, la classe dirigente sacerdotale
era preoccupata che se Ges avesse continuato a predicare
con questo successo, tutti i Giudei l'avrebbero seguito;
allora i Romani si sarebbero insospettiti e sarebbero
intervenuti duramente occupando il Tempio e privandoli
del potere. Quanto all'insegnamento, i motivi per incriminarlo
non mancavano certo. Proclamando Dio suo padre,
egli, semplice uomo, si eguaglia a Dio: quale peggiore
bestemmia per un pio ebreo? Egli inoltre pretende di
essere il Messia. Infine, ha profanato il Tempio. Dal punto
di vista della classe sacerdotale ce n'era abbastanza per
perseguitarlo e alla fine condannarlo a morte.

AUGIAS: Su questa responsabilit che i Vangeli addossano
al sommo sacerdote ed al Sinedrio, s' costruita l'immagine
degli Ebrei come popolo deicida, rafforzata dalla celebre
scena di cui leggiamo in Matteo e alla quale abbiamo
gi accennato: E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue
ricada su di noi e sui nostri figli".
Lei ha gi dato una spiegazione ragionevole di quel grido
- rimbalzato attraverso i secoli - che Matteo riferisce
o, secondo una diversa ipotesi, inventa di sana pianta. Ma
l'importanza e le conseguenze di quelle poche pesantissime
parole chiedono un supplemento di riflessione. Mai
come in questo caso le parole sono davvero diventate pietre.
Possibile che l'autore del testo volesse solo interpretare
le tensioni che le prime comunit cristiane avevano nei
confronti della matrice giudaica dalla quale provenivano?

FILORAMO: Abbiamo parlato in un capitolo precedente
dell'importanza di questo soggetto particolare ed anonimo,
la folla, quelle masse ondeggianti che, per definizione,
cambiano facilmente d'opinione e di umore. La folla a
cui lei fa riferimento, d'altro canto, agisce secondo un tipico
meccanismo politico che troviamo attestato in Oriente
nelle citt ellenistiche, anche se non a Gerusalemme. Si
tratta dell'acclamatio, l'acclamazione con cui l'insieme dei
partecipanti a un evento importante confermava ad esempio
all'unisono una decisione presa dall'assemblea cittadina
(o la rifiutava). In questo senso, il ruolo di questa folla
 plausibile. Rimane il problema della sua interpretazione.
Non si tratta di un'automaledizione destinata a durare
nei secoli, come poi l'interpreter l'antigiudaismo cristiano,
ma di una assunzione di responsabilit collettiva
di fronte a un prigioniero che la folla considera colpevole.
Matteo, in fondo, che scrive dopo la distruzione del Tempio
nel 70, vede questo evento come la giusta punizione di
Dio nei confronti di un giudizio sbagliato.

AUGIAS: Un'altra parte rilevante della responsabilit nell'uccisione
di Ges viene attribuita alla setta dei farisei.  storicamente
giustificato un tale accanimento? In fondo i farisei
erano una setta assai numerosa, molto vicina al popolo
e benvoluta; gli si pu rimproverare, volendo, la minuziosa,
formale, osservanza delle norme e dei riti, il che non
basta a giustificare l'accanimento contro di loro di cui alcuni
Vangeli riferiscono. Le ragioni devono essere state
altre. A loro merito peraltro si deve anche ricordare che,
dopo la distruzione del Tempio e dello Stato giudaico, furono
proprio i farisei a mantenere l'ordinamento della vita
religiosa destinato, grazie a loro, a durare nel tempo.

FILORAMO: Nei sinottici, prima di arrivare al processo, i
farisei agiscono per catturare Ges e farlo condannare. Il
sommo sacerdote, che apparteneva ad un'altra setta o corrente,
quella dei sadducei, compare solo come capo del Sinedrio.
Il ventaglio di possibilit presentato dai sinottici
 ampio. Prima ci sono gli scribi e i farisei, i responsabili
della legge. Con chi se la prende, Ges? Con loro, con i
farisei, evidentemente  con loro che si sviluppa il conflitto
che non  solo d'interpretazione, ma verte proprio sulla
natura del suo profetare, sulla sostanza della sua predicazione.
I farisei lo vogliono togliere di mezzo perch lo
vedono come un destabilizzatore del sistema in cui vivono
e che ritengono intangibile.
Va anche precisato che sulla natura di questi nemici i Vangeli
hanno punti di vista diversi. Per Marco, durante la
predicazione in Galilea, i nemici di Ges sono i farisei, un
movimento od associazione volontaria che difendeva una
propria interpretazione della legge, alleati - in modo storicamente
alquanto improbabile - con gli erodiani, che costituivano
un gruppo politico dell'aristocrazia filoromana
che appoggiava Erode Antipa (come prima aveva appoggiato
Erode il Grande). In sguito, nel racconto della passione,
i farisei spariscono di scena. Luca verso i farisei ha
un atteggiamento pi benevolo. Matteo parla di una convergenza
tra farisei e sadducei: poich normalmente i due
gruppi si trovavano su opposti fronti, sembra che l'opinione
di Matteo, nel presentarli uniti, sia di far capire che tutti
i gruppi dirigenti sono ostili a Ges. Inoltre, Matteo contrappone
il modo di interpretare e vivere la legge come fa
Ges e come fanno invece scribi e farisei. In Giovanni lo
scenario cambia. Le differenziazioni scompaiono: non si
parla di scribi, anziani, sadducei, dottori della legge. I responsabili
ora sono i Giudei in blocco.

AUGIAS: L'accanimento dei Vangeli contro i farisei, dipinti
come un gruppo di ipocriti che agiscono sotterraneamente,
 stato dunque costruito a freddo: i farisei erano
la setta pi popolare tra gli osservanti, erano persone
per bene.

FILORAMO: Aggiungo un elemento: Paolo stesso era fariseo,
si presenta come fariseo della trib di Beniamino.

AUGIAS: Ma esiste in definitiva una spiegazione di carattere
storico per la visione distorta e malevola che i Vangeli
danno dei farisei? Ancora oggi il termine fariseo  usato
come aggettivo (farisaico) che indica un atteggiamento
ipocrita e falso.

FILORAMO: Sul ruolo dei farisei nel mondo variegato del
giudaismo al tempo di Ges i pareri degli specialisti divergono
profondamente. Per un verso, infatti, i farisei
hanno dato un'impronta decisiva al giudaismo del I secolo
della nostra ra: non  un caso che, dopo la distruzione
del Tempio, come lei ricorda, sia sorto un giudaismo rabbinico
in profonda continuit con la posizione farisaica,
facendo della legge il nuovo Tempio ed estendendo l'idea
di santit ad ogni aspetto della vita: una vera e propria rivoluzione
teologica ma anche pratica. In questo senso, si
potrebbe anche dire che essi esprimono al meglio umori
e sentimenti popolari. Per un altro verso,  indubbio, come
dimostra lo stesso processo a Ges, che il giudaismo
era sotto la guida dei suoi sacerdoti; a costituire il giudaismo
comune erano le posizioni dottrinali e pratiche rappresentate
dai sacerdoti e condivise dal popolo. In questo
secondo caso, il quadro che i sinottici danno dei farisei 
errato, o almeno forzato.
Come i farisei, Ges credeva nella resurrezione dei morti,
cosa che invece i sadducei negavano. Vi sono poi le tradizioni
favorevoli ai farisei come Nicodemo e Giuseppe di
Arimatea che si prendono cura del cadavere dopo la deposizione.
Nonostante le polemiche dei Vangeli, oggettivamente
la posizione di Ges  pi vicina a quella dei farisei non
solo su certi punti dottrinali (in fondo, Ges  presentato
e agisce come un rabbi, non come un sacerdote), ma anche
su una questione decisiva: quella del puro/impuro. Con
la differenza essenziale che, mentre per i farisei la purit
 legata al rispetto del sistema rituale, per cui l'impurit
consiste in una violazione delle regole di questo sistema
indipendentemente dalle intenzioni del soggetto (non 
dunque una violazione di carattere etico), per Ges l'impurit
diventa etica: impuro  ci che proviene dai pensieri
negativi che si annidano nel cuore dell'uomo.
...
14. GIUDA.

Voci insistenti riferiscono che a guidare le guardie del Tempio la
sera in cui il profeta venne arrestato, fosse uno dei suoi seguaci - un
traditore, dunque. Il suo nome  Giuda, lo chiamano l'Iscariota perch
pare provenga dal villaggio di Qriyyt anche se il dato non 
certo. Nulla  certo del resto su ci che riguarda quest'uomo, nemmeno
le motivazioni che lo avrebbero spinto al tradimento, anzi
soprattutto quelle. Lo descrivono di temperamento riservato,
tendente alla malinconia, di poche parole, brusco nei rapporti, per
di forte fede nel Maestro che spesso fissava intento assorbendo a
una a una le sue parole. A volerne misurare le inclinazioni intellettuali,
molti le avrebbero collocate alla pari di quelle di Giovanni
se non al di sopra.
Perch dunque ha fatto ci di cui viene accusato? Perch ha ripagato
cos male il Maestro? Ges gli aveva dato una cos ampia fiducia
da affidargli la cassa del gruppo. Povera cassa, certo, tuttavia
i soli fondi di cui quei miseri predicatori itineranti disponessero. Al
di l di quell'esigua riserva rimaneva solo l'ospitalit, a volte generosa,
delle persone agiate che ascoltavano la voce del rabbi e talvolta
ospitavano nelle loro spaziose dimore lui e i suoi seguaci. Della piccola
fortuna comune Giuda era custode ed amministratore.
Perch lo ha fatto? Prima ancora di questa domanda ce n' per
un'altra: era davvero necessario che lo facesse? Era cio necessario
che guidasse le guardie del Tempio in una localit, detta Orto degli
Ulivi, a poche centinaia di metri dalle mura orientali di Gerusalemme,
dov'era noto che il rabbi di tanto in tanto si riuniva con i suoi
discepoli? Ed era necessario che, una volta arrivati, individuasse il
rabbi baciandolo sulla guancia? Vero che era scesa la notte ma anche
vero che la fisionomia del rabbi era nota; aveva predicato nelle
strade, il giorno precedente, al Tempio, s'era reso protagonista d'una
scena che nessuno aveva potuto dimenticare.
Quel bacio, diventato simbolo di ogni tradimento,  nella sua
contraddittoriet una grande invenzione. Il bacio  un gesto d'amore,
d'affetto, di riconoscenza. Il bacio riferito a un tradimento crea
narrativamente un'antinomia cos efficace da diventare, com' accaduto,
esemplare.
Meno di una settimana prima, il Maestro era arrivato in citt accolto
da molte persone che lo acclamavano; il suo ingresso a Gerusalemme,
volendo risalire alle Scritture, era annunciato cos: Dite
alla figlia di Sion: "Ecco, a te viene il tuo re, | mite, seduto su
un'asina | e su un puledro, figlio di una bestia da soma". Alla vigilia
(e come causa immediata) dell'arresto aveva provocato gravi disordini
nella spianata del Tempio, rovesciando i banchi dei venditori e dei
cambiavalute; tutti lo avevano visto, i lineamenti alterati, lo sguardo
fiammeggiante, mentre agitava una sferza scagliandosi contro
la corruzione delle alte gerarchie sacerdotali.
Le guardie avrebbero potuto arrestarlo in quel momento se ne
avessero avuto l'ordine. L'ordine per non era arrivato perch s'era
temuta una rivolta del popolo a un arresto che, in quelle condizioni,
poteva degenerare in violenza. Rimane che la fisionomia del
protagonista di episodi pubblici e clamorosi era nota a tutti, amici
e nemici, guardie del Tempio e spie delle autorit romane.
Ecco perch le domande diventano addirittura due. La prima
 perch Giuda attui il suo tradimento ma la seconda  a che cosa
mai poteva servire il suo gesto. Teatralmente bellissimo, ma insignificante
dal punto di vista operativo e teologico. Anche per questo il
personaggio, caratterizzato da una serie di enigmi, resta uno dei pi
affascinanti nell'intera storia.
In epoche che non fossero quelle cos remote di cui stiamo raccontando,
egli  il tipico protagonista che sarebbe introdotto nella
vicenda con un attacco di maniera simile a questo: Chi si fosse trovato
a passare intorno alla mezzanotte, negli oscuri vicoli alle spalle
dell 'abbazia di ... avrebbe notato una figura che procedeva a passo
rapido, rasentando il muro, avvolta in un tabarro, il volto semicelato
da un cappello floscio, nero anch'esso come il mantello... Questa 
l'atmosfera che s'addice a quell'uomo, anche se i modi da feuilleton
ottocentesco non devono trarre in inganno, sono qui riportati solo
per alludere stilisticamente ai molti aspetti sfuggenti che caratterizzano
la sua figura. La realt  che Giuda  una figura tragica, l'unico
che - insieme al suo maestro - trover la morte nel corso degli
avvenimenti: il rabbi viene torturato e ucciso, lui si dar la morte
da solo - dicono che i denari avuti come premio per la delazione rotoleranno
via dalle sue tasche, dettaglio che s'inserisce bene in un
quadro da romanzo popolare.
Torna per insistente la domanda alla quale nessuno ha mai
davvero risposto: perch lo ha fatto? Si riferiscono varie, non sempre
coerenti, ancora meno convincenti motivazioni del gesto; alla
somma irrisoria avuta come compenso s' gi accennato; in sostanza
nessuno ci dice perch il tradimento venne compiuto. Tra le varie
versioni quella che lo delinea nel modo peggiore  data da Matteo
che scrive: Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, and
dai capi dei sacerdoti e disse: "Quanto volete darmi perch io ve lo
consegni?" Si disegna la figura abietta del delatore qual  sempre
esistita e che in anni non molto lontani ha visto ebrei, comunisti,
omosessuali denunciati alla polizia politica in cambio di un qualche
compenso. Gi, il compenso: anche su quello bisogner cercare
di fare un po' di chiarezza.

AUGIAS: Professore, Giuda  un personaggio quasi interamente
enigmatico. Non sappiamo chi , n perch ha fatto
quello che ha fatto. Credere che abbia tradito il maestro
per quel pugno di denari  assurdo, forse addirittura
infantile. Ci possiamo accontentare di cos poco in una
storia tanto grande? La vera, difficile, domanda  quella
iniziale: chi  Giuda?

FILORAMO: Ha ragione: misterioso; lo  fin dal nome:
Iscariota.  un appellativo sul quale sono state dette tante
cose, ma senza dare una spiegazione davvero convincente.
Nel Vangelo di Giovanni viene presentato o come
Giuda Iscariota o come figlio di Simone Iscariota, protagonista
ma in negativo del dramma del processo. Storicamente
non abbiamo nessuna possibilit di dire se sia
davvero esistito, quindi si tratta di capire perch ci viene
presentato in quel modo, quale ruolo abbia, da che
derivi il fascino che indubbiamente sprigiona. Non a caso
Giuda, tra tutti i personaggi dei Vangeli,  tra i pochi
che hanno continuato ad alimentare un notevole immaginario,
presentato come traditore ma anche come vittima
predestinata. Raccontano i Vangeli che Ges sceglie
personalmente i dodici apostoli; gi i Padri della Chiesa
si chiedevano per come avesse fatto a scegliere uno come
Giuda dal momento che non poteva non sapere che
l'avrebbe tradito. Questo  molto chiaro nel Vangelo di
Giovanni, dove Ges - Inviato celeste - agisce consapevolmente.
Giovanni racconta la famosa scena in cui Ges
intinge nel piatto un pezzo di pane da consegnare a chi lo
avrebbe tradito. Ges dunque indica chi sar il traditore
dimostrando la prescienza di ci che succeder. Per Giovanni
 come se tutto fosse preordinato e Giuda destinato
ad assolvere quel compito.

AUGIAS: Rileggiamo insieme i versetti ai quali lei s' appena
riferito. Cito dal Giovanni dell'ultima cena: Dette queste
cose, Ges fu profondamente turbato e dichiar: "In verit,
in verit io vi dico: uno di voi mi tradir". I discepoli si
guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse.
Ora uno dei discepoli, quello che Ges amava, si trovava
a tavola al fianco di Ges. Simon Pietro gli fece cenno di
informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi
sul petto di Ges, gli disse: "Signore, chi ?" Rispose
Ges: " colui per il quale intinger il boccone e glielo
dar". E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda,
figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana
entr in lui. Gli disse dunque Ges: "Quello che vuoi
fare, fallo presto". Nessuno dei commensali cap perch
gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poich
Giuda teneva la cassa, Ges gli avesse detto: "Compra
quello che ci occorre per la festa", oppure che dovesse
dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito
usc. Ed era notte.
Racconto mirabile con quel finale di alto valore letterario:
Egli... subito usc. Ed era notte. Sotto il profilo teologico
per pieno di incongruenze. La prima, alla quale lei
ha gi accennato,  che Ges sa e prevede che Giuda, cassiere
del gruppo, s'appresta a tradirlo. Non solo non cerca
d'impedirlo, anzi sollecita l'azione: Quello che devi
fare fallo al pi presto. Esiste una spiegazione non dico
storica ma almeno razionale di queste parole?

FILORAMO: Se parliamo di Giovanni, Giuda  il deuteragonista
del Cristo Inviato celeste; viene lasciato agire perch
 giunto il momento che si compia la missione per la
quale l'Inviato dal Padre s' incarnato. Il secondo elemento
che mi pare importante  il richiamo a Satana che entra
in lui. Lo scenario qui  la lotta cosmica tra l'Inviato celeste
e le forze del male, capeggiate da Satana. Giuda diventa
il rappresentante di quelle forze del male che, per
l'evangelista, sono presenti nel mondo e che si oppongono
all'Inviato celeste: forze che per Giovanni coincidono con
i Giudei in blocco, non a caso definiti figli del diavolo.
Si tratta di una lettura teologica che  stata fatta di Giuda,
intorno alla quale l'evangelista ha costruito il suo testo.
C' in questo qualcosa di tragico che merita di essere sottolineato.
Come ricordavo prima, perch Ges, l'Inviato
celeste, che conosce direttamente e dall'interno il cuore degli
uomini - dunque anche le intenzioni di Giuda, posseduto
da Satana - ha ammesso Giuda nella cerchia pi intima
dei suoi discepoli? La risposta non pu che essere: perch
il Padre l'ha voluto in quanto rientra in un suo imperscrutabile
disegno, che pu solo essere accettato e realizzarsi.
Ecco che allora su questo sfondo Giuda diventa un personaggio
potenzialmente tragico, un po' come Edipo:
vittima sacrificale di un destino che non si  potuto scegliere,
burattino i cui fili sono tirati non dalle moire come per
Edipo, ma dal disegno imperscrutabile di Dio. Un dannato
della terra, insomma, che non pu sfuggire al suo
destino, che si consumer infatti, secondo il racconto degli
Atti degli Apostoli, in modo tragico e insieme teatrale.
Racconta Pietro: Giuda dunque compr un campo con
il prezzo del suo delitto e poi, precipitando, si squarci e
si sparsero tutte le sue viscere.

AUGIAS: Ricordo che anche nel racconto di Luca si trova la
stessa espressione collocata per in un diverso momento.
In quel testo leggiamo: Si avvicinava la festa degli Azzimi,
chiamata Pasqua, e i capi dei sacerdoti e gli scribi
cercavano in che modo toglierlo di mezzo, ma temevano
il popolo. Allora Satana entr in Giuda, detto Iscariota,
che era uno dei Dodici. Ed egli and a trattare con i capi
dei sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo
a loro.
Del riferimento a Satana conosco due interpretazioni. Secondo
la prima Luca, che era uomo colto, forse medico, si
riferisce a uno stato d'alterazione mentale vicino alla pazzia,
e sarebbe stata proprio questa, la follia, la causa del
tradimento. La seconda dice invece che il richiamo a Satana
 un'allusione criptica all'Impero romano, quindi Giuda
avrebbe tradito per motivi diciamo cos politici.

FILORAMO: Nessuna di queste due interpretazioni, ritengo,
coglie nel segno. Occorre tenere presente che la figura
di Giuda nei Vangeli sinottici  presentata in modo abbastanza
diverso da Giovanni. Forzando un po' le cose, si potrebbe
dire che nel loro insieme i tre Vangeli costruiscono
progressivamente il personaggio di Giuda. A differenza
di Giovanni, dove fin da subito egli  un predestinato del
male, i sinottici, da Marco attraverso Matteo fino a Luca,
ci presentano un processo di formazione e trasformazione
dei tratti essenziali della sua figura nel senso della progressiva
acquisizione di caratteristiche demoniache e di una
colorazione a tinte sempre pi fosche del suo volto. Piano
piano, da informatore Giuda diventa oppositore e traditore,
da incluso a escluso e recluso, da illuso a deluso, da
oculato risparmiatore ad avido accumulatore di denaro e
di ricchezze, seguace di quel Mammona di iniquit che
 il volto manifesto di Satana stesso. Luca  l'unico dei sinottici,
nel passo da lei citato, a parlare dell'ingresso di
Satana in Giuda. In questo modo, apre la via all'interpretazione
del Vangelo di Giovanni.

AUGIAS: Resta un dato fondamentale: secondo le Scritture
Ges era una delle tre persone del dio trinitario, disceso
sulla terra per redimere il genere umano immolandosi e addossandosi
tutti i peccati del mondo, come recita una preghiera
che si chiama Agnus Dei. Se il suo sacrificio dunque
doveva compiersi, era necessario che qualcuno lo avviasse.
Torna l'immagine tragica di Giuda che lei - in modo molto
suggestivo - ha accostato a Edipo: uomini costretti ad
agire pi che dalla loro volont, dal destino.

FILORAMO: All'inizio di questo ventunesimo secolo  stato scoperto
un testo gnostico noto come Vangelo di Giuda. Gi
Ireneo vescovo di Lione, pi volte menzionato, lo aveva
citato verso la fine del II secolo nella sua opera Adversus
Haereses parlando dei seguaci di Giuda che, invece di demonizzarlo,
l'avevano preso come il vero personaggio positivo,
il vero apostolo, l'unico che avesse davvero capito
la missione di Ges. Cito: Anche il traditore Giuda, dicono,
ha saputo questo con esattezza; e proprio perch 
stato il solo (tra gli apostoli) a possedere la conoscenza della
verit, ha compiuto il mistero del tradimento. Per mezzo
suo tutto ci che  terreno e celeste  stato cos scomposto,
come dicono. Essi producono una composizione del
genere, da loro chiamata Vangelo di Giuda. Ireneo cita
questi gnostici seguaci di Giuda dopo aver parlato di altri
gnostici, i cainiti, seguaci di Caino. Si tratta di una tipica
esegesi gnostica rovesciata dell'Antico Testamento. Per
gli gnostici il Dio dell'Antico Testamento  un Dio crudele
e malvagio, non a caso creatore del mondo di tenebre
in cui lo gnostico  stato gettato a vivere. Chi si ribella a
lui, come Caino,  dunque un eroe, un antesignano degli
gnostici e della loro ribellione contro questo Dio crudele.

AUGIAS: Ho letto il Vangelo di Giuda, di recente pubblicato
in italiano da pi d'un editore:  una lettura, devo
dire, sorprendente perch, per la prima volta, si d finalmente
un senso al suo gesto. Parlando poco sopra di un
altro personaggio, lei ha detto che circolava l'idea per cui
Ges dovesse compiere una missione. Quest'idea  poi diventata
fondativa del cristianesimo: Ges detto il Cristo 
l'uomo che prende su di s i peccati dell'intera umanit e,
sacrificandosi, la redime,  l'agnello di Dio che riprende
e sublima l'antico rito del capro espiatorio. Se questa  la
missione di Ges,  ovvio che debba compierla morendo.
Giuda  colui che lo capisce, forse l'unico tra i suoi umili
seguaci che abbia gli strumenti intellettuali per decifrare
il mistero. Ges non  un leader politico, il suo regno non
 di questo mondo, s' incarnato nel ventre d'una donna
per riscattare il peccato di Adamo. Nel Vangelo detto di
Giuda,  Ges stesso che gli affida l'incarico di tradirlo
dicendogli: Quanto a te, tu li sorpasserai tutti, poich
l'uomo che mi porta, tu lo sacrificherai.
Il Vangelo di Giuda sembra il pi vicino a una possibile
verit.

FILORAMO: Il Giuda del nostro Vangelo, come gi aveva
ben colto Ireneo, un attento e acuto lettore,  l'unico, tra
gli apostoli, a conoscere la verit; solo lui capisce veramente
ed a fondo sia il personaggio Ges sia l'approssimarsi del
momento. Ma perch? Come il Vangelo racconta, egli ,
fin dall'inizio dei tempi, un predestinato, un eletto. L'autore
di questo Vangelo rovescia la chiave di lettura di Giovanni:
mentre per quest'ultimo Giuda  predestinato alla
dannazione, per il Vangelo di Giuda egli  stato prescelto
dal Padre per aiutare il Ges gnostico. Quella di Giuda
, per cos dire, un'azione di traghettamento non solo
di Ges, ma della storia e del cosmo: di Ges che torna
al suo originario mondo sovraceleste, della storia che
s'avvia alla sua fase finale, del mondo alla sua dissoluzione.
In questo senso, il testo  una vera e propria apocalisse
che disvela i misteri cosmici e sovracosmici. Quanto
a Pietro e agli altri apostoli, che invece non lo capiscono,
sono i rappresentanti della Chiesa cattolica e dei suoi vescovi
rimasti fermi a una certa lettura del Cristo psichico,
carnale, ai quali sfugge il senso profondo della sua missione.
Il testo li prende in giro. Nel suo dialogo di rivelazione
con Giuda sovente il Cristo gnostico ride. A ridere, in
realt,  l'autore del testo: ride di Pietro, simbolo e fondamento
dei vescovi, i capi della Grande Chiesa. Pietro
pensa di essere il discepolo prediletto ma non si  accorto
che in realt  la vittima di una trama cosmica. In questo
senso, un interprete del Vangelo lo ha definito, io credo
a ragione, un'antica parodia gnostica. Insomma, alla fine
il Giuda di Giovanni e il Giuda del nostro Vangelo sono
due volti contrapposti della stessa medaglia.

AUGIAS: Vedo anch'io il punto di contatto tra i due;
entrambi parlano di una missione da compiere. E se andiamo
alle ultime parole pronunciate da Ges morente, mentre
Marco e Luca gli fanno lanciare il terribile grido del
salmo Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato?,
Giovanni spiritualizzando all'estremo quel povero essere
torturato, fa spirare Ges con una formula che riassume
la sua missione:  compiuto.

FILORAMO: In Giovanni infatti non c' il mistero della
sofferenza, non ci sono le ore di patimento angoscioso nel
Giardino del Getsemani. Bultmann, ad esempio, riteneva
che il Vangelo di Giovanni fosse stato influenzato da
correnti gnostiche.

AUGIAS: Forse dovremmo ricordare brevemente in che
cosa consistesse la dottrina degli gnostici che lei ha citato
pi volte.

FILORAMO: Rispondo alla domanda con una citazione letteraria.
Perch penso che sia importante, per chi ci legge,
rendersi conto che il sentimento di fondo che animava gli
antichi gnostici non  poi cos lontano da noi. Kurz, protagonista
di Cuore di tenebra di Conrad, il grande uomo
che ha cercato di sconfiggere, attribuendogli un senso, il
male insito nel colonialismo, muore senza speranza gridando:
L'orrore, l'orrore. La voce recitante, Marlow, colui
che compie il viaggio in quel cuore di tenebra che, a un
livello esoterico, allude chiaramente ai guasti irreparabili
del colonialismo, ma, dietro questo volto in fondo rassicurante,
cela appunto l'angoscia della condizione umana,
naviga a ritroso, per approdare al nulla dell'orrore, in una
terra desolata. A lei, confessa ad un certo punto, era rivolta
la sua attenzione, non al signor Kurz il quale ormai,
dovevo pur ammetterlo, era come bell'e sepolto. E per un
momento mi parve d'essere anch'io sepolto in una vasta
tomba piena di indicibili segreti. Sentivo un peso intollerabile
che mi opprimeva il petto, un odore di terra fradicia,
la presenza invisibile di una corruzione trionfante, la
tenebra di una notte impenetrabile... Non si potrebbe
descrivere meglio quello che astrattamente noi specialisti
siamo soliti chiamare l'anticosmismo degli gnostici, cio il
senso di vivere in una gabbia d'acciaio - tipico geroglifico
gnostico con cui il sociologo Max Weber, un secolo fa
descriveva l'universo chiuso dell'uomo moderno -, preda
delle forze del male e delle tenebre, a cui per si  estranei,
perch si sente che dentro e dietro l'involucro dell'io
empirico, delle tante maschere che compongono la persona
sociale, vi  una realt straniera. La gnosi  conoscenza
particolare, illuminazione o rivelazione, permette di scoprire
questa realt nascosta.

AUGIAS: Per chi ci crede, ovviamente. Scusi la banalit
dell'intervento. Infatti, il presupposto di questa geniale
costruzione  che si creda ad una trascendenza, un mondo
della luce, contrapposto al buio e all'ingiustizia del nostro
mondo.

FILORAMO: Ogni corrente di pensiero o teologica vale solo
per chi la condivide. Per gli gnostici quel mondo di luce 
il pleroma divino. Il povero Kurz - e noi con lui - non ha
pi il privilegio di poter credere in una trascendenza,
comunque sia configurata: non gli rimane che l'orrore di
vivere, un sentimento nichilistico che Conrad, e con lui altri
grandi scrittori della crisi, ha saputo cos ben cogliere.

AUGIAS: Tempo fa ho avuto un dibattito con un sacerdote
cattolico aperto e intelligente. Su Giuda dicevo pi o
meno quanto ho ripetuto ora. Lui s' detto cos d'accordo
che alla fine mi ha per dir cos superato: ha concluso definendo
Giuda traditore e santo.

FILORAMO: Lo capisco. Giuda  il testimone della divinit
del Cristo. In lui  entrato Satana il Diavolo, non pi il
Satana di Giobbe, che non  ancora il Signore del male in
lotta con Dio, ma un suo consigliere. E il diavolo dei Vangeli,
come dimostra il racconto delle tentazioni nel deserto,
sa che per lui si sta giocando la partita decisiva: Dio ha
mandato il Figlio per sconfiggerlo definitivamente.

AUGIAS: Questo scrivono sia Luca sia Giovanni per il modo
in cui raccontano i fatti e il contesto in cui li inseriscono
sono decisamente diversi.

FILORAMO: Si  discusso molto sul rapporto tra le due versioni
che potrebbero essere derivate da due tradizioni indipendenti.
Da questo punto di vista il Vangelo di Giuda
dimostra che nella prima met del II secolo la sua era una
figura contestata che poteva essere letta in modi opposti.
Parlo di quegli anni perch  allora che il testo di Giovanni
prende forma.

AUGIAS: Faccio notare che, se la sua ipotesi  esatta, si tratta
di un testo scritto circa un secolo dopo i fatti di cui riferisce
- e che, soprattutto, li interpreta.

FILORAMO: La datazione  largamente condivisa. La lettura
di Giovanni implica che la figura del diavolo sia diventata
centrale, rivela il processo di demonizzazione che sta
avvenendo in quel periodo.  sempre in quel periodo che
Giustino - autore chiave, apologeta e filosofo convertito
al cristianesimo - inventa la nozione di eresia. Come la inventa?
Demonizza le interpretazioni diverse da quella ufficiale.
Le eresie, sostiene, sono false dottrine portate dal
Diavolo, a cominciare da Simon Mago, il primo eretico,
che  un semplice burattino delle sue trame.  il meccanismo
che, seppur in forma embrionale, fa da sfondo al discorso
di Luca e Giovanni. Giuda  un testimone - o un
martire - dell'esistenza del Diavolo.

AUGIAS: L'altro aspetto della vicenda di Giuda che ha fortemente
colpito l'immaginario per le sue caratteristiche romanzesche,
 la sua morte orribile.

FILORAMO: Giuda s'impicca in un campo oppure - nella
versione degli Atti che ho ricordato - si spargono a terra
le sue viscere perch  caduto male o si  buttato da una
roccia o forse si  ucciso come un samurai. Non sono stati
molto delicati con la sua figura, che pure  al servizio
della missione di Cristo. Senza Giuda non ci sarebbe stato
il processo,  lui che mette in moto il meccanismo di
morte-salvazione.

AUGIAS: Resta da chiarire il famoso bacio.

FILORAMO: Se guardiamo alla verosimiglianza dell'azione
quel bacio  inutile: come fa notare il breve racconto in
apertura di capitolo, molti avevano visto Ges, non c'era
alcun bisogno di indicarlo alle guardie venute per arrestarlo
anche se era scesa la sera. Nei romanzi ellenistici
c' per, costante, il tema del riconoscimento. E certe
volte il riconoscimento avviene attraverso un bacio. L'accento
posto dal racconto sulla mancanza di senso del bacio
in quella situazione  condivisibile, se per lo vediamo
come un episodio nella costruzione d'una storia, allora
il bacio rientra.

AUGIAS:  un'osservazione accettabile tanto pi in una ricostruzione
anche letteraria come quella che stiamo facendo.
Quel bacio  chiaramente inutile dal punto di vista
pratico, diciamo per lo svolgimento dell'azione, per la
sua componente poliziesca, narrativamente invece  un gesto
efficace e ben congegnato.

FILORAMO: Nel caso di Luca indubbiamente funziona. I
lettori cui si rivolgeva erano greci, e nei romanzi ellenistici
che avevano una certa circolazione anche presso il
pubblico che non leggeva, quel genere letterario ha avuto
un'incredibile fortuna. Spesso vi si narra di fratelli o sorelle
separati in tenera et che attraverso vicende rocambolesche
alla fine si ritrovano e si riconoscono per un particolare
fisso nella loro memoria. Il bacio suggella il riconoscimento
finale.
A conferma di ci, ricordo che nel Vangelo di Giovanni
la scena del bacio non c'. Giuda ha gi svolto il suo ruolo,
il riconoscimento non pone alcun problema,  in fondo
lo stesso Ges che si fa riconoscere. Dopo di che Giuda
esce definitivamente di scena.
...
15. I MONTI, IL TUONO, LE STELLE.

In un'economia agro-pastorale com'era quella antica di Palestina,
acquista particolare importanza l'ambiente, ovvero lo sfondo
naturale entro o contro il quale avvengono le azioni dei protagonisti;
l'importanza  tale che in alcune occasioni  lo stesso ambiente
a farsi protagonista. Ambiente mutevole, anche se di dimensioni ridotte
(500 chilometri circa conta Israele, da nord a sud), il territorio
presenta grandi differenze tra la parte settentrionale verdeggiante
e ricca di acque ed il territorio prevalentemente desertico della Giudea
che verso oriente ha la profonda depressione del Mar Morto e
culmina, scendendo pi a sud, nel deserto del Negev. In questo paesaggio
si svolge la vita di Ges il quale comincia il suo apostolato
sulle rive del lago di Tiberiade (o Mar di Galilea) e lo conclude sulle
aride alture di Gerusalemme (circa 750 metri sul livello del mare).
Questa natura ha un ruolo nella narrazione, influenza la vita dei
protagonisti anche se generalmente parlando rimane leopardianamente
gelida spettatrice di fronte alle vicende ed ai patimenti degli
attori. Ci sono per delle eccezioni perch in alcuni casi la natura
interviene in maniera eloquente, o, in maniera altrettanto significativa,
su questa natura si interviene.
Uno degli esempi pi noti  probabilmente la maledizione del fico
di cui parlano sia Marco sia Matteo. Il primo scrive: La mattina
seguente, mentre uscivano da Betania, ebbe fame. Avendo visto da
lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicin per vedere
se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino,
non trov altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto
all'albero, disse: "Nessuno mai pi in eterno mangi i tuoi frutti!"
E i suoi discepoli l'udirono.
Matteo riporta anch'egli l'episodio arricchendolo per di un significato
che manca (o  tenuto implicito) nello scarno racconto di
Marco. Infatti, stando alla lettera, perch maledire e far seccare una
povera pianta chiedendogli di dare frutti fuori stagione? La spiegazione,
sembra dire Matteo citando lo stupore dei discepoli, non
 botanica ma teologica. Scrive: La mattina dopo, mentre rientrava
in citt, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada,
gli si avvicin, ma non vi trov altro che foglie, e gli disse: "Mai pi
in eterno nasca un frutto da te!" E subito il fico secc. Vedendo ci,
i discepoli rimasero stupiti e dissero: "Come mai l'albero di fichi 
seccato in un istante?" Rispose loro Ges: "In verit io vi dico: se
avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ci che ho fatto
a quest'albero, ma, anche se direte a questo monte: Lvati e gttati
nel mare, ci avverr. E tutto quello che chiederete con fede nella
preghiera, lo otterrete". Il paragone  un po'forzato per s'intende
bene quale esempio Ges volesse dare con un miracolo negativo,
se cos possiamo dire.
D'altronde la stessa nascita di Ges, secondo il racconto evangelico,
avviene all'insegna di un grandioso fenomeno naturale: la stella
cometa che indica ai re magi arrivati dall'Oriente il luogo dove il
prodigioso bambino  venuto al mondo. Anche in questo caso per
bisogna distinguere, al di l degli affettuosi aspetti favolistici, il
significato profondo dell'evento che va collocato all'interno della
visione cosmologica allora prevalente, decisamente diversa da quella
che abbiamo dopo Copernico, Galileo, Darwin, Einstein.
L'attrattiva dei racconti evangelici  in questo continuo altalenare
tra significato letterale degli episodi e una loro possibile lettura
allegorica, alla quale si pu aggiungere - volendo - anche un ulteriore
significato teologico. Quando Borges avvicinava le storie delle Sacre
Scritture alla letteratura fantastica, pensava forse anche a questo
complesso gioco di rimandi che integra l'apparente semplicit della
lettera, aprendo una lunga catena di considerazioni aggiuntive.

AUGIAS: Professor Filoramo, tra i protagonisti delle storie
di cui stiamo parlando - diciamo pure gli attori - dobbiamo
inserire la natura, ovvero lo sfondo contro il quale
le azioni si svolgono. Uno scenario che in genere, ma non
sempre, assiste impassibile a quanto accade. Se lei  d'accordo
comincerei dal primo segno naturale - di natura celeste -
che accompagna la nascita stessa di Ges, vale a dire
la comparsa di una stella cometa che segna l'umile luogo
in cui il futuro Salvatore  appena venuto al mondo.

FILORAMO: Dobbiamo guardare a questa  stella non con
gli occhi di chi oggi, in una notte limpida, guarda il cielo
e, se non  del tutto insensibile al fascino della Natura,
prova un leopardiano senso di infinito di fronte alle vaghe
stelle, per esempio del Grande Carro, che per riflesso
ci possono dare il senso della nostra pochezza di fronte
all'immensit dell'universo. Per gli antichi, come i lettori
dei Vangeli, l'universo era un cosmo chiuso al cui centro
stava la terra. Le stelle, di cui potevano far parte anche i
pianeti, erano fisse. Esse erano la dimora di divinit che,
dalla loro sede lontana, influenzavano il destino degli uomini.
I magi vengono non a caso da un Oriente, forse la
Mesopotamia, che aveva sviluppato una raffinata arte della
divinazione, grazie alla quale si cercava di decifrare gli
influssi che le stelle avevano sul destino dei singoli individui
o di interi popoli: oggi basta un oroscopo alla radio
per ascoltare la pallida eco di quell'antica credenza. Non
si contano i grandi personaggi la cui nascita era legata ad un
astro particolare. Su questo sfondo, la nascita di Ges sotto
il segno d'una stella non stupisce. In fondo, a nascere 
il Re del mondo: come non omaggiarlo legando il suo destino
alla comparsa di un astro eccezionale? Anche la natura
si inchina al suo Signore.

AUGIAS: L'Antico Testamento per, con la sua concezione
di Dio e della creazione, aveva rifiutato queste visioni
astrologiche tipiche dell'Oriente: le stelle e le costellazioni
che si vedono a occhio nudo nei cieli notturni sono state
create da Dio, non sono sede di divinit che non esistono,
per cui ogni culto delle stelle va rifiutato.

FILORAMO: Pi facile a dirsi che a farsi. Di fatto, ci sono
prove che nell'Israele antico il culto delle stelle venne introdotto
tanto nel Regno del Nord (che termina nel 722 a.C.)
che in quello di Giuda del Sud. Di esso rimangono tracce
anche nel simbolismo. La rappresentazione di Matteo sembra
una riuscita miscela di credenze astrologiche tradizionali
e dell'avveramento di profezie veterotestamentarie
come quella relativa a Giacobbe. In Numeri per esempio
si legge: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge
da Israele. Una profezia di Isaia dice: Cammineranno
le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere.
Dunque, alla fine, una natura celeste al servizio dell'avvento
del Messia.

AUGIAS: Torniamo verso terra. Lo scenario o sfondo che
compare con pi frequenza e con pi intenso significato
non solo nei Vangeli ma in molte scritture antiche di quella
zona,  il deserto. Come possiamo definirlo?

FILORAMO: Una breve premessa ecologica. L'importanza
del deserto nei Vangeli  evidentemente legata ad una zona
particolare della Palestina antica come del resto lo  dell'Israele
contemporaneo, intendo dire la Giudea. La quale
per offre soltanto un aspetto del panorama complessivo,
perch l'altro scenario naturale dei luoghi, l'altra ecologia,
 la zona settentrionale, la Galilea ricca di montagne e di
acque, terra fertile, a differenza dell'arida, aspra Giudea.
Occorre poi tenere presente che, dal punto di vista ecologico,
esistevano in Palestina vari tipi di deserto: quello del
Sinai ha anche dei monti alti pi di 2000 metri (non a caso,
vi si  vista tradizionalmente la collocazione del monte
Sinai), mentre quello del Mar Morto  piatto e desolato
(nonch sotto il livello del mare). Quanto alla Galilea,
dove Ges avrebbe avuto la sua lotta con Satana, occorre
piuttosto pensare, come indica il termine greco eremos
luogo solitario, di solito tradotto con deserto, a zone
disabitate, dove appunto Ges si ritira da solo per meditare:
 la prefigurazione dell'eremita, da eremos appunto.

AUGIAS: Il deserto compare cos presto nel racconto della
vita di Ges come luogo del ritiro e delle tentazioni, da
far sorgere subito una domanda: fino a che punto si tratta
d'un deserto costruito in funzione dell'eredit biblica?

FILORAMO:  evidente che nella tradizione biblica che occupava
le menti degli autori dei Vangeli, il deserto aveva
assunto un ruolo fondamentale fin dal momento del mito
fondativo di Israele, cio l'esodo dall'Egitto, il lungo (quarant'anni!)
e terribile attraversamento del deserto, prima
dell'arrivo nella terra promessa. Se lo sfondo comune con
questa antica tradizione  indubbio, notevoli e numerose
sono anche le differenze. Chi attraversa il deserto biblico?
Mos, guidando il popolo d'Israele liberato dalla schiavit
del faraone. Il Vangelo di Marco, il pi antico, quello che
fornisce la tessitura di base sia a Matteo sia a Luca, presenta
invece un deserto come luogo nel quale si svolge la
preparazione di Ges. Il deserto, ripeto,  luogo di meditazione
e di tentazione. Il Vangelo di Marco ruota intorno
a questo grande tema: la prima parte  una preparazione
al manifestarsi della realt messianica in Ges,  durante
il ritiro nel deserto che egli comincia a meditare sul
suo destino, ma soprattutto si confronta con le tentazioni
di Satana: un modello fondamentale per le successive tentazioni
del padre del deserto, il fondatore del monachesimo
eremitico, ovvero l'abate Antonio. Ges  stato battezzato,
ha avuto questa consacrazione da parte del Padre,
ora deve riflettere.

AUGIAS: Quaranta giorni nel deserto non sono pochi.
Anche il cugino che lo precede, il Battista, era stato a lungo
nel deserto - evidentemente fornito di acqua, perch
altrimenti come avrebbe potuto - oltre che dissetarsi -
battezzare?

FILORAMO: In una visione grandiosa diventano dettagli
trascurabili. Ci si inoltra nel deserto spinti da diverse ragioni
compresa quella che in un luogo cos arido e privo di
vita la divinit poteva manifestarsi pi facilmente; l'uomo
solitario non  distratto dalle mille tentazioni del mondo
ed  costretto a confrontarsi con le vere tentazioni: quelle
che provengono dal proprio intimo, inconscio compreso.

AUGIAS: Da un punto di vista assolutamente profano  comprensibile
questa concezione del deserto come luogo per
dir cos spiritualmente privilegiato. Nel deserto c' un clima
estremo; gran calore durante il giorno, grande freddo
di notte; intorno il nulla, poca acqua, pochissimo cibo:
informano le Scritture che questi profeti si cibavano di locuste,
un po' di miele selvatico, qualche radice. Chiaro che
in queste condizioni di quasi totale astinenza sia le visioni
ascetiche sia le tentazioni carnali dovessero diventare frequenti
e fortissime.

FILORAMO: Il deserto infatti  uno dei luoghi dove si andava
a cercare un'esperienza estrema, in parole molto semplici
potremmo dire che c' nel deserto una potenza generatrice
di vita spirituale.

AUGIAS: Potrei postillare, abbandonando momentaneamente
il nostro tema, che questa funzione prosegue anche dopo
i tempi di cui stiamo parlando. Il monachesimo per esempio
prende avvio nel deserto.

FILORAMO:  vero, anche se cambia il tipo di deserto. Con
il monachesimo siamo nel Medio Egitto verso la met del
III secolo. Se prendiamo la vita di Antonio scritta dal vescovo
Atanasio di Alessandria - individuo terribile e per tanti
aspetti poco affidabile ma in questo caso prezioso - poco
dopo la morte dell'abate, avvenuta nel 356, vi troviamo
tutta una serie di informazioni attendibili su Antonio
che  stato padre del monachesimo e pi in generale dello
stesso eremitismo.

AUGIAS: Lei introduce un altro tipo di figura che esula dalla
nostra storia ma il cui fascino  indiscutibile. Gli eremiti
erano santi uomini che sceglievano di trascorrere la
vita in assoluta solitudine immersi nella contemplazione
e nell'ascesi.
In termini di pura psicologia umana  chiaro che dovessero
avere seri problemi nei rapporti con gli altri, ma del resto
ogni forma di santit  sempre, in un modo o nell'altro,
un portato dell'eccesso, spesso causato da un trauma.

FILORAMO: Atanasio racconta che il giovane Antonio,
proveniente da una famiglia agiata, sent da ragazzo la predica
sul Giovane Ricco che non ha la forza d'abbandonare
i suoi agi per abbracciare Dio. Fu talmente colpito dalla
storia che vendette tutto e and nel deserto per restarvi
vent'anni impegnato in una continua lotta col demonio - le
famose tentazioni di sant'Antonio.

AUGIAS: Non si contano le opere d'arte che quelle tentazioni,
di natura soprattutto erotica, hanno ispirato: da Bosch
a Salvator Rosa, da Czanne a Odilon Redon, per non parlare
del racconto di Flaubert.

FILORAMO: Curiosit e fascino sono comprensibili. Ci si
pu chiedere come mai il deserto, spazio mistico per eccellenza,
diventi anche il luogo delle tentazioni. La spiegazione
a mio giudizio pi convincente  che l, nella solitudine
assoluta, lontano da ogni possibile fonte di distrazione,
pu avere luogo la prova estrema, ovvero la tenzone
di un singolo individuo contro il Maligno. Compare ancora
una volta un'ideologia dualista, la lotta tra le forze della
Luce e quelle delle Tenebre, che ritroviamo per esempio
nei manoscritti ebraici di Qumran.

AUGIAS: Lasciamo gli eremiti alla loro lotta contro le tentazioni
e torniamo al tema del capitolo cambiando per
paesaggio. Spostiamoci a nord dell'attuale Israele cio in
Galilea; l troviamo ricchezza di vegetazione e di acque
grazie alle alture del Golan che oggi - come zona di confine -
hanno anche una collocazione politica e militare strategica.
Molte di queste acque si raccolgono nel lago di Tiberiade,
o Mar di Galilea, che possiamo considerare piuttosto
grande per la regione - la sua circonferenza misura
oltre 50 chilometri. Sulle rive di questo lago e nelle sue acque,
Ges recluta i primi discepoli e compie alcuni prodigi.
Penso alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, alla facolt
di camminare sulla superficie dell'acqua. Sembra un
gioco illusionistico ma suppongo che dobbiamo prendere
quella miracolosa passeggiata come una metafora per alludere
al suo totale dominio sulla natura.

FILORAMO: Aggiungerei a quei primi prodigi il racconto
della tempesta. Lei ha ricordato giustamente che nelle
Scritture incontriamo a volte la natura come passiva, inerte,
spettatrice delle azioni, altre volte invece troviamo un
ambiente naturale o delle condizioni climatiche che interferiscono
con l'azione anche in modo minaccioso.  il caso
di quando su quel lago di Galilea che non  poi cos grande
nonostante l'enfatico nome di mare, scoppia improvvisa
una tempesta. Faccio presente, anche per esperienza personale,
che una superficie d'acqua non certo paragonabile
al mare aperto, pu diventare realmente spaventosa anche
nella sua modesta estensione. Di fronte a quel tumulto
degli elementi, e allo spavento dei presenti, Ges resta
tranquillo, fa calmare le acque ed il racconto prosegue dopo
aver rivelato il suo completo dominio della natura. Ancora
pi eloquente il caso, da lei appena citato, della capacit
di sfiorare la superficie delle acque. Qui entra in scena
il tema del miracolo il quale rimanda a quella facolt divina
in grado di sospendere le leggi naturali. Infatti, proprio
su quell'episodio si sono sviluppate discussioni infinite:
Ges che cammina sulle acque ha fornito un argomento
importante non solo per la difesa del miracolo ma direi
per l'intera concezione del sovrannaturale che ha dominato
il pensiero dell'Occidente fino al Settecento, ovvero alle
soglie dell'Illuminismo.

AUGIAS: Argomento controverso quello dei miracoli, da trattare
con estrema cautela. Non mi riferisco al generico scetticismo
dei non credenti - che peraltro condivido - bens
ad argomenti che nascono dall'interno stesso della dottrina
come quelli sviluppati genialmente da Spinoza per il quale
chiedere un miracolo, ovvero pretendere che il supremo
e imperscrutabile disegno divino venga modificato da
una preghiera,  in pratica un atto blasfemo.
Procediamo. Dal lago di Tiberiade defluisce il fiume Giordano
che percorre l'intero territorio dell'attuale Israele,
esile riga d'acqua, per andare a spegnersi nel Mar Morto.
Questo piccolo fiume che ha una fama cos sproporzionata
rispetto alla sua portata idrica,  un altro elemento naturale
importante nella nostra vicenda.

FILORAMO: Abbiamo gi accennato alla circostanza che erano
allora presenti in Palestina delle sette battiste che per
i loro riti avevano bisogno di molta acqua corrente. Faccio
l'esempio eloquente della setta battista dei mandei arrivata
fino ai nostri giorni, allora insediata alla confluenza
tra il Tigri e l'Eufrate. Quando a sguito di certe vicende
politiche sono stati costretti a emigrare, si sono trovati
davanti a enormi difficolt per ricreare un ambiente che
gli permettesse di continuare i loro riti con relative abluzioni.
Ma torniamo al Giordano e alla scena del battesimo
di Ges. Dicono i testi che nel momento culminante
del gesto rituale si sono aperti i cieli, un bagliore accecante
ha illuminato la scena. Non  chiaro che cosa vogliano
dire in pratica espressioni del genere, il solo elemento sicuro
 che intendono alludere a una partecipazione totale
della natura al gesto iniziatico praticato da Giovanni.
Visto che stiamo esaminando queste vicende anche sotto il
profilo narrativo dobbiamo ammettere che questa partecipazione
totale degli elementi, acqua, aria, cielo, narrativamente
 molto forte.

AUGIAS: Infatti lo  anche da un punto per dir cos pittorico:
un'oscura nuvolaglia squarciata dalla luce  un tema
ricorrente in pittura. Sempre a proposito di rapporti con
la natura, si pu anche citare il caso in cui Ges interviene
sul corso naturale della vegetazione per interromperlo.
 quello della maledizione del fico cui si accenna nell'introduzione
al capitolo.

FILORAMO: Approfondiamo il discorso, l'episodio, come
ricordato, viene presentato in due modi diversi da Marco
e da Matteo. Nel primo, l'evento  collocato dopo l'ingresso
di Ges a Gerusalemme quando, a sera, fa ritorno
a Betania con i Dodici. La mattina dopo, prima di ritornare
a Gerusalemme dove avr luogo l'episodio dei venditori
scacciati dal Tempio, Ges ha fame, vede un fico che aveva
foglie e si avvicina, sperando di trovare dei fichi. Ma inutilmente:
Non era infatti la stagione dei fichi. Ges allora
maledice il fico. Il commento del Maestro alla maledizione
ha luogo il giorno dopo, quando, rifacendo la strada
da Betania, dove erano tornati a dormire, verso Gerusalemme,
il gruppo rincontra il fico ora secco. Pietro chiede
a Ges perch lo ha maledetto. Segue l'insegnamento
di Ges, che consiste nell'avere fede in Dio. La fede pu
smuovere le montagne. L'episodio  veramente singolare.
In Palestina, il fico, una pianta fondamentale nell'alimentazione
locale, mette le foglie a marzo e i primi fichi sono
maturi alla fine di maggio: la scena andrebbe dunque
collocata in questo periodo. Ma rimane strana l'azione di
Ges:  come se noi pretendessimo di raccogliere l'uva a
maggio e non a settembre, e ce la prendessimo con la vite
perch non ha ancora i frutti. Siamo dunque costretti a vedervi
un simbolismo profondo. Visto che in Marco le due
parti dell'azione incorniciano, per cos dire, la scena fondamentale
della cacciata dei mercanti dal Tempio, vi si potrebbe
vedere una prefigurazione di questa decisiva azione.
Il Tempio ha tante foglie cio - lo abbiamo visto - vi
si svolgono continuamente sacrifici e azioni di grazie e lode
a Dio. Ma inutilmente, almeno agli occhi di Ges, che
alla fine lo maledice. In fondo, Ges agisce come un esorcista
ovvero come un mago dotato del potere di determinare
il corso naturale degli eventi bloccando la crescita di
quel fico. Del resto, che le maledizioni possedessero un potere
magico era credenza diffusa nell'antichit; e che Ges
fosse un potente esorcista risulta da molti passi dei Vangeli.
Matteo elimina il particolare, incongruente, che non
era tempo di fichi e costruisce una scena unificata, precisando
ripetutamente che il fico si secc all'istante, a sottolineare
maggiormente la potenza della parola di Ges,
fonte della sua autorit; inoltre fa porre la domanda non
solo da Pietro ma da tutti i discepoli.
Senza perderci, comunque, in troppi dettagli esegetici, i
due racconti hanno un elemento in comune. Ci ricordano
il paesaggio pastorale ed agrario in cui Ges  nato e cresciuto,
fatto di greggi, di coltivazione della terra, di raccolta
dei frutti (tra cui i fichi), di pesca. Un paesaggio che
presuppone, in Palestina come in molte altre regioni del
mondo antico, un'attenzione particolare alla natura e ai
suoi ritmi, che in Israele si manteneva attraverso una serie
di feste che seguivano le grandi fasi annuali delle stagioni.
Mentre, per, nelle altre religioni antiche queste feste
avevano uno sfondo tipicamente politeistico, con la messa
in scena di varie divinit della natura e una concezione del
cosmo come luogo di rivelazione del sacro, in Israele la situazione
era diversa. Come insegna il racconto della creazione
che si legge nella Genesi, Dio - l'unico Dio! - aveva
creato il cosmo - l'unico cosmo! - mettendolo al servizio
dell'uomo. Chi d il nome agli animali? Adamo.

AUGIAS: Racconto ancora una volta magnifico. Per con
un pericolo che noi, giunti al punto in cui siamo, vediamo
benissimo. Se gli animali e l'intera natura sono al servizio
dell'uomo, non si gettano cos le basi per un uso strumentale,
alla fine distruttivo della stessa natura?

FILORAMO: Non voglio ora entrare in questo dibattito attuale:
se e fino a che punto la concezione biblica della natura,
che i primi cristiani, come ebrei, ereditano, sia a favore
o contro l'uso strumentale della natura. Mi limito a
osservare che il gesto apparentemente secondario di Ges
(che cosa era mai, per un potente mago come lui, far seccare
un fico che non si era messo al suo servizio?), rivela
da un lato come Ges agisca realisticamente muovendosi
nel paesaggio naturale a lui familiare, dall'altro come la
potenza della fede e della preghiera possa sovvertire l'ordine
naturale, che  cos non per delle leggi naturali, ma
perch Dio lo mantiene costantemente tale.

AUGIAS: L'episodio pi impressionante dell'intera narrazione
evangelica dove la natura  coinvolta potentemente
 quello dei fenomeni che si verificano nel momento in
cui Ges muore. Nel testo di Matteo troviamo il racconto
pi articolato degli sconvolgimenti che accompagnarono
il tragico evento: Ed ecco, il velo del Tempio si squarci
in due, da cima a fondo, la terra trem, le rocce si spezzarono,
i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che
erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la
sua risurrezione, entrarono nella citt santa e apparvero a
molti. Tale il tumulto tellurico e atmosferico che lo stesso
centurione di guardia sotto la croce  preso da terrore:
Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a
Ges, alla vista del terremoto e di quello che succedeva,
furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui
era Figlio di Dio!"
La parola velo in italiano non rende bene l'idea dell'oggetto
di cui si parla. Velo fa pensare a una tenda sottile,
semitrasparente, di lino o di cotone. Il velario del Tempio,
ovvero la cortina che isolava il Santo dei Santi dov'era custodita
l'Arca dell'Alleanza, era di tutt'altra consistenza.
Ce la descrive fino al dettaglio il libro dell'Esodo, uno dei
cinque che aprono la Bibbia ebraica: Farai il velo di porpora
viola, di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto.
Lo si far con figure di cherubini, lavoro d'artista. Lo appenderai
a quattro colonne di acacia, rivestite d'oro,
munite di uncini d'oro e poggiate su quattro basi d'argento.
Collocherai il velo sotto le fibbie e l, nell'interno oltre il
velo, introdurrai l'arca della Testimonianza. Il velo costituir
per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei Santi.
Abbiamo di fronte un tendaggio di tale spessore e peso
che per arrotolarlo occorreva lo sforzo congiunto di settanta
uomini, pi pesante del pi ricco sipario d'un teatro
d'opera. Solo se si hanno presenti queste dimensioni si capisce
a quale enormit il testo alluda quando dice che questo
immane manufatto del peso di tonnellate si squarci
da cima a fondo.
Se pu interessare, aggiungo che ancora oggi un velario
(detto parochet) ricopre e nasconde il luogo dove sono conservati
i rotoli della Legge (Sefer Torah).
Professore, c' chi attribuisce a questa profonda lacerazione
un significato simbolico, ovvero la fine di un ciclo
del giudaismo.

FILORAMO: Proprio il particolare da lei richiamato  uno
degli elementi che denunciano come il Vangelo di Marco,
che si conclude ancor pi tragicamente di quello di Matteo,
sia stato scritto dopo il 70 cio dopo la distruzione
del Tempio ad opera delle truppe romane. Ricordo anche
che il Vangelo di Marco non celebra la Resurrezione. Ma,
per ritornare alla scena naturale da lei ricordata, essa non
fa che confermare quello che ho appena detto. Dio  il signore
della natura, il fondamento del suo apparente ordine.
Ma quando vuole, pu provocare qualunque tsunami
o tornado. Lo scenario, tipicamente apocalittico, prefigura
lo scenario della fine del mondo, in cui la natura cesser
di esistere ed avr luogo la resurrezione dei morti e il
giudizio di Dio.

AUGIAS: Marco fa morire Ges con parole piene d'angoscia
vorrei dire disperate: il grido straziante che riproduce
il primo versetto del salmo Dio mio, Dio mio, perch
mi hai abbandonato? Dando pieno credito a questo finale
si potrebbe dire che Ges muore convinto di aver fallito
la sua missione. Quel salmo  uno dei pi dolorosi. Dopo
quel primo versetto prosegue: Lontane dalla mia salvezza
le parole del mio grido! Mio Dio, grido di giorno e non
rispondi; di notte, e non c' tregua per me.

FILORAMO: Si potrebbe dire anche un'altra cosa relativa
al mistero della fede: Marco ci d un Ges umano, vicino
al credente.

AUGIAS: Infatti anche a me che non sono credente quel Ges
cos infelice, che muore straziato dalle torture,  quello che
sento pi vicino, arrivo a dire che sento di amare. Il Ges
disincarnato e sereno di Giovanni di cui capisco l'importanza
teologica mi sembra molto pi lontano.

FILORAMO: Non sono d'accordo. Giovanni rappresenta
l'altro volto nella lettura di Ges. La tradizione cristiana
fissa due volti di Ges: uno  quello del Ges sofferente,
l'altro  quello del Cristo Signore, Ges Pantocrator,
Colui che ha vinto la morte. I due aspetti non si escludono,
possiamo dire che si alternano e si completano.

AUGIAS: Ma poich si dice che Ges abbia una doppia natura
essendo vero Dio e vero uomo,  evidente che nessun
vero uomo fatto di carne e di sangue potrebbe mantenere
una tale distaccata serenit dopo tutti i tormenti che hanno
lacerato il suo corpo. Giovanni facendogli pronunciare
quelle calme parole con rassegnata serenit nega, o quanto
meno nasconde, la natura umana di Ges.

FILORAMO: Lei ha ragione a insistere su questo punto: il
Ges della passione di Giovanni non  il Ges sofferente
di Marco. Ma  forse meno vero, dal punto di vista da cui
ci poniamo? Per i cristiani che credono in lui, rappresenta
la possibilit di non essere inghiottito dalla morte, nonostante
le inevitabili sofferenze che dovranno affrontare.
E per me, che non credo nella possibilit di sconfiggere la
morte, rappresenta la forza impossibile dell'ideale. Inoltre,
pi prosaicamente, aiuta a capire la teologia degli gnostici
dove tra l'altro troviamo un testo bellissimo nel quale si
racconta che sulla croce Cristo ride. Perch ride? Perch
in realt la carne di cui  rivestito  solo apparenza:
torna il tema che abbiamo visto anche nel Vangelo di Giuda.
Il Vangelo di Marco invece  il testo che presenta l'essere
incarnato, dunque sofferente, che lancia quel grido terribile.
Aggiungo un'ultima considerazione, per restare nel
tema della natura. Per gli gnostici, la natura nel suo complesso
 secondaria, inesistente o nemica:  una realt cosmica,
creata da un Dio malvagio o, al meglio, ignorante.
La vera realt ora  interiore, si cela nell'intimo dell'uomo.
Si potr dissentire da questa visione negativa della natura,
del mondo naturale che ci circonda, ma non si pu negare
che essa abbia un suo fascino, che spiega perch essa
ritorna periodicamente nella storia del pensiero occidentale:
si pensi alla Natura matrigna di Leopardi, che abbiamo
gi evocato.

AUGIAS: Infatti cos canta Leopardi ancora una volta poeta
e insieme filosofo nel suo La ginestra. Risalendo le scabre
prode del Vesuvio impietrate e rese sterili dalla lava, esclama:
Venga colui che d'esaltar con lode | Il nostro stato ha
in uso, e vegga quanto | E il gener nostro in cura | All'amante
natura. Sferzata sarcastica a chi ancora  disposto
a credere alla benevolenza della natura. Bella certamente
lo , stupenda a volte, nello stesso tempo per gelida testimone
dei nostri affanni.
...
16. ERODE E SUO FIGLIO

Nella nostra storia entrano ora, in maniera diretta o indiretta
comunque con notevole impeto, due personaggi di grande rilievo,
si chiamano entrambi Erode, infatti vengono talvolta confusi.
Nonostante abbiano lo stesso nome, le loro storie sono diverse. Un elemento
comunque li accomuna: la coloritura. Erode detto il Grande
ed Erode Antipa, suo figlio, hanno caratteri cos nettamente
delineati - quanto meno nella divulgazione popolare - da sembrare
due di quei personaggi di teatro sempre uguali dall'inizio alla fine,
riconoscibili solo per un tic, un gesto, un episodio saliente, qualche
battuta. Nel gergo teatrale si chiamano tinche, sono i personaggi
fissati in un ruolo immutabile. A guardare meglio per, i due Erode
furono tutt'altro che tinche: se nella narrazione corrente si vedono
ridotti il primo alla cosiddetta strage degli innocenti, il secondo
alla danza dei sette veli con la successiva decapitazione del
Battista,  perch i personaggi dei Vangeli sono stati spesso ridotti
al ruolo di figurine. Osservazione, se condivisa, che potrebbe essere
uno dei possibili motivi d'utilit di questa conversazione:
avvicinarli, conoscerli meglio.
Erode detto il Grande (73-4 a.C.) fu sovrano della Palestina durante
anni cruciali per il mandato romano in quella regione. Cesare
viene assassinato nel 44 a.C., seguono a quella morte anni cruenti
di guerre civili, di ondeggianti alleanze, di rovesciamenti di fronte.
Per un lungo periodo non si capisce bene chi finir per prendere il
trono dal quale Cesare  stato sbalzato. Per un reuccio di provincia,
un vassallo, non  problema da poco decidere con chi schierarsi.
Ottaviano o Marc'Antonio? Un errore di valutazione pu significare la
perdita oltre che del potere, della stessa vita.
La grandezza di Erode venne soprattutto dalla sua abilit nel
mantenersi al potere dovendo rispondere a un padrone difficile da
individuare qual era in quel periodo l'ondeggiante sovranit romana.
Quando fond sulla costa una nuova citt, volle che si chiamasse Cesarea
(Marittima) come atto d'omaggio all'imperatore. Al trono era
arrivato con l'aiuto di Marc'Antonio ma quando costui (insieme alla
sua Cleopatra) fu sconfitto ad Azio da Ottaviano Augusto (31 a.C.)
Erode cambi rapidamente fronte, si schier con tale abilit dalla
parte del nuovo uomo forte di Roma che riusc a mantenere la testa
sul collo, e il trono.
Tipica storia di potere destinata a ripetersi molte volte, fino ai
nostri giorni.
Astuto e molto ambizioso, pronto all'uso di ogni necessaria crudelt,
Erode il Grande entra in questa storia soprattutto per due elementi:
contribuiin modo determinante alla ricostruzione del Tempio
di Gerusalemme che infatti venne chiamato Tempio di Erode; inoltre,
come ricordato,  l'uomo al quale viene attribuita la cosiddetta
strage degli innocenti. Allarmato da certe voci secondo le quali era
nato il Messia, re d'Israele, Erode fallito un tentativo di rintracciarlo
ordin - secondo la leggenda - che venissero uccisi tutti i neonati.
Scrive Matteo che Giuseppe, avvisato come di consueto in sogno da
un angelo, si alz, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugi
in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode. Della cosiddetta
strage non c' traccia negli annali; per di pi la nota di Matteo solleva
un problema di datazione. Sappiamo con certezza che Erode  morto
nel 4 a.C, dunque se il computo degli anni comincia dalla nascita
di Ges dovremmo aggiungerne alla nostra ra almeno 4, forse 5.
Erode il Grande appartiene in pratica all'antefatto della nostra
storia. Suo figlio Erode Antipa ne  invece uno dei coprotagonisti.
Anche di lui ci occuperemo in questo capitolo.

AUGIAS: Professore, come commenta lo storico la disordinata,
talvolta incoerente, massa d'informazioni che abbiamo
su Erode?

FILORAMO: Bella domanda!  vero che su di lui abbiamo
parecchie fonti, per non parlare delle rovine archeologiche
dei tanti edifici di ogni tipo di cui promosse la costruzione
nel suo lungo regno; non solo citt, ma terme, anfiteatri,
ginnasi, bagni, insomma tutti gli elementi che contraddistinguevano
una citt ellenistica e la sua vita urbana. Inoltre,
da sovrano previdente, dato che la Palestina era normalmente
invasa dalle potenze straniere ed i nemici ai confini
non mancavano, fortific il suo regno con una serie di
impressionanti fortezze ai margini del deserto, fra le quali
le maggiori erano Masada, Macheronte, l'Herodium nella
Perea e l'Herodium a sud-est di Betlemme, dove fu sepolto.
Queste fortezze servivano anche da prigioni e, poich
i rapporti di Erode con i membri della sua famiglia furono
segnati da lotte intestine, anche membri di questa famiglia
vi furono detenuti e giustiziati.
Ma  anche vero che queste fonti sono inconciliabili. A seconda
del punto di vista, se proromano o progiudeo, esse
lo esaltano o lo condannano. Spesso  descritto come un
politico consumato, come in effetti dimostra la sua abilit
d'abbandonare Marc'Antonio al momento giusto,
dopo la sconfitta di Azio. Con buon fiuto politico individua
in Ottaviano il futuro augusto e riesce a convincerlo che
la sua precedente amicizia con Antonio era pura finzione,
superficiale e strumentale. Di fatto, Ottaviano si lasci
convincere e favor in modo decisivo la politica di potenza
e di espansione di Erode. Al contrario, talvolta  descritto
come un sovrano cieco e crudele: e certo, gli ultimi
anni del suo regno, con tutti gli assassini dei suoi familiari
(tra l'altro, egli ordin la morte della moglie Mariamne,
dei loro due figli Aristobulo e Alessandro, di altri membri
della famiglia asmonea e del proprio figlio Antipatro),
sono degni di una tragedia di Shakespeare.

AUGIAS: Bisogna dire che Erode ebbe dieci mogli, con molti
figli: dunque aveva un complicato problema anche per
la successione al trono.

FILORAMO: Non solo  cos ma il problema divenne sempre
pi drammatico nell'ultima fase del suo regno, quando
effettivamente egli sembra perdere il controllo della situazione,
anche in conseguenza di gravi problemi di salute
(far una fine orribile, divorato dai vermi). A un certo
punto si sente minacciato da tutte le parti e agisce come
un sovrano spietato, paranoico e persecutorio - la strage
degli innocenti, se  mai avvenuta, si collocherebbe bene
in questo periodo.

AUGIAS: Bisogna dire che la storia delle monarchie  costellata
da queste carneficine familiari per odi tra fratelli
rivali o di un padre che non sopporta di cedere il potere
a un figlio pi giovane. A Costantinopoli per esempio era
usuale alla corte del sultano che il primogenito facesse uccidere
o accecare i suoi fratelli cos risolvendo alla radice
ogni possibile problema di successione.

FILORAMO: Erode per ha ampiamente superato la misura,
e il suo ultimo periodo rischia di oscurare anche le cose
positive che aveva pur fatto in precedenza. Mi limito
al caso dei due figli Aristobulo e Alessandro, di cui aveva
gi messo a morte la madre. Come stupirsi che, pervenuti
alla maggiore et, costoro abbiano cercato di vendicare
la morte di Mariamne? Inizialmente Erode sembr
prometter loro una carriera brillante, in vista della successione
al trono. Nel 17 a.C. and di persona a Roma, dove
li aveva inviati per ricevere una educazione adeguata
e soprattutto per familiarizzarsi con i vari rami del nuovo
nascente potere imperiale, per riportarli trionfalmente in
Giudea. Per Alessandro combin un matrimonio con Glafira,
la figlia del re Archelao di Cappadocia; per Aristobulo,
con Berenice, figlia di sua sorella Salom: quale padre
meraviglioso, uno sarebbe tentato di dire. La bellezza dei
due giovani, in occasione del matrimonio, con il loro modo
leggiadro di comportarsi guadagn il favore popolare e
dell'esercito. Ma doveva durare poco. Da pi segnali, era
evidente che i due fratelli aspettavano la prima occasione
per vendicarsi dell'assassino della madre. Erode ricevette
soffiate da Salom e da altri cortigiani sui loro complotti.
Alla fine, dopo un sommario processo, i due giovani vennero
condannati a morte.
Va anche tenuto conto che il suo lungo regno conobbe tre
periodi distinti, che corrispondono grosso modo a tre fasi
fondamentali della sua vita. Un periodo giovanile iniziale
di consolidamento, che arriva al 27 a.C, il periodo centrale
(27-13 a.C), una sorta di epoca d'oro, che coincide
con la sua maturit al punto che per molti contemporanei
egli parve restaurare i fasti del mitico regno di Salomone,
grazie soprattutto alla sua politica edilizia - e nonostante
la sua origine idumea che lo rendeva inviso agli Ebrei
in quanto straniero; infine, il periodo di decadenza finale.

AUGIAS:  nell'ultima fase, quella della decadenza, che soprattutto
dette prova di estrema crudelt sia verso i nemici
esterni sia verso tutti quelli che, a cominciare dai familiari,
sembravano minacciarne il potere. Reazione tipica di un
uomo abituato al comando che sente scemare le forze, la
capacit d'intervento, comincia a vedere complotti ovunque,
va a letto - per cos dire - col pugnale sotto il cuscino.

FILORAMO: Ci sono, tuttavia, dei dati che lo storico non
pu trascurare. La sua scelta di appoggiarsi interamente
ai Romani, diventandone un fedele alleato, se a certi Giudei
poteva apparire un tradimento, di fatto garant al paese
un periodo di pace e prosperit. Quando, circa 70 anni
dopo la sua morte, questa politica fu abbandonata, le conseguenze
per i Giudei furono catastrofiche.
Dal punto di vista storico  importante ricordare che il soprannome
di Grande era soprattutto dovuto - come ricordato
sopra - all'aver fatto completare la ricostruzione
straordinaria del Tempio con tale perizia e dovizia di mezzi
da porlo all'altezza dei pi celebri templi dell'antichit.
Il Tempio di Gerusalemme era gi stato distrutto una
prima volta da re Nabucodnosor nel 586 a.C. con conseguente
periodo di schiavit del popolo ebraico a Babilonia.

AUGIAS: Tutti conoscono il Nabucco di Verdi e il pi bel
coro lirico mai scritto Va' pensiero che a quella schiavit
appunto si riferisce. Non tutti per sono in grado di collegare
quel sublime lamento alla distruzione del primo Tempio,
detto di Salomone.

FILORAMO: C'era poi stata la seconda e definitiva distruzione
nel 70 cui abbiamo pi volte accennato. Giuseppe
Flavio nella Guerra giudaica ha calcolato che, dalla fondazione
ad opera di re Salomone, fino alla distruzione avvenuta
nel secondo anno di regno di Vespasiano, erano trascorsi
1130 anni, 7 mesi e 15 giorni.

AUGIAS: Poi entra in scena suo figlio, chiamato Erode Antipa,
al quale, nella spartizione del regno, era toccata la
Galilea. Era infatti accaduto che, alla sua morte, i domni
di quel Grande padre erano stati divisi in quattro parti.
Le province settentrionali erano state poste sotto il dominio
di Erode Antipa con il titolo di tetrarca ovvero capo
della quarta parte dello Stato.

FILORAMO: Pessimo sovrano, quel figlio. Tanto per cominciare,
 stato il responsabile della morte di Giovanni il Battista
che viene fatto uccidere per ragioni apparentemente
futili: il delittuoso capriccio di un'adolescente, la vendetta
di sua madre. Sono invece convinto, ne abbiamo parlato
in un capitolo precedente, che Erode Antipa fosse disturbato
politicamente dalla predicazione del Battista. Erano
tempi quelli in cui nessuno avrebbe obiettato alcunch se
avesse ordinato l'esecuzione di un oppositore. Ma averlo
fatto uccidere su richiesta della nipote per seducente che
fosse, al di l della veridicit storica dell'episodio imprime
al personaggio un carattere ondeggiante e debole, certo
non all'altezza di un sovrano, anche se di un piccolo sovrano,
un tetrarca, un reuccio da niente.

AUGIAS: Aggiungerei lo scandaloso matrimonio con Erodiade,
gi moglie di suo fratello. Come abbiamo gi fatto notare,
in Palestina vigeva la legge del levirato, ovvero dell'obbligo
di sposare la vedova del proprio fratello. Le ragioni
economiche alla base di una tale legge sono evidenti. Si voleva
evitare la frammentazione dei beni immobiliari o commerciali.
Erode Antipa per aveva sposato la moglie di suo
fratello mentre questi, come sappiamo, era ancora vivo...
Nella nostra storia il personaggio di Erode Antipa entra
in scena quando, nella notte che segue l'arresto di Ges,
il procuratore Pilato viene a sapere che il prigioniero  un
galileo, dunque rientra nella giurisdizione territoriale di
Erode che si trova anch'egli a Gerusalemme per la Pasqua.
Dal punto di vista narrativo  bello - molto teatrale - che,
avvicinandosi la tragica fine della vicenda, tutti i personaggi
si ritrovino nello stesso posto, quante volte l'abbiamo
visto al cinema. Ponzio Pilato era salito da Cesarea per
sorvegliare da vicino l'ordine pubblico. Erode era disceso
dalla Galilea per partecipare ai riti di Pesach. Pilato ordina
dunque che il prigioniero venga inviato al tetrarca con
l'evidente intenzione di spogliarsi di un caso che potrebbe
diventare possibile fonte di contrasto con i capi dei Giudei.
Luca racconta i fatti cos: Vedendo Ges, Erode si rallegr
molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per
averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo
fatto da lui. Lo interrog, facendogli molte domande,
ma egli non gli rispose nulla.
Professore, la mia impressione  che nella penosa scena
che segue Erode dia prova della sua angustia mentale,
anche se bisogna chiedersi se la scena sia mai davvero avvenuta.
Bultmann per esempio ne dubitava. C' tra l'altro
una frase di Luca che allude a qualcosa di interessante:
In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro;
prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

FILORAMO: Che tipo era Erode Antipa? Giuseppe Flavio
ci d alcune informazioni su di lui. Con Archelao, era figlio
di Maltace, moglie samaritana di Erode il Grande.
Era stato educato a Roma. All'inizio era sembrato l'erede
preferito del padre, alla fine dovette accontentarsi della
Galilea e della Perea. In Galilea, imitando la politica edilizia
del padre, ricostru Sefforis e fond una nuova citt,
che in onore del nuovo imperatore, Tiberio (Augusto
era morto nel 14 d.C), chiam Tiberiade, e con una politica
di migrazione forzata riusc velocemente a popolarla.
A differenza del fratello Archelao, che dur poco perch
fu deposto dai Romani il 6 d.C. mentre regnava in Giudea,
Erode Antipa riusc a regnare fino al 39, quando fu
deposto dal nuovo imperatore Caligola e inviato in esilio
con la moglie Salom a Lione. Almeno dal punto di vista
della durata del regno, riusc a imitare il padre, grazie alla
stessa politica di alleanza e sottomissione ai Romani. Del
resto, come lei ha ricordato, egli non era un re ma un tetrarca.
Giuseppe Flavio sottolinea l'empiet di Erode, che
avrebbe costruito la citt di Tiberiade dove vi erano delle
tombe, da altre fonti per noi sappiamo che in realt egli
tendeva a mostrarsi rispettoso delle tradizioni giudaiche,
come conferma il fatto stesso che partecipava alle feste a
Gerusalemme o che le monete da lui coniate, rispettando
l'aniconismo giudaico (proibizione delle immagini), non
avevano ritratti.

AUGIAS: Ma lei ritiene plausibile, dal punto di vista storico,
la scena descritta da Luca?

FILORAMO: Non era inusuale che un successore di Erode
il Grande discendesse a Gerusalemme in occasione delle
festivit, anche se non v' consenso su dove risiedesse.
Luca scrive per lettori del mondo greco-romano, che dovevano
avere una qualche nozione del diritto romano, anche
se potevano ignorare l'intricata questione dei rapporti
col diritto ebraico. Antipa aveva giurisdizione in Galilea,
difficilmente avrebbe potuto esercitarla anche in Giudea,
per di pi a Gerusalemme. In questo dissento dalla ricostruzione
da lei fatta. Quando Pilato apprende che Ges 
un galileo, lo rimanda a Erode non perch il tetrarca eserciti
una qualche giurisdizione su di lui in quanto galileo,
ma per sentire la sua valutazione del caso. Pilato aveva gi
avuto il parere negativo del Sinedrio, che non aveva per
lui valore legale e che sembra non condividere. Vuol dunque
sentire un altro parere autorevole del sovrano che governava
la patria di Ges e che forse poteva avere informazioni
idonee a facilitargli la decisione. Si pu aggiungere
un movente pi sottilmente politico, che spiegherebbe
la notazione di Luca sulla loro supposta amicizia. Lo stesso
Luca aveva riferito prima di un incidente in cui Pilato
aveva mescolato il sangue di galilei con quello dei sacrifici.
Aggiunge inoltre che c'era inimicizia tra Erode e Pilato. 
possibile che Pilato, nell'imminenza della festa, fosse indeciso
sul versare altro sangue galileo. In fondo, coinvolgendo
Erode, che avrebbe potuto dissentire dal Sinedrio e
difendere il suo compatriota, Pilato si ingraziava il tetrarca,
mentre nel contempo cercava una scappatoia per non
avvalorare la condanna a morte consigliata dal Sinedrio.

AUGIAS: La sua ricostruzione del possibile movente di Pilato,
anche se solo deduttiva,  convincente ed in certo senso
non toglie completamente di mezzo la mia opinione che
Ges gli viene mandato in quanto suddito galileo. La scena
di Erode con Ges resta comunque ambigua. Pu essere
interpretata come un dileggio nei confronti dell'accusato
o, al contrario, come un tacito gesto di ricusa per significare
a Pilato: di questo penoso affare ccupati tu. Il tutto
 legato al dettaglio di un mantello. Luca scrive: Erode,
con i suoi soldati, lo insult, si fece beffe di lui, gli mise
addosso una splendida veste e lo rimand a Pilato.
Si  dileggiato il povero prigioniero ma la veste  splendida,
come interpretare il gesto?

FILORAMO: Ha ragione a sottolineare l'ambiguit della scena.
In questa situazione drammatica - si sta pur sempre decidendo
la vita di un uomo - il tetrarca sembra comportarsi
come una macchietta: si rallegra molto perch da tempo
desiderava incontrare Ges e si aspettava da lui una performance
miracolistica particolare. Ma siamo sicuri che
le cose stiano proprio cos? Erode, ricordiamolo ancora,
non esita ad imprigionare il Battista perch lo rimproverava
delle malefatte compiute: preambolo della successiva
morte. Un tiranno spietato, dunque, che ha fatto fuori
senza tentennamenti un predicatore che lo irritava con le
sue critiche, ma soprattutto un potenziale Messia. La situazione
di Ges non  diversa. Quando, sempre secondo
Luca, Ges invia i suoi discepoli a predicare nei villaggi
della Galilea, Erode viene informato su quanto sta avvenendo,
gli arrivano notizie su questo profeta,  molto perplesso:
alcuni gli dicono che Ges  il Battista risorto, altri
che  Elia o uno degli antichi profeti. Per questo cerca
di vederlo. Dunque, il desiderio di vedere Ges  pi antico
e non  pura curiosit di assistere a performance straordinarie:
Ges, come presunto Messia o profeta armato
o, peggio, il Battista redivivo, pu rappresentare una minaccia
politica. Del resto, sempre Luca, quando Ges si
avvia dalla Galilea verso Gerusalemme dove morir, mette
in scena dei farisei che lo avvertono: non andare a Gerusalemme,
perch Erode vuole ucciderti. Dunque, l'Erode
che interroga inutilmente Ges non  un bonaccione. Per
questo lo interroga a lungo. Ma inutilmente. A differenza
che con Pilato, ora Ges tace. Credo che questo silenzio
si spieghi con la consapevolezza che  giunta la sua ultima
ora: ogni parola sarebbe inutile.
Quanto al particolare della veste o mantello di cui lo riveste,
si  discusso a lungo sul suo significato. Il fatto che
sia splendida non significa che Erode dileggi Ges coprendolo
con una veste regale prima di rimandarlo a Pilato.
Erode vuole ingraziarsi il prefetto; e poich Pilato propende
per l'innocenza del prigioniero, occorre stare attenti
a non confermare le accuse del Sinedrio. Dunque, io penso
che Erode rivesta Ges di una veste candida, simbolo
d'innocenza: un chiaro messaggio a Pilato del suo giudizio.

AUGIAS: La scena, cos come viene raccontata, rivela comunque
un uomo di nessuna grandezza, anzi mette in luce
una di quelle nature di pasta vile che in genere si riassumono
nella formula: debole coi forti, forte coi deboli.
Quanto di peggio.

FILORAMO: Questo mi sembra fuori discussione. Ma se si
accetta la mia lettura, Erode  pi che altro un opportunista.
Del resto, il fatto di ingraziarsi Pilato, come ho ricordato
prima, rientra perfettamente nella sua politica verso
i Romani, che gli ha permesso di durare cos a lungo sul
suo piccolo trono. La fondazione di una citt chiamata Tiberiade
la dice lunga.

AUGIAS: Sono gesti di sudditanza resi necessari dai rapporti
di forze esistenti. Suo padre aveva fondato Cesarea, il figlio
fa nascere Tiberiade. Eterno destino dei sovrani asserviti.
...
17. GIACOMO E PIETRO, UNA DIFFICILE SUCCESSIONE.

Ges ebbe dei fratelli? Questione lungamente dibattuta e priva
di una risposta definitiva, le fonti essendo incerte ed interpretabili in
vario modo in obbedienza pi alla dottrina che ai fatti. Una di quelle
questioni per le quali si pu dire che la risposta dipende quasi per
intero dalla premessa. Il risultato  che, nelle varie confessioni cristiane,
i protestanti credono che Ges abbia avuto dei veri fratelli
carnali; gli ortodossi li considerano fratellastri ovvero figli avuti
da Giuseppe in un precedente matrimonio; i cattolici ritengono che
fossero soltanto cugini.
I riferimenti delle fonti a possibili fratelli e sorelle non sono pochi,
per paiono non consentire una risposta univoca. I tre Vangeli
sinottici (Marco, Luca, Matteo) riportano alcuni episodi che vale la
pena di rileggere.
Ges  tornato nel villaggio natale di Nazareth e sta predicando
in sinagoga; dimostra tale sapienza che i suoi ascoltatori se ne stupiscono.
Sanno chi , conoscono il padre e la madre, l'hanno visto
bambino, sanno che  egli stesso un falegname e dunque si chiedono
come faccia a sapere tante cose. Il brano descrive chiaramente
una situazione ostile e contiene le parole proverbiali Nemo propheta
in patria.
Marco scrive: "Non  costui il falegname, il figlio di Maria, il
fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle,
non stanno qui da noi?" Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Ges
disse loro: "Un profeta non  disprezzato se non nella sua patria, tra
i suoi parenti e in casa sua". Matteo: Non  costui il figlio del falegname?
E sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli Giacomo,
Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da
noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?
C' poi l'altro episodio citato nei tre sinottici cui s' accennato in
un capitolo precedente: Giunsero sua madre ed i suoi fratelli e, stando
fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno era seduta una folla, e gli
dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e
ti cercano". Ma egli rispose loro: "Chi  mia madre e chi sono i miei
fratelli?" Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui,
disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Perch chi fa la volont di
Dio, costui per me  fratello, sorella e madre". Anche Giovanni parla
in alcune occasioni dei fratelli di Ges; ad esempio quando, risorto
dalla morte, avverte Maria di Magdala: Non mi trattenere, perch
non sono ancora salito al Padre; va'dai miei fratelli e di' loro: "Salgo
al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". Riferimenti
ai fratelli si leggono anche negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere
di Paolo, nelle opere di Giuseppe Flavio e in altri scritti protocristiani;
nessuna di queste citazioni risolve per in modo definitivo il vero
legame di consanguineit di quella parola di oscillante interpretazione.
Secondo il dogma cattolico, Ges era unigenito figlio di Dio
padre, nato da donna rimasta sempre vergine ante et post partum,
per cui l'esistenza di fratelli e sorelle comprometterebbe gravemente
un equilibrio fragile e di difficile comprensione, tenuto insieme solo
dal dogma. D'altra parte Giacomo, che diventa capo della comunit
gerosolimitana dei seguaci di Ges dopo la sua morte, viene ripetutamente
qualificato come fratello del Signore, questo  si pu dire
il titolo di legittimit per la carica che riveste e verosimilmente il
vincolo di sangue che lo lega al suo pi famoso fratello.

AUGIAS: Nell'ottica di questo dialogo, l'aspetto teologico
coinvolto dall'interpretazione della parola fratello interessa
fino a un certo punto; molto di pi interessa l'aspetto
storico e umano di Giacomo, notevole personaggio, sia
quando Ges  in vita, sia dopo la sua morte.

FILORAMO: Mi soffermerei sulla funzione di Giacomo successiva
alla morte di Ges, cosa che implica anche una presa
di posizione sulla dibattuta questione dei fratelli.
Abbiamo gi incontrato la questione parlando di Giuseppe
e della verginit di Maria. La tradizione teologica ha censurato
od oscurato il problema posto dai testi appena citati;
 stata talmente influente che, per portare un solo esempio,
le immagini medievali e moderne di sacra famiglia a
noi familiari sono composte da una triade: Ges infante,
la Madonna e Giuseppe, spesso raffigurato come un uomo
anziano. Talvolta al quadretto familiare si aggiunge il cugino,
Giovanni Battista. E tutti gli altri fratelli e sorelle
citati pi volte nei Vangeli? Per spiegare questa parentela
complicata ho gi ricordato una prima possibilit:
Giuseppe era un vedovo con dei figli quando viene promesso
alla giovinetta Maria, dunque, questi fratelli sono in
realt fratellastri. Ma  un'ipotesi ardua: significherebbe
attribuire una conoscenza superficiale o maldestra del greco
ai nostri autori, che non parlano di fratellastri. Una seconda
spiegazione  pi raffinata e filologicamente possibile:
l'ha escogitata per la prima volta, se non vado errato,
uno che se ne intendeva, Girolamo, un uomo insopportabile
ma profondo conoscitore dell'ebraico e del greco (sua
la traduzione in latino delle scritture ebraiche detta Vulgata).
Egli sostiene che il termine ebraico ach significa sia
fratelli sia cugini. Anche in questo caso per i Vangeli sono
scritti in greco, e non da illetterati: il termine adelphos
vuol dire fratello di sangue, non cugino. Rimane dunque
possibile - la mia fantasia  limitata, e non riesco a immaginarne
un'altra - soltanto una terza soluzione: i fratelli
e sorelle di Ges sono fratelli di carne, ma sono nati dopo
Ges, cio dopo il parto verginale.  inutile aggiungere
che la Chiesa cattolica ha da sempre osteggiato questa soluzione
perch mina alla base la concezione - e alla fine il
dogma - d'una perpetua verginit anche Postpartum.
Aggiungo un'altra considerazione che mi sembra avvalori
questa terza interpretazione, l'unica a mio avviso plausibile.
Matteo e Luca iniziano il loro Vangelo con due lunghe
genealogie, indigeste per il lettore moderno - non si
tratta proprio di un invito alla lettura - ma che erano meno
ostiche per un lettore antico. Oggi, con il nostro tipo
di famiglia, monogama, con pochi figli, tante separazioni
e pi matrimoni - ci avviamo a rivaleggiare con il grande
Erode! - si ha difficolt a risalire il nostro albero genealogico:
se tutto va bene, ci fermiamo a evanescenti bisnonni.
Ma all'epoca di Giuseppe, anche per un uomo in fondo
modesto come lui, il fatto di poter vantare nel proprio
albero genealogico addirittura il mitico re Davide, non era
poi cos secondario. A parte gli scopi teologici perseguiti
dai due evangelisti, lei crede veramente che, se Giuseppe
non fosse stato il padre naturale di Ges, la cosa avrebbe
funzionato? Ma se lo era, perch no dei fratelli e sorelle?

AUGIAS: Infatti da un punto di vista storico e anche umano
questa sembra l'ipotesi pi convincente. Lei per caro
professore sa meglio di me quanto le concezioni teologiche,
come del resto ogni filosofia, siano influenzate dallo
spirito dei tempi. Quando nascita e parentele di Ges
vennero plasmate, si costru l'ipotesi che pareva meglio
corrispondere alle esigenze del momento. D'altronde, come
lei ha appena ricordato, i termini greci che si leggono
nei testi sono adelphos e adelphe ovvero fratello e sorella
per cui, se non lo impedissero ragioni di fede, la questione
potrebbe fermarsi l.
Torno a Giacomo. Giuseppe Flavio nel suo Antichit giudaiche
scrive che Giacomo divenne capo della Chiesa di
Gerusalemme dopo la morte di Ges e che venne ucciso
per lapidazione nell'anno 62 su ordine del sommo sacerdote
Anania. Un passo sul quale - ancora una volta - s'
molto dibattuto. C' chi sostiene che si tratti di un'interpolazione
successiva fatta dal copista.

FILORAMO: Non credo sia un'interpolazione. Il modo in
cui Giuseppe Flavio presenta la morte di Giacomo rientra
nella sua rivisitazione delle turbolenze ed in particolare
del conflitto tra sadducei e farisei che agitarono il giudaismo
negli anni che precedettero lo scoppio della tragica rivolta
contro Roma. Lo prova anche il comportamento del
sommo sacerdote. Da un lato, infatti, lo vediamo cogliere
l'occasione di una vacanza di potere, dovuta alla morte
senza immediato successore del rappresentante romano
Festo, per mettere a morte Giacomo; dall'altro, egli intende
rintuzzare la protesta dei farisei, pi moderati dei
sadducei. Lo storico Giuseppe Flavio ama descrivere gli
intrighi di corte ed i colpi di mano: anche in questo caso ci
descrive un tipico intrigo politico-religioso, in cui il sommo
sacerdote prende, per cos dire, due piccioni con una
fava: fa fuori Giacomo, che ritiene un avversario pericoloso,
nel contempo si toglie la soddisfazione di umiliare i
farisei. I quali per reagiscono e non solo ricorrono al re
Agrippa II ma addirittura al nuovo procuratore romano Albino,
ancora in viaggio verso la sua nuova sede, accusando
il sommo sacerdote di aver convocato il Sinedrio senza
le dovute autorizzazioni da parte dell'autorit romana:
un caso analogo a quello di Ges, ma di segno rovesciato.
I farisei non riescono a impedire la morte di Giacomo,
per si levano anche loro la soddisfazione di far deporre
il sommo sacerdote.

AUGIAS: Se mettiamo da parte la sorte del povero Giacomo,
ucciso con il barbarico modo della lapidazione, la vicenda
realizza uno schema di potere da manuale che fa
quasi dimenticare la domanda fondamentale: perch Giacomo
 stato condannato? In che cosa poteva mai consistere
la sua colpa?

FILORAMO: L'ipotesi pi probabile  che consistesse in una
blasfemia, che il libro del Levitico puniva appunto con la
lapidazione. Giacomo avrebbe glorificato il suo Signore,
Cristo glorioso che siede alla destra di Dio per reggere insieme
il mondo: si tratta della fede nel Risorto; Stefano
era stato condannato per questo stesso motivo e altri apostoli,
come Pietro, glorificano in questo modo il Cristo risorto.
Del resto, secondo Marco un'accusa analoga era stata
fatta anche a Ges da un altro sommo sacerdote, Caifa,
per un'analoga affermazione relativa al Figlio dell'uomo
seduto alla destra di Dio nei cieli.

AUGIAS: Gli Atti degli Apostoli riferiscono eventi successivi
all'Ascensione di Ges in cielo, descrivono le prime comunit
giudaico-cristiane, soprattutto raccontano la biografia
di Paolo. Una delle prime scene  la riunione durante
la quale gli apostoli ricevono il dono dello Spirito Santo
(Pentecoste);  anche l'ultima volta in cui viene citata la
presenza di Maria che dopo quella data letteralmente sparisce
dal racconto. Lo scopo degli Atti  infatti raccontare
la proiezione fuori dalla Palestina della nuova setta giudaica
che poi diventer il cristianesimo. Qual  stato l'esito
dell'avventura terrena di Ges? Che cosa  successo ai discepoli
che aveva scelto e alla comunit guidata da Giacomo
ricostruita dopo la sua morte nella fede nel Risorto?

FILORAMO: Lascio per ora da parte Paolo e la sua azione
missionaria, per tornare alla figura di Giacomo che affermandosi
come capo a Gerusalemme risponde a queste domande.
Abbiamo perfino avuto la scoperta di un presunto
ossario e di epigrafi che confermerebbero la sua esistenza
storica, ne abbiamo gi parlato.

AUGIAS: Ricordo che Giacomo compare anche nella Lettera
ai Galati di Paolo quando scrive: In sguito, tre anni
dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e
rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi
nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. Il
Cefa di cui si parla  Pietro, l'uomo al quale Ges avrebbe
affidato il compito di erigere la sua Chiesa. Si apre cos
un altro problema. Non avrebbe dovuto essere Pietro il
capo della comunit gerosolimitana? Quali rapporti ci sono
tra Pietro e Giacomo?

FILORAMO: Il paragone pi immediato che si pu citare 
ci che accade dopo la morte di Maometto, quando c' da
decidere la sua successione. Da un lato c' quella per via
di sangue, familiare, dall'altro la scelta di un capo politico
che rispecchi criteri oggettivi di autorit e competenza.
Nel caso di Muhammad, l'erede per via familiare era
il cugino 'Al; ma all'epoca era troppo giovane e comunque
a prevalere fu l'altra linea, la scelta di un capo politico
che rispecchiasse gli effettivi rapporti di potere all'interno
della comunit. Di qui la scelta di Ab Bakr e l'emarginazione
di 'Al, che porter ad una lotta fratricida e
alla formazione dello sciismo. Gli sciiti, infatti, nacquero
come movimento politico fra coloro che sostenevano
che il genero di Maometto e i suoi discendenti erano i soli
legittimi successori del Profeta alla testa della comunit
musulmana. Con il successo delle dinastie successive degli
Omayyadi e degli Abbasidi e con il costituirsi dell'islam
sunnita, gli sciiti divennero una comunit religiosa
separata, che alla fine fece dell'Iran il centro delle sue attivit:
le conseguenze della successione a Maometto arrivano,
in parole povere, fino ai nostri giorni.
Anche nel cristianesimo si sono fronteggiate due opzioni:
il successore nella linea familiare, ovvero Giacomo, contro
l'indicazione di Ges in favore di Pietro. Anche in questo
caso la successione per via familiare  risultata alla fine
perdente poich il partito di Giacomo era tendenzialmente
incentrato sull'annuncio del Vangelo ai soli ebrei.
Il conflitto con Paolo, che decide di annunciare il vangelo
anche ai non ebrei,  fondamentale nella storia delle origini
cristiane:  il primo di una serie di conflitti che nei
secoli porteranno a divisioni permanenti in seno alle confessioni
cristiane. Per questo Giacomo merita tutta la nostra
attenzione, anche se ha perso.

AUGIAS: Interessante il paragone con la successione a
Maometto. Ma fino a che punto Giacomo ha veramente
perso? Lui, il fratello del Signore, ci ricorda che Ges
era un ebreo e che le radici del cristianesimo sono ebraiche,
che i primi seguaci di Ges erano ebrei, anche ebrei
zelanti come il fariseo Paolo. Il mondo cristiano ha preso
coscienza di questi precedenti solo da pochi anni, di fatto
dopo la Shoah e in sguito a una svolta radicale della ricerca
storica.  un po' una ricompensa, per quanto tardiva,
per il sacrificio di Giacomo.

FILORAMO: Lei ha ragione, ma la sconfitta allora non solo
negli immediati termini di potere ma anche come deposito
di fede,  indiscutibile per cui, tornando al problema della
successione, se in un primo tempo Giacomo sembra essere
il vero successore di Ges, in realt ben presto si afferma
l'altra linea: quella della successione non per linea familiare,
ma per scelta dello stesso leader carismatico. Passa
infatti Pietro. Il testo fondamentale in questo senso 
il capitolo 14 di Matteo, quando Ges sceglie Pietro come
la pietra su cui fonder la sua ekklesia.

AUGIAS: C' per chi pensa che la famosa frase di Matteo
Tu sei Pietro e su questa pietra edificher la mia Chiesa,
sia stata aggiunta in un secondo tempo e che comunque
non sia interpretabile come un'investitura che in termini
moderni diremmo pontificia. C' anche chi considera Pietro
come un personaggio non del tutto all'altezza di un incarico
di tale rilievo. Lo dimostrerebbero certi suoi comportamenti
e un'aneddotica (gi ricordata in altri capitoli)
che lo descrive come un personaggio debole rispetto alla
immensa energia di Paolo e all'abilit politica di Giacomo.

FILORAMO: La frase di Matteo che lei cita ha un termine
chiave: ekklesia, che noi traduciamo impropriamente
con Chiesa. All'epoca in cui Ges l'avrebbe pronunciata,
voleva semplicemente significare, come l'ebraico
qahal da cui viene il greco ekklesia, riunione, assemblea
(degli anziani); non ha certo il significato istituzionale
che avr in sguito. La Chiesa cattolica l'ha interpretata,
in modo anacronistico, come un discorso di fondazione
dell'istituzione ecclesiastica. Ma  un'interpretazione
storicamente non accettabile. Quel detto di Matteo riflette
evidentemente la situazione esistente nelle prime comunit
cristiane alla fine del I secolo, quando viene redatto
il Vangelo attribuito a Matteo. Dalla morte violenta del
leader Ges sono passati circa 70 anni. Il movimento dei
seguaci di Ges  stato capace di riorganizzarsi, ma lungo
linee molto diverse. Abbiamo ricordato il caso di Giacomo
fratello del Signore e dei suoi: sarebbero i cosiddetti
giudeocristiani, cos da noi chiamati perch conservavano
la centralit della dimensione giudaica di Ges, per esempio
pretendendo dai nuovi aderenti la circoncisione ed il rispetto
delle feste e delle osservanze ebraiche: dunque, che
diventassero s cristiani ma passando per una conversione
all'ebraismo. Poi vi sono gli appartenenti alle comunit
fondate da Paolo od i seguaci di Giovanni, l'autore misterioso
del quarto Vangelo. Infine, coloro che rimasero
fedeli a Pietro e al modo in cui egli trasmetteva il messaggio
del Maestro. Con la morte di questi protagonisti,
divenne impellente il bisogno di fissarne per iscritto la memoria
e le tradizioni.
Per ritornare alla nostra questione, il Vangelo di Matteo
testimonia che, per chi ha scritto quel testo, Pietro occupa
un posto centrale. Per questa centralit si possono portare
argomenti diversi. Ne abbiamo gi parlato. Stiamo
al Vangelo di Marco, il testo pi vicino a ci che sarebbe
veramente avvenuto.  vero il tradimento di Pietro, ma
 anche vero che, per come Marco ci presenta il ruolo degli
apostoli, Pietro resta una figura chiave, per esempio
riconosce la funzione messianica di Ges; Giacomo non
ha ruolo in questo - nonostante sia il fratello, o forse proprio
per questo. Pietro emerge con tutti i suoi limiti, ma
pu essere un limite che in questa tradizione veniva sottolineato
proprio per indicarne la dimensione umana. Se
guardiamo al ruolo svolto dai vari apostoli, Pietro  il pi
importante: riconosce che Cristo  il Messia.  portatore
di una leadership interna alla cerchia degli apostoli. Tutto
ci ha favorito il formarsi di una tradizione che lo ha
scelto come successore del Cristo.

AUGIAS: La scena cui si riferisce  famosa e l'abbiamo gi
descritta a proposito di Marco. Matteo la racconta cos.
Ges chiede ai suoi discepoli: "Ma voi, chi dite che io
sia?" Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del
Dio vivente". E Ges gli disse: "Beato sei tu, Simone,
figlio di Giona, perch n carne n sangue te lo hanno rivelato,
ma il Padre mio che  nei cieli. E io a te dico: tu
sei Pietro e su questa pietra edificher la mia Chiesa e le
potenze degli inferi non prevarranno su di essa" .
Seguono altre parole che completano l'investitura. Accade per
che pochi versetti dopo, quando Pietro appena benedetto
e proclamato capo della comunit, rimprovera Ges perch
vuole andare a Gerusalemme dove sa che sar ucciso,
Ges, chiaramente irritato, si gira e lo apostrofa cos:
Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perch
non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!  Come si
concilia questa stridente contraddizione per di pi contenuta
nello stesso passo?

FILORAMO: Come abbiamo gi visto Pietro  un personaggio
contraddittorio: sbruffone, irruento, impaziente, sicuro
di s. Ma pronto, subito dopo, a smentirsi in modo clamoroso.
Dobbiamo stupircene? Nel passo da lei citato, rivela
ancora una volta l'ambiguit, tutta umana, della sua adesione.
Sempre Pietro aveva chiesto a Ges quale sarebbe
stato il posto degli apostoli nel Regno dei cieli, dimostrando
un interesse troppo umano, che Ges si affretta subito
a condannare. Anche in questo caso, Ges rimprovera
Pietro perch si  preoccupato per la sua scelta pericolsa
- non aveva tutti i torti - di andare a Gerusalemme.
Ricordiamoci la famosa disputa sul tributo: Ges  venuto
per difendere le cose di Dio, non gli interessi umani.
Vale la distinzione che far Agostino: chi vuole seguire
Ges, deve essere mosso dall'amor dei, non da un interesse
puramente umano. Un ennesimo esempio della radicalit
del suo messaggio.

AUGIAS: La verit, se posso obiettare,  che se davvero
avessimo a che fare con un romanzo diremmo che destini
e ruoli di questi personaggi si intrecciano e si alternano
non sempre in modo coerente. I Vangeli tengono soprattutto
conto della loro finalit apologetica che viene prima
di ogni altro criterio logico, umano e, aggiungo, dato
il richiamo a un testo letterario, narrativo. Il che suscita
una curiosit: voi storici riuscite a tracciare un attendibile
profilo di queste persone anche se, immagino, con qualche
approssimazione?

FILORAMO: In certi casi s. L'esempio pi evidente  Paolo:
le sue lettere autentiche (sette, secondo la critica; ma
possono aiutare anche quelle che gli sono soltanto attribuite,
in quanto redatte da discepoli fedeli al suo insegnamento)
sono una fonte essenziale. Ma anche gli Atti degli
Apostoli, redatti da un suo discepolo, Luca, opportunamente
letti, aiutano a completare il ritratto di questo personaggio
straordinario. In altri casi invece, come Pietro e
Giacomo, la loro concretezza di personaggi storici risulta
pi imprecisa.
Dal Vangelo di Marco risulta chiaro che Ges era venuto
solo per parlare a Israele, meglio: alle pecore smarrite della
casa d'Israele. Questo  il punto fondamentale. Dagli Atti
degli Apostoli ricaviamo che Pietro e Giacomo hanno posizioni
sfumate. Il discorso di Paolo  diverso, lui s' scelto
un'altra funzione, vuole lanciare il messaggio di Ges e
la fede nella sua Resurrezione fuori del mondo giudaico, 
diventato l'apostolo dei gentili: a ci lo portava la sua nascita
(era nato a Tarso in Cilicia, era dunque un ebreo della
diaspora) e la sua formazione culturale.
Paolo, destinato a recitare un ruolo fondamentale nella
diffusione del Vangelo, per  arrivato per ultimo, non ha
conosciuto il Ges della storia, l'ha solo incontrato, a suo
dire, come Risorto in una visione: dunque, non potendo
fondare la sua autorit apostolica sul Ges storico, la fonda
sul Cristo della fede, il Cristo risorto. Se non  vero, 
ben inventato: le conseguenze di questa invenzione
risulteranno decisive per la successiva storia cristiana.

AUGIAS: Affrontiamo ora una questione fondamentale e di
alto contenuto emotivo, in una parola: letteratura. Parlo
del cosiddetto Concilio di Gerusalemme raccontato negli
Atti degli Apostoli. Intorno all'anno 49 si tenne in quella
citt una riunione drammatica, di enorme importanza nella
quale, volendo semplificare, si confrontarono essenzialmente
due posizioni. Da una parte c'erano i giudeocristiani
seguaci di Giacomo, fratello del Signore, e Pietro che presiedevano
l'assemblea; dall'altra Paolo arrivato con il suo
seguace Barnaba. Bisognava decidere se i pagani convertiti
dovessero o no obbedire alla Legge (Torah), in primo
luogo facendosi circoncidere secondo la prescrizione mosaica.
L'escissione del prepuzio, che su un neonato di otto
giorni  operazione irrisoria, praticata su un uomo adulto
pu causare fastidi e comunque diventare un freno per i
nuovi adepti. Le discussioni furono accanite. Paolo e Barnaba
sostenevano che l'imposizione di quello e di altri obblighi
abituali nell'iniziazione ebraica fossero un giogo
iniquo. Alla fine, fu proprio Giacomo che con abile mediazione
consent un risultato che parve soddisfare tutti.
In sostanza, gli obblighi venivano ridotti a pochi limitati
precetti:  parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi,
di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie:
astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue,
dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa
buona a stare lontani da queste cose.
Professor Filoramo, la disputa sui precetti coinvolge in
realt una domanda pi grande: il cristianesimo degli inizi
pu essere considerato una setta del giudaismo, oppure d
vita - fin da subito - a una religione del tutto nuova?
Osservo: la soluzione di compromesso escogitata da Giacomo
serv allora a sanare il dissidio tra le due correnti,
tuttavia sembra confermare che di derivazione giudaica comunque
si trattava - anche se in forma attenuata.

FILORAMO: Lei tocca una questione di gran peso, che continua
a far scorrere fiumi d'inchiostro. La questione dei
precetti , in realt, decisiva. Anche su questo punto la risposta
di Paolo  d'importanza cruciale: la Legge non salva,
rispettare i precetti non basta, la dimensione legalistica
va superata in nome di una concezione pi spirituale,
incentrata intorno alla fede nella azione redentrice del
Cristo. Si pu discutere se, in questo, Paolo rompa veramente
con il giudaismo o resti ancora nei suoi confini; la
sua concezione in ogni caso  chiara: il sistema del puro/impuro,
che regolava la vita del pio ebreo non solo in Palestina
ma anche nella diaspora, rendendo ad esempio complicate
le relazioni sociali con i non ebrei, a questo punto
salta;  una vera e propria rivoluzione religiosa, dalle immense
conseguenze. Non  un caso che Paolo abbia condotto
la sua missione nelle citt ellenistiche dove erano
presenti sinagoghe e comunit di ebrei, che potevano essere
sensibili alla novit del suo messaggio.
Venendo al secondo aspetto della domanda, a mio modo
di vedere, perch si possa parlare di religione nel nostro
senso, occorre che vi siano almeno tre condizioni: un corpo
di pratiche stabilito, un insieme di credenze corrispondenti
e una base istituzionale sufficientemente salda e pubblica.
Queste condizioni nel I secolo non ci sono; s'intravedono
solo a partire dalla met del II: dunque,  soltanto
nella seconda met del II secolo che emerge un cristianesimo
come vera e propria religione ed una Grande Chiesa
come istituzione rappresentativa.
Prima che cosa abbiamo? Gruppi di seguaci di Cristo in
concorrenza tra di loro che danno interpretazioni diverse
del suo messaggio e, in assenza di un'autorit istituzionale
centrale, si richiamano o a tradizioni apostoliche privilegiando
ora questo ora quell'apostolo oppure, come nel
caso degli gnostici, a rivelazioni personali, private (in fondo,
seguendo la via aperta da Paolo). Se si accetta questo
quadro, diventa improprio parlare anche di setta giudaica.
Le comunit fondate da Paolo al di fuori della Palestina
non possono essere considerate tali. Dunque, una realt
polimorfa, in movimento, non riducibile a un elemento
unificante se non la comune fede nel Cristo risorto e nella
sua signoria.

AUGIAS: Tirando le somme, i seguaci di Cristo rimasti a
Gerusalemme scelsero Giacomo. Tuttavia, da una serie di
indizi indiretti, capiamo che anche Pietro aveva dei suoi
sostenitori, in termini contemporanei potremmo dire che
aveva una sua corrente.

FILORAMO: Nella successione, in ogni caso, almeno in un
primo tempo, a Pietro  stato preferito Giacomo. Solo dopo
la morte di questi, nel 62, c' stata una via aperta per
Pietro e diciamo per il petrinismo se vogliamo chiamare
in questo modo le comunit che a lui si rifacevano. Nella
tradizione Pietro e Paolo giungono poi a Roma e muoiono
entrambi martiri sotto Nerone intorno all'anno 65.
Nella storia delle Chiese cristiane del I e II secolo le due
tradizioni legate a Giacomo e a Pietro in realt restano
conflittuali. La Chiesa di Giacomo, piccolo inciso, continua
come successione familiare fino alla fine del I secolo.
Ci sono parenti di Giacomo che prendono il suo posto e
sembra che vengano addirittura chiamati a Roma dall'imperatore
Domiziano per alcune verifiche sulla loro posizione.
Agiscono nella linea tradizionale del sommo sacerdote
qual era prima del 70, ma  appunto la linea che dopo
la distruzione di Gerusalemme e del Tempio risulter
perdente. Che cosa sopravvive? Il paolinismo, che ha una
storia a s, e i seguaci di Pietro.

AUGIAS: Paolo, come abbiamo detto,  un uomo dotato di
immensa energia mentale e fisica che proietta il cristianesimo
fuori dalla Palestina, viaggiatore forsennato, divulgatore
instancabile del messaggio del Risorto. Proprio
perch predicava ai gentili, chiedeva che le prescrizioni rituali
giudaiche fossero attenuate o abolite del tutto. Siate
circoncisi nello spirito, diceva. Oltre a essere una bellissima
esortazione indicava anche una soluzione molto meno
fastidiosa di quella affidata alla lancetta del rabbino. Paolo
meriterebbe un discorso a s come del resto  stato fatto
pi volte, qui per possiamo solo sfiorarlo. Anche perch
dobbiamo affrontare la domanda di come sia possibile
conciliare una missione di Ges limitata alle pecore perdute
della casa d'Israele con l'esortazione in apparenza
opposta (sempre dello stesso Matteo): Andate dunque e
fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo.

FILORAMO: Si tratta di capire qual  stato l'esito di questo
annuncio dei Vangeli, e chi l'abbia portato avanti. Certo
 che la diffusione delle comunit cristiane nel mondo
greco-romano non passa solo attraverso Paolo. Personalmente
non condivido l'idea che Paolo sia stato il vero fondatore
del cristianesimo, il messaggio giudaico-cristiano si
diffuse attraverso numerosi canali. La cosa impressionante
 un'altra e cio la velocit con la quale queste comunit
si sono diffuse nel giro di pochi decenni. Non abbiamo
molti documenti, e questo rende difficile capire bene
l'andamento del fenomeno. Ma, per fare un esempio,
abbiamo testimonianze di una Chiesa romana alla fine del
I secolo che non  stata fondata n da Paolo n da Pietro,
quindi di comunit romane impiantate in modo consistente
per altre vie. Il vescovo Clemente di Roma, tra il 96 e
il 98, scrive una lettera alla comunit di Corinto fondata
da Paolo. I Corinzi s'erano rivolti a Roma per chiedere
consiglio sulle situazioni di conflitto, legate come al solito
a questioni di potere. Lettera di grande interesse per
almeno due aspetti. Il primo  che testimonia l'esistenza
di una comunit strutturata comandata da un vescovo; 
la prima attestazione dove episkopos non ha solo il senso
di sorvegliante, ma di guida (anche se la guida sembra
collegiale). Il secondo  che, come sappiamo da Paolo, a
Corinto si verificavano spesso contrasti anche accesi. In
questo caso il conflitto era legato a un processo di consolidamento
delle strutture, segno che si cercava un radicamento
istituzionale della comunit.
Il fatto che in una situazione d'incertezza si sia chiesto il
parere del vescovo di Roma come se fosse lui l'autorit alla
quale rivolgersi appare uno snodo fondamentale, infatti
 uno degli elementi spesso portati per affermare che
la comunit di Roma stava lentamente diventando quella
di riferimento. Poi nel V secolo papa Leone I, giustamente
detto Leone Magno per la sua poderosa azione politica,
affermer definitivamente il primato petrino-romano.

AUGIAS: Una diffusione cos rapida di queste comunit di
ebrei cristianizzati, poi diventati cristiani tout court, dice
probabilmente una cosa semplice: della loro nuova religione
c'era bisogno. Molti volevano ascoltare un messaggio
di rassicurante speranza di fronte al venir meno di un impero,
all'irrompere di tempi nuovi con tutte le incertezze
e le paure che i periodi di passaggio - parlo pensando anche
ai nostri giorni - suscitano sempre. Quando una religione,
un movimento politico, una corrente filosofica si
diffondono in maniera rapida e conquistano un vasto sguito,
vuol dire che il loro messaggio, se vogliamo i loro
valori, interpretano una reale necessit.

FILORAMO:  la questione classica che si sono posti gli storici
fin da Edward Gibbon, il grande storico illuminista
che alla fine del Settecento ha scritto un testo fondamentale
sulla caduta dell'Impero romano: come mai l'annuncio
cristiano si  affermato? La partita si gioca negli anni tra
il I e il II secolo, quindi lo scenario politico sul cui sfondo il
messaggio cristiano si  diffuso era un impero come quello
romano che dal punto di vista religioso era pluralistico.
So che parlare di pluralismo  anacronistico riferito a quegli
anni ma questa era la sostanza della situazione reale.
Sostengo la tesi un po' radicale, che il cristianesimo  una
componente religiosa che agisce all'interno di una situazione
pluralistica garantita dalla situazione politica ma anche
giuridica dell'Impero. A questo  dovuta la sua
affermazione.

AUGIAS: Tesi radicale come lei l'ha definita per anche piuttosto
seguita. Il pluralismo garant le condizioni di base
ma la sostanza fu che la nuova fede sembrava in grado di
dare una risposta ad una serie di bisogni fondamentali cui
n i vecchi misteri n la religione politica di Roma erano
pi in grado di rispondere.

FILORAMO: In una societ in cui non esisteva il moderno
concetto di individualismo e gli individui erano definiti
dai gruppi ai quali appartenevano, come la famiglia o
l'ethnos o il luogo di nascita, non esistendo la possibilit
di comprendere se stessi come dotati di una identit separata
e, di conseguenza, di vivere secondo bisogni e aspirazioni
personali, un'esperienza di conversione cristiana,
rompendo lo schema, metteva il singolo di fronte alla
possibilit d'una scelta sua e solo sua. Compiendola, il
signor o la signora X potevano provare il sentimento vivido
di appartenere a un gruppo di spiriti eletti, capaci di
superare le opinioni comuni e le pi diffuse tradizioni filosofiche.
Questa scelta poteva essere radicata in una tipica
esperienza di illuminazione interiore, e dunque affidata
ad una nuova modalit religiosa, quella della fede; ma
in ultima analisi il compito di decidere toccava alla
ponderazione del singolo: in termini contemporanei, a rational
choice, una scelta tipica del pluralismo religioso di oggi
ma anche di ieri, in cui il singolo pesava attentamente
il valore delle singole offerte religiose prima di fare la sua
scelta definitiva.

AUGIAS: La metto in guardia. Primo: lei sta descrivendo
un movimento elitario, potrei quasi dire radical chic con un
termine cui la moda vigente ha impresso un connotato negativo.
Secondo: non si dice sempre che il cristianesimo 
stato fin dagli inizi la religione degli umili e degli schiavi?

FILORAMO: Primo: accetto l'obiezione, ma convincere
l'lite intellettuale  un aspetto fondamentale nella strategia
di conquista religiosa. Secondo: sappiamo da varie
fonti che, in effetti, il cristianesimo si diffuse negli strati
pi umili, spesso tra illetterati. Qui giocavano altri motivi:
contatti personali, strategie familiari, per esempio matrimoni
di una cristiana e di un pagano (o viceversa: ma
il primo caso dovette essere il pi diffuso). A questo punto,
se il matrimonio teneva, il cristiano o la cristiana,
secondo quanto aveva a suo tempo consigliato Paolo nella
Prima lettera ai Corinzi, era tenuto all'educazione cristiana
dei figli: un aspetto fondamentale, che non merita ulteriori
commenti. Se ci non bastava, rimaneva il potere
dei missionari, che agivano mossi dallo Spirito. Per la
mentalit comune ci che, alla fine, risultava decisivo era
il potere del nuovo Dio, la sua capacit di guarire, liberare
da malattie che, per l'uomo antico, avevano sempre
un'origine magico-religiosa: la liberazione dell'anima non
poteva andare disgiunta da quella del corpo, il che implicava,
sovente, la liberazione da quegli spiriti maligni che
per i pi erano la vera causa della malattia. Questo contribuisce
a spiegare il ruolo che, nel processo di conversione
collettiva, ebbero eventi ritenuti prodigiosi e in particolare
l'azione esorcistica.

AUGIAS: Ebbero il loro peso anche altri fattori tra i quali
la struttura istituzionale che il cristianesimo riusc a darsi
piuttosto rapidamente. Nel III secolo, quando l'Impero
comincia a vacillare, quella struttura diventa un solido
elemento di sostegno.

FILORAMO: Indubbiamente. L'imperatore Costantino trover
nella Chiesa cristiana uno Stato nello Stato, che si
era dato strutture a vari livelli: comunitario, assistenziale,
filosofico-religioso. Importanti apologeti come Giustino
e Taziano diffondono il messaggio cristiano basandosi
su argomenti pi di ragione che di fede. Mirano a convincere
l'interlocutore pagano con argomenti razionali che
i cristiani non sono degli imbelli, anzi sono loro a portare
avanti un autentico messaggio religioso. Ha funzionato.
La forza del cristianesimo  stata di svuotare dall'interno
i valori pagani e di riempire l'otre vecchio con i loro
nuovi valori che potevano essere accettati anche dal pubblico
pagano. Ricordo un ultimo fondamentale elemento:
l'invenzione del vescovo come capo della comunit. Si
tratta di una peculiarit istituzionale delle Chiese cristiane
antiche che ne favor prima la diffusione poi, tra IV e V secolo,
quando l'Impero, soprattutto a Occidente, cominci
a vacillare, serv a colmare un vuoto di potere e di autorit
nelle citt, in quella vita urbana, che costituisce il tessuto
fondamentale della socialit imperiale.

AUGIAS: E tra Giacomo e Pietro, come abbiamo visto alla
fine la vittoria andr a Pietro.

FILORAMO: Storicamente  fuori discussione. Il vescovo
Clemente  uno dei primi testimoni dell'importanza che
assume il martirio di Pietro a Roma. Pietro  inteso come
il vero successore del Cristo, dunque il vescovo che succede
a Pietro  a sua volta un vero successore. Giacomo fratello
del Signore ebbe un compito prezioso ma esaur l'intera
sua missione a Gerusalemme per finire schiacciato da
una crudele sentenza di morte.
...
18. LA PRIMA CRISTIANA: MADDALENA.

Nel grande racconto evangelico s'impone una donna che per importanza,
carattere, persistenza dell'immagine, supera i testi grazie
ai quali  conosciuta. Non  Maria, madre di Ges che anzi risulta
al confronto una figurina appena sbozzata; questa donna si chiama
Maria di Magdala, passata alla storia come (La) Maddalena.
Quale storia? Controversa, per certi aspetti leggendaria, ricca
per di connotati forti e insieme lacunosi che paiono fatti apposta
per accendere la fantasia - anzi: le fantasie, perch una parte della
sua ampia e duratura popolarit Maddalena la deve proprio al tipo
di fantasie che  stata capace di suscitare, arricchite da una notevole
componente sensuale anche grazie ad alcuni equivoci che si sono
creati attorno alla sua figura.
Uno di questi lo ha involontariamente favorito il testo di Luca
quando la descrive come una delle donne che seguivano Ges e i suoi
discepoli assistendoli con i loro beni per poi aggiungere che da lei
erano usciti sette demni. Maddalena aveva cio un passato da
indemoniata - oggi diremmo che era stata afflitta da seri disturbi
psichici. Ges taumaturgo l'aveva guarita ma essere stata posseduta
da sette demni non  un dettaglio che si possa mettere facilmente
da parte. Un altro equivoco nasce da una coincidenza narrativa
che si trova sempre nel testo di Luca quando, nel capitolo 7, narra la
conversione di una prostituta che aveva cosparso i piedi di Ges con
un costosissimo unguento per poi asciugarli con i suoi capelli. Gesto
estremo che allude a una sconfinata dedizione. Subito dopo l'autore
del testo passa a parlare della Maddalena. La contiguit degli episodi
ha favorito la fusione dei due personaggi per cui Maddalena s'
sovrapposta alla prostituta del capitolo precedente.
Ha complicato ulteriormente il possibile ritratto di questa donna
un testo gnostico noto come Vangelo di Filippo dove si legge: La
Sofia, che  chiamata sterile,  la madre degli angeli. La consorte di
[Cristo  Maria] Maddalena, [il Signore amava Maria] pi di tutti i
discepoli e la baciava spesso sulla [bocca]. Gli altri discepoli allora
gli dissero: "Perch ami lei pi di tutti noi?" Il Salvatore rispose e
disse loro: "Perch non amo voi tutti come lei?"
Consorte di Cristo; la baciava sulla bocca: poco conta che queste
espressioni si riferiscano - come vedremo - a un intesa di natura
spirituale; poco conta la frase iniziale, La Sofia...  la madre degli
angeli. Prese alla lettera quelle parole possono dare adito a una
ricostruzione del pi grande fascino anche se basata sul nulla - anzi:
proprio perch basata sul nulla.  ci che ha fatto lo scrittore americano
Dan Brown che su quelle poche parole, estratte arbitrariamente
dal contesto, ha costruito l'ingegnoso romanzo II Codice da Vinci
(2003) dove s'immagina che Ges, scampato alla morte sulla croce,
trovi riparo insieme a sua moglie Maddalena sulle coste francesi e
l dia vita ad una progenie dalla quale sarebbero scaturite numerose
dinastie regali europee. Il romanzo risulta scadente dal punto di vista
letterario e inzeppato di fantasiose ricostruzioni; il suo travolgente
successo mondiale dice per in quale misura il tema abbia incontrato
enormi curiosit. Ennesima conferma del fascino del personaggio.
Lo scrittore americano ha colto il fatto che Maddalena  la figura
pi romanzesca dell'intera narrazione evangelica non soltanto
perch donna e perch, presumibilmente, di bell'aspetto, ma anche
per l'importanza che - secondo fonti di buona attendibilit - ebbe
nel gruppo dei seguaci di Ges. Si  arrivati a dire che sia stata
lei la vera autrice del Vangelo detto di Giovanni, che fosse lei il
discepolo che Ges amava pi di tutti gli altri; la sua importanza
 riconosciuta anche da Tommaso d'Aquino che arriv a definirla
Apostola degli apostoli. Secondo una corrente cristiana di minoranza,
Maddalena sarebbe stata addirittura a capo di una delle
prime comunit cristiane, ipotesi basata su fonti incerte e in ogni
caso fortemente contrastata da altri, anche se la sua presenza in
un momento supremo ai piedi della croce dimostra che aveva sicuramente
un peso nel piccolo gruppo dei seguaci.
Al di l di ogni esagerazione o fraintendimento resta che proprio
a lei i Vangeli attribuiscono il compito di annunciare agli apostoli
e quindi al mondo che il sepolcro dove la salma di Ges era stata
deposta risultava vuoto. L'ultimo atto della vita terrena, il primo di
quella celeste, la proclamazione del Risorto,  affidata ad una donna
- a quella donna.

AUGIAS: Possiamo mettere un po' d'ordine nella vicenda di
questo straordinario personaggio? Forse il pi affascinante
dell'intero racconto evangelico, ovviamente dopo il protagonista.
Sicuramente quello che ha pi acceso la fantasia
di poeti, narratori, pittori e degli stessi teologi se consideriamo
i numerosi tentativi di dargli adeguata collocazione
ed identit nell'intrico di episodi che lo riguardano.

FILORAMO: Lei ha ragione a parlare di intrico. Direi che
 un doppio intrico: quello che offrono i Vangeli e quello
- che dobbiamo purtroppo tralasciare - dato dall'incredibile
tradizione religiosa, agiografica, pittorica da lei richiamata,
dove alla Maddalena succede di tutto.
Partiamo dai dati sicuri e proviamo a costruire un identikit
di questo personaggio narrativamente cos forte. Maria
Maddalena, infatti,  nominata ben dodici volte nei
Vangeli, pi di Maria, la madre di Ges. Anche se nessuno
dei Vangeli canonici ci racconta come Ges l'abbia
conosciuta, essa appare in tutti e quattro i racconti, svolgendo
un ruolo centrale soprattutto in quello che  il loro
nucleo fondativo: la passione, morte, sepoltura e resurrezione
di Ges.
Cominciamo dal soprannome, Maddalena, che rimanda alla
cittadina in cui sarebbe nata, Magdala. Normalmente
 identificata con Tarichea, che si trova sul Mare di Galilea,
a nord di Tiberiade. La presenza di un ippodromo
fa presumere che dovesse avere pi o meno quarantamila
abitanti, per lo pi gentili. Anche per questo non godeva
di buona reputazione presso gli Ebrei; in sguito, i rabbini
ne attribuirono la caduta al suo malcostume. Questo
sfondo va tenuto presente quando ritorneremo sul collegamento
tra Maria Maddalena e la sua ipotetica professione
di prostituta.
Mentre Marco, Matteo e Giovanni ci presentano la Maddalena
in azione come testimone della passione, morte e
resurrezione, il solo Luca ci fornisce un possibile altro plot
narrativo. Come lei ha ricordato, secondo il nostro autore,
una Maria soprannominata Maddalena seguiva Ges
nella sua predicazione itinerante insieme ad altre donne.
Vengono citate, per esempio, Giovanna, moglie di Cuza,
intendente di Erode, Susanna e molte altre che servivano
i discepoli con i loro beni, particolare non secondario:
si trattava di donne benestanti. Luca precisa che queste
donne seguivano Ges perch erano state guarite da spiriti
maligni e da infermit: dunque, non attratte - o non
solo attratte - dal suo fascino e dall'incanto della sua parola,
ma dal suo potere esorcistico. La Maddalena si distingue
perch Ges l'aveva liberata - in un colpo solo! - da
ben sette spiriti maligni: una possessione particolarmente
grave, e una guarigione particolarmente potente, che
ci introducono a un rapporto pi intimo tra i due, in psicoanalisi
lo chiameremmo un transfert, che li lega in modo
particolare.
Questa azione itinerante di Ges con i suoi discepoli e le
pie donne viene, in Luca, subito dopo l'episodio singolare
cui lei accennava: Ges accetta l'invito a pranzo di un fariseo
ed entra nella sua casa. Una donna, nota come peccatrice,
saputo che era l, arriva recando un profumo preziosissimo
con cui gli unge i piedi per poi asciugarli con i
suoi capelli. Il fariseo si inalbera: ma come, Ges non sa
che  una nota peccatrice? Ges per la difende e, criticando
il fariseo, le rimette i suoi peccati. Che cosa ha a che
fare - potremmo chiederci - tutto ci con la nostra Maddalena?
Il fatto  che, nell'antichit, vi fu chi lesse le due
scene in sequenza e identific la Maddalena con la meretrice
che, redenta, lo segue.
Luca ci attesta che era la Maddalena a guidare il gruppo
di donne benestanti che seguivano Ges.

AUGIAS: Fermiamoci su questa sua ultima notazione. Al
di l del singolo episodio e della personalit della Maddalena
che deve essere stata notevole, colpisce che Ges
sia stato accompagnato, assistito, accolto da numerose
donne. Un particolare della sua vita di cui si parla poco,
temo per le ragioni sbagliate, trattandosi di presenze
che potrebbero, se mal intese, compromettere la sua
figura di vergine.

FILORAMO: Lei ha ragione, infatti  un aspetto che colpisce
- anche per le sue conseguenze. La significativa presenza
femminile ed il rapporto di Ges con queste donne
non rientrano nei canoni del tempo. Quella giudaica, e
non solo quella, era una societ di tipo patriarcale in cui,
come abbiamo visto, la donna aveva una posizione nettamente
subordinata, con minimi margini di libert nei comportamenti.
Di conseguenza, vedere che Ges in pi episodi
frequenta e si accosta a queste donne d da pensare
anche perch, come abbiamo visto, la donna era legata alla
casa, alla sua cura. Il suo compito primario era generare
figli e allevarli nel rispetto delle tradizioni, non andare
in giro seguendo un predicatore e profeta. Giuridicamente,
era subordinata al padre e poi al marito. La sua libert
di movimento era minima.

AUGIAS: Forse si dovrebbero anche sottolineare i limiti della
loro partecipazione alla vita religiosa, legittimati dalle
norme del Levitico che ne vietavano la partecipazione a feste,
pellegrinaggi e riti durante il ciclo mestruale.

FILORAMO: Su questo sfondo, la situazione del gruppo di
Maddalena e delle altre che seguono Ges non pu non
colpire. Con questo non voglio dire, come alcuni e soprattutto
alcune interpreti hanno sostenuto, che cos facendo
Ges quasi anticipa il femminismo contemporaneo. Da parte
sua non c' nulla di esplicito in questo senso: in fondo,
ha scelto dodici uomini come apostoli e un uomo, Pietro,
come loro capo. Anche qui insomma, egli agisce come un
riformatore di quella societ, che per non rigetta esplicitamente
nei suoi fondamenti patriarcali.

AUGIAS: Doveva comunque trattarsi di donne benestanti.
Luca dice esplicitamente che alcune di loro, tra cui Maria
di Magdala, accompagnavano e aiutavano Ges. In parole
povere: finanziavano la sua missione. Il che apre alla domanda
di come vivessero lui e i discepoli che per seguirlo
avevano abbandonato moglie, figli e lavoro.

FILORAMO: La risposta  che vivevano come poi vivranno
nel corso del I secolo diverse comunit protocristiane.
Fra tutte le cose che offre, Ges presenta anche il modello
d'una comunit itinerante che si sposta di luogo in luogo,
dalla Galilea attraversa la Samaria per arrivare fino alla
Giudea e a Gerusalemme, appoggiandosi a case di persone
interessate al suo annuncio e che lo aiutano anche da
un punto di vista pratico.

AUGIAS: Vero che le comunit protocristiane cui ha accennato
vivevano di poco. Per erano sedentarie, cosa che
poi si ripeter con i monasteri e perfino con alcuni eremiti;
potevano cio coltivare la terra, allevare alcuni animali.
Ges e i suoi invece erano nomadi, come riuscivano a
vivere senza lavorare?

FILORAMO: Potevano farlo appoggiandosi alle strutture familiari
antiche: in Palestina una famiglia benestante aveva
delle propriet, della servit, dal punto di vista economico
e della sopravvivenza era autonoma, era anche possibile
che risiedesse in una grande dimora con un edificio
principale e diversi annessi e dipendenze, ricoveri per animali,
magazzini per i cereali, in poche parole famiglie estese
ed allargate. Questo tipo di case si ritrovano spesso nelle
Lettere di Paolo e negli Atti. Potremmo definirla la rete
di assistenza di Ges e degli apostoli.

AUGIAS: Chi potevano essere dunque queste donne benestanti
che seguivano Ges e gli apostoli? Lei ha appena
detto - ed  un dato incontestabile - che le donne avevano
minima libert di movimento e d'iniziativa. Certo non
era costume che le donne lasciassero la famiglia per seguire
un gruppo di vagabondi.

FILORAMO: Lei ha ragione, questa situazione non  facile
da spiegare. Per un verso, si pu ricorrere all'ipotesi che
alcune fossero vedove e dunque giuridicamente in possesso
dei loro beni. Ma Luca parla di Giovanna, moglie di un
intendente di Erode: donna benestante ma non vedova.
Una possibile spiegazione  che, comunque, queste donne
avessero scelto - per quanto tempo, non  detto - di provare
a vivere secondo i dettami dell'annuncio: il Regno di
Dio era imminente, Ges sottolinea pi volte la superiorit
della famiglia spirituale su quella carnale, inoltre Matteo,
in un celebre passo che sta alla base dell'ideale celibatario
e della condizione verginale di chi vuole praticare
la Sequela Christi, rivendica la sua scelta celibataria, invitando
a seguirlo per perseguire il Regno di Dio. Una donna
che avesse creduto in questi messaggi poteva dunque
essere disposta anche a lasciare tutto (salvo, s'intende, i
suoi beni) per seguire il Maestro. A cominciare dal sesso,
che era il modo in cui padri, mariti e figli la inchiodavano
al suo ruolo domestico.

AUGIAS: Nella vita di Paolo raccontata da Luca, si parla
di un incontro dell'apostolo con alcune donne: Il sabato
uscimmo fuori dalla porta lungo il fiume, ritenevamo che
si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo
la parola alle donne l riunite. Una di queste, di nome
Lidia,  un'imprenditrice. Luca fa quasi capire che la
donna s'innamora di Paolo il quale per sembra sottrarsi.
Mettiamo da parte l'aspetto amoroso quale che sia stato,
la notizia curiosa  che una donna di quegli anni in quella
zona del mondo fosse un'imprenditrice.

FILORAMO: Dalle Lettere di Paolo emerge pi volte che nei
suoi viaggi l'apostolo si appoggiava a gente che metteva
a disposizione grandi case per le riunioni. Una grande casa
- allora come oggi - implica una buona disponibilit economica,
proprio in contesti di quel tipo compaiono spesso
anche figure femminili. Il caso di Lidia, cui lei accenna,
 da questo punto di vista esemplare. Pare che fosse una
commerciante di tessuti di porpora, merce rarissima e preziosissima,
segno distintivo del potere e dell'appartenenza
alle classi alte. Forse era una schiava affrancata, sappiamo
di casi simili; un liberto od una liberta, come Lidia, potevano,
se intraprendenti, compiere anche una scalata sociale.
Come gentile, doveva essere stata attratta dallo stile di
vita ebraico, rientrava cio nella categoria delle timorate
di Dio: di chi, per ragioni di convenienza - comprensibili
nel suo caso: una vera conversione poteva minacciare
il suo commercio - rimaneva ai confini tra vita pagana
ed ebraismo. A deciderla,  evidentemente il carisma di
Paolo, ma anche il fatto che l'adesione al suo messaggio
non comportava una vera e propria conversione all'ebraismo.
Di qui una conversione che coinvolge anche la sua
famiglia, di cui era evidentemente responsabile: un caso
classico di conversione familiare, di cui abbiamo gi avuto
occasione di parlare.

AUGIAS: Non voglio sembrare irriverente ma le circostanze
cui stiamo accennando sono cos raramente citate che
evocarle suscita curiose associazioni mentali. Per esempio:
Ges, come anche Paolo, era seguito da molte donne cos
come oggi donne anche molto giovani seguono i cantanti
o i calciatori - le chiamano groupies.
Senza voler in alcun modo avvicinare situazioni che restano
imparagonabili,  chiaro che anche allora poteva essersi
sviluppata una qualche contagiosa attrazione del genere.

FILORAMO: La differenza tra Ges e altri leader religiosi,
per fare un nome cito Apollonio di Tiana, un santone a
lui contemporaneo sovente paragonato a Cristo,  che nelle
testimonianze su questi altri personaggi le donne non ci
sono mai o non hanno un ruolo significativo. Questo rende
ancora pi curioso il cenacolo di Ges formato da alcuni
fedeli discepoli, che gi possiamo considerare una rarit,
e un buon numero di pie donne che temporaneamente
o meno - difficile precisarlo - s'aggiungono.

AUGIAS: La spiegazione che mi sono dato  che Ges doveva
emanare un fascino particolarmente intenso. Questo
figlio di un artigiano, forse illetterato, che girava coperto
da una tunica certo non immacolata, uno scialle di preghiera
- tallit - gettato sulle spalle, ai piedi dei poveri calzari,
da questo giovane uomo sicuramente emaciato, con
l'aspetto di un viandante, doveva sprigionarsi un'eccezionale
forza d'attrazione.

FILORAMO: Se diamo qualche credibilit alle azioni di
Ges raccontate nei Vangeli dobbiamo vederlo come un
potente esorcista. Della Maddalena Luca dice a un certo
punto - lo abbiamo gi ricordato - che seguiva Ges
perch l'aveva liberata dai demni. Era stata cio una
posseduta. Pensi a tutte le storie di possedute liberate
da uomini carismatici, per esempio l'episodio delle possedute
di Loudun (siamo nel 1634, in un convento di Orsoline),
in cui tra la superiora di queste monache possedute
ed il primo esorcista, Urbain Grandier, si stabilisce
un rapporto cos particolare che alla fine il povero Grandier,
accusato di essere un agente del diavolo, finir al
rogo. Ges aveva la capacit di saper liberare da malattie
psichiche, cosa che  gi un elemento notevole. Possiamo
aggiungere che era certamente un guaritore. Pensi
ai guaritori del Settecento e dell'Ottocento, o ai fluidi
di Mesmer, per non parlare degli psicoanalisti che, sotto
questa luce, potrebbero essere considerati anch'essi dei
guaritori. Ges aveva un potere del genere e per me gi
questi motivi, anche senza citare l'elemento propriamente
religioso, indicano una straordinaria potenza psichica.
L'uomo riusciva a comunicare un messaggio di salvezza,
s religioso, ma anche umano e pratico.

AUGIAS: Torniamo alla nostra affascinante protagonista:
Maria Maddalena. I Vangeli ne fanno la prima testimone
non della resurrezione, perch nessuno vede il cadavere
che si rianima e riprende il cammino, ma del fatto che la
tomba in cui Ges era stato deposto  vuota. Dobbiamo
ricordare che dopo essere spirato sulla croce, Ges era stato
frettolosamente seppellito. Era un venerd pomeriggio
e il rito andava portato a termine prima che spuntasse la
prima stella che d inizio al riposo del sabato; la salma rimane
nel sepolcro per l'intero sabato, la domenica mattina
le donne si recano al sepolcro e scoprono con sgomento
che  scomparsa.

FILORAMO: Sono colpito dal racconto di Giovanni, perch
l emerge con ogni evidenza il ruolo privilegiato della
Maddalena. Per Giovanni, la prima cristiana  lei,  cio
la prima che crede nel Risorto. Non  poco. Altri testi raccontano
che lei si reca al sepolcro con altre donne e che,
constatata la scomparsa del cadavere, il gruppo corre a comunicare
agli altri, con pi o meno successo, la notizia. Ci
si potrebbe chiedere perch siano state scelte delle donne
per rendere questa cruciale testimonianza.  una situazione
ambigua per cui le donne potevano o meno risultare
credibili; non a caso, nella versione di Luca, gli apostoli
non credono loro.
Del resto, lei ha ragione quando dice che non testimoniano
la resurrezione: riferiscono solo che il sepolcro  vuoto.
 possibile che Ges sia risorto ma il fatto  che nessuno
l'ha visto, c' solo la tomba vuota. Nel racconto dei sinottici
per la verit compaiono anche due angeli, c' dunque
una certa manifestazione di potenza per cui queste donne
corrono a riferire un evento comunque straordinario.

AUGIAS: Quelle donne sono andate l per un'azione pietosa,
cio per completare l'unzione del corpo e per avvolgerlo
accuratamente nelle bende, operazioni rituali che la
fretta del primo seppellimento aveva impedito. Arrivano
sul posto consapevoli che le aspetta un compito s pietoso
ma anche duro, si tratta di ungere un cadavere; per di pi
il cadavere di una persona amata e venerata, morta dopo
strazianti sofferenze. Si pu supporre che fossero in uno
stato di grande tensione. Trovano la tomba vuota e sono
sgomente, non sanno che pensare, che vedano un paio
d'angeli mi sembra assolutamente normale.
C' per un'altra visione, pi importante: Maddalena nei
pressi del sepolcro vede un uomo, non sa chi sia, lo scambia
per un giardiniere. Fa per avvicinarglisi ma quello la
ferma con le celebri parole: Noli me tangere, non mi
toccare. A quel punto lei lo riconosce, quell'uomo  Ges
che parla e si muove: dunque  risorto. La scena descrive
un'agnizione, come alla fine d'un romanzo o d'un dramma.
Se mi  consentito esprimermi in termini storici, prescindendo
da ogni implicazione religiosa, la scena  tutt'altro
che inverosimile, al contrario rientra fino al dettaglio in
una sindrome allucinatoria provocata da un'estrema tensione
psichica.

FILORAMO: Condivido la sua ipotesi. Nel mondo antico
visioni e allucinazioni sono pane quotidiano. Il discorso 
trasversale: tocca pagani, giudei e futuri cristiani. Non era
ancora stata tracciata una chiara linea di confine tra sogno
e visione, gli di comunicavano continuamente con gli uomini
attraverso epifanie (appunto, visioni), anche il Dio
biblico si manifesta nella Bibbia attraverso teofanie ed angelofanie.
Nei Vangeli Ges si trasfigura: i tre apostoli lo
vedono nella sua vera natura. Tra mondo umano e divino
c' una comunicazione continua, come oggi con i cellulari.
Perch stupirsi se la Maddalena vede il Risorto?
La domanda centrale per  un'altra: che cosa significa
quel noli me tangere? L'ha toccato o no? L'espressione
greca me mou aptou, tradotto nella Vulgata con noli me
tangere, pu anche essere interpretato come stai lontana
da me. Viene fuori un certo tipo di comando, l'invito
a un distacco che non implica l'idea dell'assenza di contatto,
la Maddalena potrebbe benissimo aver toccato Ges.
Si potrebbe arrivare a pensare che Maddalena l'abbia per
esempio preso per i piedi, come se avesse voluto avere una
prova concreta e fisica della sua carnalit. Il Risorto allora
l'allontana da s. Una diversa versione vuole invece che tra
i due non ci sia stato alcun contatto. L'ingiunzione non
mi toccare interviene immediatamente e blocca il movimento
della donna. Sono due interpretazioni diverse. Nel
primo caso il contatto fisico c' stato, e l'Inviato celeste
che ha finalmente portato a termine la sua missione le dice
di aspettare perch non  ancora arrivato il momento di
constatare la resurrezione. La prova fisica per cui il risorto
ha un corpo, calpesta la terra, la grava col suo peso - cosa
che per Giovanni  un problema - avviene poi con Tommaso,
per nel cenacolo, alla fine. Rimane il fatto che il
Risorto di Giovanni, fin dalle sue prime apparizioni, non
 certo un ectoplasma ma  comunque una creatura dotata
di un corpo particolare.

AUGIAS: La costruzione dell'intera scena resta sapiente e,
si deve dire, di struggente bellezza.

FILORAMO: Certamente, nello stesso tempo per consente
di sostenere parecchie ipotesi. Personalmente vedo in Giovanni
una costruzione coerente con la sua idea che, compiuta
la sua missione con il sacrificio della vita, Ges  deciso
a manifestarsi, comincia con la Maddalena ma compie
la sua rivelazione gradualmente. Giovanni fa passare
il messaggio di un risorto che non  solo spirito, anzi ha
un corpo,  fatto di carne e di sangue. Siamo lontani dalle
teorie gnostiche.

AUGIAS: Terrei da parte le teorie gnostiche che probabilmente
oggi interessano solo gli studiosi delle dottrine. A
me pare che la domanda cruciale da presentare ai nostri
lettori sia: perch, compiuto il sacrificio, questa rivelazione
comincia con la Maddalena?

FILORAMO: Dato che nei Vangeli una risposta non c',
bisogna affidarsi alle interpretazioni. Personalmente non sono
riuscito a trovare un'ipotesi che chiarisca a sufficienza
il quesito, altri invece lo hanno fatto. Cito per esempio il
Vangelo gnostico di Filippo, composto da loghia di Ges,
citato sopra come fonte di ispirazione del romanzo di Dan
Brown. Sostiene uno dei detti - all'interno di una serie di
frasi sul matrimonio spirituale - che Ges baciava sovente
sulla bocca la Maddalena perch la prediligeva tra gli apostoli.
Si tratta chiaramente di una scelta. Prima del sacrificio
Ges aveva scelto Pietro, ora per chi agisce  il Risorto,
pi potente di Ges perch ne  il compimento. E
il Risorto sceglie la Maddalena. A questo punto si apre il
problema dell'intera rilettura teologica di questo rapporto.
Dal punto di vista dell'autore, c' un evidente simbolismo.
Il bacio rimanda, secondo la teoria della scuola valentiniana,
alla riunificazione dell'elemento spirituale passivo
femminile, sperduto nel mondo di tenebre, con la sua
controparte celeste maschile. Il Dio gnostico  un Dio androgino:
questo  l'elemento chiave che fonda e spiega teologicamente
il simbolismo del bacio. Esso prefigura la riunificazione
spirituale che ha luogo interiormente nel singolo
nel momento della gnosi, dell'illuminazione interiore.
Non  necessario fare sesso, per perseguire questo risultato.

AUGIAS: So di toccare un argomento rischioso. Il matrimonio
tra Ges e la Maddalena va inteso in senso spirituale,
forse addirittura di sapienza spirituale (il testo parla di Sophia);
anche i baci sulla bocca di cui s' molto parlato non
vanno interpretati in senso erotico. Resta tuttavia che tra
queste due persone c'era un rapporto di particolare intensit
- anche affettiva.

FILORAMO: In parte ho gi risposto ricordando la natura
androgina del Dio gnostico. La questione per rimane
intrigante. Penso che ci troviamo di fronte a una tipica
situazione di amore sublimato tra un leader carismatico
affascinante ed una sua seguace particolarmente dotata
(e, perch no, bella).  una situazione che nella storia dei
movimenti religiosi cristiani si ripresenta continuamente,
nel bene e nel male. Quello che dai Padri  considerato il
primo eretico, il Simon Mago degli Atti,  accompagnato
dalla bella Elena. Ed  solo il primo di una lunga lista.
Nelle comunit spirituali il ruolo della donna  sempre importante.
Sono luoghi dove saltano i rapporti sociali della
societ circostante - nel nostro caso, quelli della societ
patriarcale e maschilista - aprendo alle donne possibilit
insperate di libert.

AUGIAS: Nel Vangelo gnostico attribuito all'apostolo Filippo
si parla di matrimonio spirituale: come interpretarlo?

FILORAMO: Ricordo che i polemisti pagani accusavano i
cristiani di incesto perch li vedevano riunirsi di notte,
fratelli e sorelle insieme; deducevano da quella segretezza
e dal fatto che fossero riunioni notturne ogni nefandezza:
in parole povere, orge sessuali. Io penso che avessero torto:
fraintendevano il senso di riunioni che erano liturgiche.
Lo stesso mi sentirei di dire per il matrimonio spirituale
degli gnostici: non erano dei seguaci dell'esoterista
Aleister Crowley, che praticava una sorta di magia sessuale
a sfondo tantrico. Il sesso, per i cristiani, non era una
via di liberazione, anzi andava rifiutato alla radice. Del
resto, erano in buona compagnia: pensi agli encratiti (dal
greco enkrateia, continenza), che condannavano le nozze
e la generazione perch, secondo loro, mentre Adamo
ed Eva prima del peccato erano vergini e vivevano beatamente,
il serpente a un certo punto aveva posseduto Eva
(non mi chieda come: tutto  possibile al Maligno), generando
Caino. Se l'uomo fosse voluto ritornare alla condizione
paradisiaca, avrebbe dovuto dunque non rinunciare
a vivere con la donna ma rinunciare a ogni rapporto
sessuale ed a ogni forma di discendenza. Si tratta di una,
diciamo, soluzione radicale al problema del male, che per
fortuna  rimasta minoritaria (altrimenti non staremmo
qui a parlarne), ma che si ripresenta altre volte nella storia
non solo cristiana.

AUGIAS: Abbiamo accennato alla resurrezione - che da
Paolo in poi  il tema centrale nel cristianesimo - vedendola
dal punto di vista della Maddalena. Uno storico come
lei che interpretazione d di quell'evento?  un mito,
una leggenda, un dogma necessario, oppure l'effettivo verificarsi
di un fatto unico nella storia dell'umanit? La mia
idea  che interpretare quella resurrezione come la rianimazione
cellulare di un cadavere sia un po' semplicistico.
Un povero corpo martirizzato torna vivo, integro, respira,
mangia, si muove. So quale pu essere la risposta teologica:
colui che risorge  il Dio, non l'uomo, l'uomo  morto
per sempre ma Dio non pu morire. Per a me piace di
pi l'interpretazione spirituale della resurrezione. L'importanza
di ci che Ges ha detto e fatto per chi l'ha conosciuto
o per chi ne ha ascoltato l'insegnamento  di tale
grandezza che chi crede in lui avr per sempre il conforto
della sua presenza e delle sue parole: nel momento in
cui avr bisogno del suo aiuto, egli sar l - in questo senso
risorto per sempre.

FILORAMO: Mi permetta di dirle, caro Augias, che lei 
un perfetto gnostico. Cos rispondevano certi gnostici alla
questione che lei s' posto e ha avuto la gentilezza di
pormi. Le faccio un esempio. In uno dei testi gnostici scoperti
a Nag Hammdi, il Trattato sulla resurrezione, che un
maestro gnostico, forse lo stesso Valentino, scrive a un tale
Regino, c' un cristiano che non sa come interpretare
la resurrezione del Cristo; la chiave di lettura che si offre
 simile alla sua. Gli dice che il Signore, morendo, ha inghiottito
la morte, ha inghiottito il visibile con l'invisibile:
la dimensione umana e carnale del Cristo  cos morta
definitivamente, rimane soltanto la sua dimensione originaria,
spirituale. Il vero gnostico  colui che  in grado di
comprendere che Ges, con la sua resurrezione, non  venuto,
come credono i cristiani della Grande Chiesa, per
redimere prima di tutto la carne, ma essenzialmente, unicamente
la dimensione spirituale. Mi permetta di concludere
osservando che questo pensatore gnostico, in tal modo,
non fa che anticipare la tesi miafisita (dal greco ma
physis: una sola natura) delle cristologie del IV e V secolo
(la vera natura del Cristo  una sola, quella divina, che
inghiotte, include e trascende quella umana) che verranno
condannate al Concilio di Calcedonia del 451. Ma
qui mi arresto e torno a Giovanni.
Cosa  venuto ad annunciare l'Inviato celeste di nome
Ges? Un Vangelo in cui Dio si adora tramite spirito e
verit, niente pi culti e, forse, niente istituzioni ecclesiastiche.
Non  un caso che gi per gli antichi il Vangelo
di Giovanni fosse considerato il Vangelo spirituale, n
che fosse in auge presso gli gnostici, al punto che gli autori
ortodossi lo trascurano considerandolo pericolosamente
seducente. In pratica  stato il grande Origene, non a
caso in polemica con lo gnostico Eracleone che ne scrive
il primo commentario, ad accreditarlo come Vangelo pienamente
canonico, difendendo la concezione giovannea
della incarnazione del Logos, di cui abbiamo avuto occasione
di parlare.
...
19. FIGURANTI E COMPARSE.

Prima che la rivoluzione industriale creasse nel mondo la consistente
classe intermedia che ha preso nome di borghesia, la nozione
di popolo era molto diversa dall 'attuale e con significati e dimensioni
diverse secondo i vari territori. Nelle societ primitive il popolo era
essenzialmente una massa incolta appena distinguibile dall'infima
plebe. Condizioni che sopravvivono ancora oggi in alcune comunit
orientali segnate da una marcata impronta religiosa, dalla confusione
tra le leggi fatte dagli uomini e precetti che si dicono dettati
dalla divinit. Frange di popolazione in qualche modo analoghe
sopravvivono anche nelle societ occidentali specie dopo la grande
frattura creata dalla globalizzazione.
In Giudea, ai tempi di Ges, il popolo era formato da persone senza
uno status riconosciuto e senza diritti: contadini, piccoli artigiani,
operai, individui di povero reddito, consegnati a umili mansioni. In
una ipotetica graduatoria sociale, al di sotto degli incerti confini tra
popolo e plebe, c'era spazio solo per i miserabili, individui di nessun
reddito, mancanti di tutto che vivevano di elemosina o di piccoli furti.
Spesso  proprio a questi ultimi tra gli ultimi che Ges si rivolge.
A Roma era diverso; uno dei segni della superiorit giuridica
dell'Urbe sul resto del mondo  proprio la concezione civile delle
classi popolari e i loro diritti gi presenti nella formula res publica
letteralmente cosa del popolo che, nell'interpretazione di Cicerone
(De re publica), si configura come un vero soggetto collettivo
della vita associata: La res publica  cosa del popolo; e popolo non
 una qualsiasi unione di uomini messi insieme come un gregge,
bens una moltitudine stretta in un sentimento comune delle leggi
e della generale utilit. Inizialmente il rapporto fra res publica e
populus aveva un significato soprattutto patrimoniale, centrato
sull'organizzazione legale della propriet, a partire dalla terra, bene
primario in una societ prevalentemente agricola. Poi il concetto
evolse, res publica divent un'entit autonoma dotata di una propria
personalit giuridica con una fisionomia vicina a quell'entit
astratta che in epoca moderna ha preso il nome di Stato.
Negli anni di cui raccontiamo, il popolo di Giudea non conosceva
le raffinate speculazioni giuridiche, potremmo quasi dire costituzionali,
che a Roma erano state elaborate. La suddivisione in classi era
rudimentale, basata sul censo e sul ruolo. Chi era privo di reddito e di
una posizione di prestigio ricadeva nell'umile condizione della maggior
parte della popolazione, caratterizzata oltre che da un reddito
modestissimo, da un diffuso analfabetismo e da una coesione assicurata
soprattutto dalla comune fede in un solo Dio, dalle Scritture
lette e commentate dai sacerdoti, dalle feste tradizionali legate alle
numerose traversie della storia comune o a qualche lieta e liberatoria
ricorrenza, oltre che da un forte spirito religioso che sfociava
spesso - comprensibilmente, date le condizioni - in manifestazioni
superstiziose.
Un ulteriore elemento di coesione era il rifiuto - in alcuni casi
l'odio - verso gli occupanti romani; sentimenti di ostilit variamente
graduati che andavano dai tentativi di rivolta armata con azioni
di stampo partigiano - o terroristico, secondo i punti di vista - fino
all'incerta e sospettosa convivenza tra quel popolo e quei soldati
che riguardava soprattutto coloro che, per ragioni del loro ufficio,
dovevano di necessit avere rapporti con gli occupanti.
Dal punto di vista sociale si contavano i maggiorenti, di cui faceva
parte l'alto clero del Tempio e gli artigiani pi ricchi, embrione
di una borghesia di l da venire. Al di sotto c'era soprattutto la
plebe indicata in genere col termine di popolo ma ben lontana dalla
concezione di popolo vigente a Roma dove il popolo era addirittura
gemellato all'organismo legislativo nella celebre formula che abbiamo
ricordato Senatus populusque.
Nei Vangeli questo popolo gioca un suo ruolo,  anch'esso un
personaggio, anche se collettivo; il popolo di Giudea e di Galilea si
muove, vocifera, reagisce connotandosi spesso pi come folla che come
un vero popolo e di questo s' parlato in un precedente capitolo.
In alcune azioni per, da questa massa indistinta emergono figure
o figurine che in qualche modo partecipano ai fatti o addirittura li
provocano anche se con azioni ridotte a poche parole o addirittura
a un solo gesto. Nella loro presenza, fugace che sia, c' sempre una
giustificazione narrativa che imprime al quadro una nota aggiuntiva
di significato. Per alcune di queste figure o figurine che si potrebbero
chiamare cinematograficamente comparse o figuranti,
 possibile tracciare un piccolo ritratto che dia loro un connotato
preciso all'interno della grande storia di cui fanno parte. Nelle ore
della Passione, troviamo per esempio il Cireneo che si offre di portare
- o viene costretto a portare - il braccio traverso della croce,
il patibulum, durante la penosa salita al Calvario. Il palo verticale
era gi piantato nel terreno nel luogo previsto per l'esecuzione. Si
pu citare Veronica, la pia donna che deterge il volto di Ges rigato
di sangue e di sudore; o Giuseppe d'Arimatea che si occupa della
sua sepoltura; o il centurione Longino che d a Ges agonizzante il
famoso colpo di lancia; o il tristemente famoso Barabba - una personalit
molto pi complessa rispetto a quella tramandata dalla
tradizione popolare - la cui libert viene scambiata con la morte di
Ges; o i due ladroni che sul Calvario condividono la tortura mortale
della crocifissione.
Nel luttuoso presepio della Passione, tutti questi figuranti entrano
nella narrazione per svolgere il loro compito, coprire il ruolo per
il quale sono stati disegnati, rafforzare il valore narrativo dei fatti,
farsi testimoni di un prodigio.

AUGIAS: La vita di Ges  popolata da una serie di piccole
figure con una ridotta, o minima, funzione narrativa.
Nonostante questo, le loro parole, o i loro gesti, risultano
a volte determinanti.

FILORAMO: Questa folla di singoli individui o di piccoli
gruppi  per sua natura cangiante e non compare solo nella
Passione. Cominciamo dall'inizio: i primi anonimi personaggi
che entrano nella storia sono i pastori. Nel racconto
che fa Luca dell'annunciazione e del parto di Maria
acquistano addirittura un ruolo protagonista, la cui importanza
 stata in sguito fissata con l'invenzione del presepe.
 un gruppo singolare di personaggi secondari, tipici
di quel mondo. Non bisogna dimenticare che - com' stato
ricordato - l'intera storia si svolge in un'economia,
potrei dire in un universo, agro-pastorale popolato di contadini
e per l'appunto pastori o mandriani. Giovani uomini
che dormivano all'addiaccio o sotto un fragile riparo - data
anche la prevalente clemenza del tempo. E proprio all'addiaccio,
di notte, li sorprende l'annuncio quando vengono
svegliati dagli angeli. Poi ci sono tanti protagonisti secondari
che normalmente rubrichiamo nella schiera dei guariti,
dalla lettura dei testi emerge questa folla composita:
una vedova, un centurione, i lebbrosi.

AUGIAS: Ho citato personaggi per lo pi legati ai momenti
finali della vita terrena di Ges perch sono quelli di cui
si parla con pi frequenza e che pi colpiscono l'immaginazione.
Ma se vogliamo cominciare dai primi momenti
della sua vita, vediamo quali altri personaggi sono presenti:
il padre (forse solo adottivo), la madre, una coppia di
mansueti animali e poi i famosi re magi. Ecco una presenza
inaspettata. Chi erano questi misteriosi sovrani orientali?
Da dove venivano? Che funzione hanno nella narrazione?

FILORAMO: Si tratta di figure leggendarie. I magi appartenevano
a una categoria di sapienti che la cultura ellenistico-romana
collocava nella Persia. Potrebbe trattarsi di
sacerdoti dello zoroastrismo dediti allo studio delle stelle
tenendo comunque presente che il termine magos poteva
riferirsi ad mbiti diversi. Non sono per dei maghi: la
magia in quanto tale, peraltro diffusissima, era formalmente
condannata dalle Scritture (anche se poi praticata pi
o meno di nascosto), dunque, nel racconto di Matteo non
si poteva attribuire un ruolo, per quanto da comprimari,
a tre stregoni. Questi magi sono piuttosto dei sapienti: i
tipici portatori di una sapienza primordiale, in questo caso
fondata sulla loro conoscenza dell'arte della divinazione,
che giustifica il loro lungo viaggio dietro la stella. Una
cometa? Chi lo sa. Non si contano i tentativi degli astronomi
di trovare un riscontro effettivo a questo episodio
del Vangelo.

AUGIAS: Provo a riassumere l'episodio parafrasando fedelmente
il testo di Matteo per cercare di capire meglio di
che cosa stiamo parlando e quale funzione il racconto abbia
nel contesto dei Vangeli. Ges potrebbe essere nato
a Betlemme, poco lontana da Gerusalemme, al tempo di
re Erode. Alcuni magi - nessuno parla di re - arrivano da
Oriente (Persia) a Gerusalemme e cominciano a chiedere
dove si trovi il re dei Giudei. Per una non fortita coincidenza
il titolo che s'accompagna alla nascita di Ges  lo
stesso che comparir sulla croce al momento della sua morte:
Rex Iudaeorum. Questi astrologi precisano d'aver visto
sorgere la sua stella e di averne seguito il cammino per
adorarlo. Erode viene informato che certi stranieri s'aggirano
facendo domande su un certo re e s'inquieta. Il testo
non a caso aggiunge: Con lui tutta Gerusalemme.
Per cercare di capire meglio la situazione, Erode, che qui
fa un po' la figura del sempliciotto, raduna un consiglio di
sommi sacerdoti e di scribi del popolo per informarsi del
luogo in cui il Messia sarebbe dovuto nascere. A Betlemme
di Giudea, rispondono quelli, perch cos ha scritto il
profeta. Si riferiscono a Michea che nella Bibbia ebraica
aveva anticipato: E tu, Betlemme di Efrata, cos piccola
per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscir per me colui
che deve essere il dominatore in Israele. A questo punto
Erode fa convocare i magi a palazzo e li invita ad andare
a Betlemme affidandogli un compito: Andate ed informatevi
accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato,
fatemelo sapere, perch anch'io venga ad adorarlo.
Quelli s'inchinano e partono sempre guidati da una stella
che li precede fino a quando non si ferma sopra il luogo
nel quale si trova il bambino. Pieni di gioia entrano in casa
(cos il testo evangelico), vedono il bambino che sta accanto
a sua madre, per prima cosa si prostrano per adorarlo,
poi aprono i loro scrigni e offrono i famosi doni: oro,
incenso, mirra.
L'episodio non finisce qui. I magi si mettono a dormire e
durante il sonno hanno la visione di un angelo che li mette
in guardia: non tornate da Erode, gli dice. Tornate invece
a casa vostra per facendo un'altra strada. Capito il
tranello, i magi s'alzano e partono scomparendo dalla storia.
Pi o meno nello stesso momento un altro angelo, a
meno che non sia lo stesso, appare in sogno a Giuseppe
e lo avverte del pericolo: Alzati, prendi con te il bambino
e sua madre e fuggi in Egitto, resta l finch non ti
avvertir, perch Erode sta cercando il bambino per ucciderlo.
Giuseppe, destatosi, esegue prontamente l'ordine
dell'angelo e fugge in Egitto - anche se in realt si sarebbe
fermato dalle parti di Gaza.
Il racconto in s  bellissimo. Se mettiamo da parte gli angeli
in funzione di messaggeri, sempre legati a questo tipo
di leggende, il plot s'avvicina ad un romanzo o film di cappa
e spada: re sospettosi e crudeli, tranelli, agguati, ingenuit
e astuzie, fughe provvidenziali, numerose incongruenze
dissimulate dalla concitazione degli eventi.
Rispetto per alla vita e alla missione che aspetta quel bambino,
l'episodio a che serve?

FILORAMO: In realt, Matteo ha intrecciato due storie diverse:
narrativamente, come lei sottolinea, ne risulta un
racconto avvincente. Quella relativa ai magi  una tipica
storia di riconoscimento. La seconda, quella relativa ad Erode
il Grande, serve indirettamente a Matteo per anticipare,
grazie al racconto dell'infanzia, l'elezione messianica
di Ges. Mentre, infatti, in Marco, essa inizia col battesimo,
ad opera del Battista, di un Ges gi adulto e prosegue
fino al riconoscimento da parte dei discepoli dopo varie
contrastanti vicende, in Matteo la situazione  chiara fin
dall'inizio: Ges  il Messia promesso. La si pu paragonare
a un'altra bellissima storia di nascita di eroi:
quella di Mos. Come Mos, il futuro liberatore degli Ebrei
dalla schiavit in Egitto, era scampato miracolosamente
all'ordine del faraone di uccidere tutti i figli maschi, cos
Ges sfugge miracolosamente alle ire di Erode; come Mos
si sottrarr alla persecuzione del faraone fuggendo dall'Egitto
col suo popolo, cos il nuovo Mos fuggir in Egitto
con i suoi genitori per sottrarsi alla persecuzione di Erode,
persecuzione del resto plausibile: Ges, lo si  accennato,
sarebbe in realt nato poco prima che Erode morisse
nel 4 a.C. Come abbiamo visto, gli ultimi anni del suo
regno furono terribili. Narrativamente, la storia dei magi
si intreccia con quella di Erode anche per giustificare l'episodio
successivo della fuga in Egitto. Quanto ai magi,
essi contribuiscono al riconoscimento messianico di Ges
come re dei Giudei, cosa che turba, ovviamente, Erode e
tutta Gerusalemme, a sottolineare fin dall'inizio l'incapacit
degli Ebrei di riconoscere Ges come Messia.

AUGIAS: Tutto molto ben sviluppato e spiegato. Ma perch
i magi? e chi sono?

FILORAMO: Gi Erodoto nelle sue Storie ne parla come di
una casta sacerdotale esistente tra i Medi del VI secolo,
famosi come interpreti di sogni e astrologi; pi tardi vennero
identificati anche come portatori di dottrine segrete
e di magia; nel Libro di Daniele (II secolo a.C.) appaiono
come interpreti di sogni e visioni. Dunque, nella mentalit
giudaica del tempo erano pienamente accreditati a leggere
i segni del cielo e a farsi guidare da una stella. A ci
si aggiunge un elemento tipico di Matteo, incline a cercare
nelle Scritture prove anticipatorie dell'azione di Ges
e della sua natura divina; in questo caso, egli cerca di legittimare
la sua messianicit trovando segni premonitori
nell'Antico Testamento (all'epoca, per i seguaci di Cristo,
l'unico scritto rivelato). Il precedente  costituito dalla storia
di Balaam contenuta in Numeri. Questi  un uomo dai
poteri magici che proveniva anche lui dall'Oriente misterioso
e che aveva predetto che sarebbe sorta una stella da
Giacobbe, cio Davide; avendo Matteo nel capitolo precedente,
con la sua genealogia davidica di Giuseppe,
dimostrato che Ges risaliva a Davide, i magi venivano a
confermare la profezia di Balaam. Il testo non dice esplicitamente
che siano tre, lo si ricava dal fatto che offrono
al bambino tre doni.

AUGIAS: Lasciamo rientrare in patria questi strani re o magi
che siano, e passiamo agli altri numerosi personaggi che
per essere minori non sono per questo meno significativi.
Poich parliamo di testi che non si segnalano certo per concessioni
al colore, la fitta e multiforme presenza di questi
comprimari  sempre legata alla loro funzione nel racconto:
per lo pi si tratta di dare risalto all'intenso rapporto
che Ges stabilisce con gli umili. Lei ha citato i lebbrosi
guariti, se per parliamo dei miracoli - che sono violazioni
delle leggi di natura - attribuiti a Ges, bisogna forse
cominciare con l'episodio pi rilevante, vale a dire la resurrezione
di un morto.

FILORAMO: Fra i tanti minori di cui si parlava, il Lazzaro
di Giovanni  un personaggio veramente straordinario.
Evidentemente  muto, non solo perch  morto: anche
quando esce dal sepolcro il suo viso  avvolto da bende ed
egli non pronuncia una parola di stupore o di ringraziamento.
Eppure, parla pi di tanti altri, perch  Ges a
parlare attraverso di lui, il Ges di gloria che si appresta,
come lui, a morire per risorgere. La scena  costruita in
modo sapientemente drammatico. Betania  un villaggio
vicino a Gerusalemme; l avevano la loro casa i tre fratelli:
Lazzaro, Maria e Marta, dove, secondo i sinottici, il Maestro
era solito fermarsi. Quando il fratello si ammala gravemente
le sorelle, che conoscono il suo potere di guaritore,
mandano a dirgli che Lazzaro, colui che egli amava, 
in pericolo di vita. La risposta del Ges di Giovanni, che
lascerebbe di sasso un comune mortale,  tipica dell'Inviato
celeste. A lui non serve un Lazzaro malato, ma un
Lazzaro morto. Perch? La risposta sta nello svolgimento
di questo breve dramma. Si pu supporre che egli sia
morto immediatamente dopo che le due sorelle avevano
inviato il messaggio, che impiega un giorno per arrivare a
Ges, il quale aspetta ancora due giorni prima di muoversi.
Di qui il lasso di quattro giorni prima che egli si decida
a intervenire. Nel frattempo, il cadavere, deposto in una
grotta chiusa da una pietra per tenere lontani cacciatori di
tombe ed animali rapaci, situata fuori del villaggio per evitare
ogni contaminazione, aveva inevitabilmente cominciato
il processo di decomposizione. In un clima caldo, il
seppellimento aveva luogo possibilmente nel giorno stesso
della morte. La situazione climatica spiega anche il ricorso
a oli e aromi, dal momento che non c'era una vera
imbalsamazione come in Egitto.
Quando Ges arriva a Betania, Marta si precipita verso
di lui, parlandogli in tono di rimprovero: se fosse venuto
subito, Lazzaro non sarebbe morto. Ges le dice che Lazzaro
risusciter. Marta fraintende, pensando alla risurrezione
dell'ultimo giorno. Ges allora le dice: Io sono la
risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore,
vivr. Frase di straordinaria potenza, in cui prorompe tutto
il genio dell'evangelista, che riesce a fissare in questo
modo icastico la sua concezione dell'Inviato. Tutti i miracoli
di Ges sono segni della sua vera natura ma nessuno
come il ridare la vita ne dimostra la potenza. Ma vi 
di pi. Ridando la vita a Lazzaro, Ges fa vedere chi egli
 veramente: chi crede in lui non solo risorger ma avr la
vita eterna. Ancora una volta, al centro della drammatica
scena c' la sua autorivelazione.

AUGIAS: Uno dei personaggi che incontriamo quando Ges
s'avvia verso il patibolo  Simone di Cirene, del quale conosciamo
alcuni dettagli, per interviene nell'azione in
modo contraddittorio. Per tre Vangeli su quattro sono i
soldati romani che brutalmente lo incaricano di portare la
croce dato che il condannato, sfinito dalle torture, non potrebbe
farlo; secondo Giovanni invece  Ges che carica
sulle spalle il patibulum, braccio orizzontale della croce il
cui peso viene stimato sui 40 chilogrammi. Questa discordanza
tra i testi viene spiegata o come una lacuna cronistica
nel senso che chi ha scritto il testo di Giovanni ignorava
l'episodio, o con un significato teologico. La sua opinione
qual ?

FILORAMO: Quello di cireneo - povero cireneo! -  un
termine che ha avuto una sua fortuna, ancora oggi viene
usato per indicare qualcuno che si carica o viene caricato
di problemi e pene altrui. Si  discusso se Simone di Cirene
- che, ribadiamolo, Giovanni non cita - sia o meno un
personaggio storico. Alcuni dettagli sembrerebbero confermarlo.
Evidentemente  nato a Cirene, che era la capitale
del distretto nordafricano della Cirenaica, in Libia.
Sappiamo che Tolomeo I (intorno al 300 a.C), per rinsaldare
il suo dominio sulle citt della Libia, vi aveva installato
delle comunit giudaiche; Cirene infatti aveva anche
una sinagoga. A Gerusalemme, poi, vi era una sinagoga cirenaica:
ci vuol dire che vi era una presenza di ebrei provenienti
da Cirene. Marco riporta anche il nome dei due
figli, Alessandro e Rufo: c' chi ha pensato che Simone
sia rimasto colpito dalla crocifissione ed abbia creduto in
Ges, questo spiegherebbe il conservare i nomi dei figli,
un dettaglio altrimenti inspiegabile.
Sappiamo che quest'uomo era un contadino che stava tornando
dai campi, all'oscuro di quanto stava accadendo.
 strano: a Gerusalemme c'era la festa, la Pasqua,
nonch un processo-condanna che doveva aver attirato l'attenzione
di tutti. Per spiegare questo punto, si pu ipotizzare
che Simone avesse svolto un lavoro permesso dalla
legge: ma entriamo cos nel campo delle ipotesi, che 
pressoch infinito. I soldati romani prendono questo contadino
che doveva avere un fisico robusto anche se era sicuramente
stanco dal lavoro e gli ingiungono, avvalendosi
del loro diritto di occupanti, di portare il pezzo della croce
che il condannato, con le mani legate, trascinava faticosamente
sulle spalle. Ges aveva subto delle sevizie, il
cammino era arduo, un sentiero pietroso in salita. Lei indica
il peso del patibulum in circa 40 chilogrammi, un carico
pesante anche per un uomo in buone condizioni. Si
pu pensare che abbiano deciso di coinvolgere il primo che
passava perch altrimenti Ges sarebbe arrivato morto, e
il supplizio avrebbe perso la parte pi spettacolare: crocifiggere
un morto non rientrava nelle abitudini dei Romani.
Nel mondo antico il supplizio era infatti uno spettacolo
pubblico a cui partecipava la folla, doveva servire a irretirla,
ammonirla, convincerla.

AUGIAS: Se  per questo lo  rimasto anche in epoca moderna,
penso ai tanti che passavano le giornate sotto la
ghigliottina per veder cadere le teste nel cesto, credo che
se venisse annunciata per domani mattina un'esecuzione
in piazza Duomo o in piazza del Popolo - come avveniva
sotto i papi - si radunerebbe la stessa folla.

FILORAMO: Con in pi le foto fatte con il telefonino!
Insomma, la prima ragione della presenza di Simone  pratica.
 possibile che l'episodio abbia una sua storicit per
i motivi che ho ricordato. Comunque, dal punto di vista
teologico di Marco, serve a colmare una lacuna: l'assenza
dei discepoli pi fedeli. Per questo gi nell'antichit, forzando
il testo, alcuni hanno immaginato che Simone si fosse
poi convertito. C' anche chi ha riletto la scena in modo
tutto diverso, come gli gnostici. Ireneo di Lione attribuisce
allo gnostico Basilide, vissuto nella prima met del
II secolo, la convinzione che il povero Simone di Cirene
venisse crocifisso al suo posto! Non solo si deve sobbarcare
il peso della croce fino in cima al Calvario, ma poi deve
anche essere crocifisso mentre l'Inviato celeste se la ride
bellamente: non del povero Simone, ma dei soldati romani
e in genere del potere romano, simbolo degli arconti
malvagi che governano il mondo.

AUGIAS: Ges affronta la penosa salita del Calvario perch
la massima autorit romana, il procuratore Ponzio Pilato,
lo ha condannato a morte. Prima che la sentenza venga
emessa per, il procuratore offre alla folla che s' radunata
davanti al suo loggiato un'alternativa. Se stiamo al racconto
evangelico, il procuratore disponeva di un altro prigioniero
oltre a Ges, un delinquente diventato famoso:
Barabba. Dicono i testi che al tempo esisteva la tradizione
di concedere una grazia in occasione della Pasqua. Pilato
offre dunque alla folla un'alternativa: graziare uno dei
due, Ges o Barabba. La risposta della folla  nota e ricordo
che - come abbiamo visto - questa folla  la pi
importante dell'intera narrazione evangelica, vero soggetto
attivo dell'azione.
L'episodio si offre a varie domande che interessano lo storico
ma anche l'essenza del racconto. Esisteva davvero la
tradizione della grazia pasquale che consentiva di liberare
un prigioniero? Chi era Barabba? In genere viene presentato
come un ladro od un assassino, era veramente un semplice
bandito o le sue azioni erano motivate politicamente?
 verosimile che il procuratore di Roma, quel procuratore
potrei dire, s'affacci al balcone e chieda ad una folla
vociferante quale dovr essere la sua scelta? Come dovr
orientare il suo giudizio? Il rappresentante dell'imperatore
padrone del mondo si sarebbe mai abbassato a chiedere
a un gruppo di Giudei un parere sulla sentenza che
dovr emettere?

FILORAMO: Partiamo da una prima considerazione. I quattro
Vangeli, discordi su molte cose, concordano per sul
fatto che in occasione della Pasqua c'era l'abitudine di rilasciare
un prigioniero scelto dalla folla. Alcuni resoconti
l'attribuiscono a una concessione introdotta da Pilato, altri
a un'usanza giudaica che Pilato aveva deciso di rispettare.
Secondo punto: i Romani avevano un prigioniero di nome
Barabba (che abbiamo gi incontrato), non specificando
se fosse gi stato giudicato e condannato. Chi era? I Vangeli
qui sono discordi. Per Giovanni era un lestes, un volgare
ladro, uno dei tanti banditi che, come racconta Giuseppe
Flavio, infestavano la Palestina. Marco e Matteo
non lo descrivono cos, per parlano di lestai a proposito
dei due malfattori crocifissi insieme a Ges. Barabba 
invece chiaramente collegato con una situazione politico-religiosa:
vi era stata una stasis a Gerusalemme, un termine
tecnico del vocabolario politico greco a indicare una situazione
di disordine che mina l'ordine del corpo civico.
In questo caso, rimanda al fatto che vi era stata un'insurrezione,
qualcosa di pericoloso che aveva provocato l'intervento
romano. Non qualcosa di grave ma nemmeno una
semplice scaramuccia poich sia Marco sia Luca parlano
di uccisioni. L'ipotesi pi probabile  che, come succedeva
di tempo in tempo in occasione delle grandi feste che
radunavano a Gerusalemme decine di migliaia di pellegrini,
i gruppi che avevano mire politico-religiose di ribellione
ai Romani come gli zeloti ne avessero approfittato per
creare dei tafferugli insurrezionali.
Matteo aggiunge un particolare interessante: Barabba era
famoso. Il fatto che il suo nome sia stato conservato
nella tradizione evangelica a differenza di quello dei due
malfattori crocifissi con Ges sembrerebbe confermarlo.

AUGIAS: Insomma, stiamo precisando i contorni di una figura
che - stando a quanto lei dice - sarebbe realmente
esistita.

FILORAMO: Apro una parentesi per chiarire come, a partire
dai dati che ho ricordato, si possano costruire ipotesi
e teorie che in certi critici sono sconfinate in una capacit
immaginativa degna di un romanziere, prive per di
reali basi storiche. Vi  una tradizione testuale del passo
di Matteo dove si legge che Barabba (ricordo: solo un patronimico)
aveva come nome proprio Ges, molto comune
all'epoca. Accettando questa lezione, vi  chi ha immaginato
che il povero Pilato, gi confuso per suo conto, si
sia trovato di fronte a due prigionieri con lo stesso nome:
come scegliere? Sbagliandosi - del resto, non  che fino
ad allora il suo governo fosse stato esemplare - al posto
del Ges giusto, acconsente, sotto la pressione della folla,
a liberare Ges Barabba il malfattore. Quando si accorge
di essersi sbagliato, la frittata ormai  fatta e non pu pi
tornare indietro. Altri interpreti sono ancora pi fantasiosi.
Ci sarebbe stato un solo Barabba (ricordo: vuol dire il
figlio del Padre) cio Ges, diciamo la sua personalit religiosa.
Ma Ges era anche accusato, lo abbiamo visto, di
pretendere di essere il re dei Giudei. Pilato lascia perdere
il primo aspetto e condanna Ges per il secondo ruolo.
Peccato che i testi non confortino una tale interpretazione,
degna di un moderno amante dei Doppelgnger, i
personaggi doppi.

AUGIAS: Torniamo al nostro personaggio storico, Barabba:
chi lo condanna? Tutti e quattro gli evangelisti fanno entrare
in scena il popolo, le sembra verosimile?

FILORAMO: La cosa non deve sorprendere stando agli usi
sia greco-romani sia ebraici. Secondo un passo di Numeri,
un omicida non pu essere messo a morte prima d'essere
giudicato in presenza della comunit. Qui per l'unanimit
termina. Per Luca e Giovanni, i sommi sacerdoti
questa volta sono col popolo: essi gridano all'unisono la
loro scelta, senza che vi sia bisogno, come in altre scene
del processo, che sobillino la folla. Diversa la situazione
in Marco e Matteo, che attribuiscono all'inizio alla folla
un'ostilit minore nei confronti di Ges che solo dopo essere
stata sobillata dai sommi sacerdoti si pronuncer in
favore di Barabba.
Nonostante le discordanze, emerge chiaramente dal racconto
dei quattro Vangeli il ruolo della folla dei Giudei,
sobillata o meno dai sacerdoti. Il quadro di fondo  chiaro:
Pilato propenderebbe per l'innocenza di Ges, in un
caso stimolato anche dal sogno della moglie; ma alla fine
deve arrendersi all'ostilit della folla che  venuta a richiedere
ci che le spetta secondo un costume che lui stesso
ha stabilito o che, avendo trovato, ha confermato.
Nessun Vangelo spiega perch la folla vorrebbe Barabba, che
 comunque un malfattore o un ribelle politico, insomma
un assassino: Ges non ha ucciso nessuno, anzi. N, fatto
ancora pi rivelatore, alcuna voce si leva a difesa di Ges:
cosa strana, dal momento che poco prima, al suo ingresso
a Gerusalemme, era stato accolto trionfalmente. Improvviso
cambio di umore della folla?  possibile, come abbiamo
visto in un capitolo precedente; ma soprattutto esito
di una scelta narrativa e teologica degli evangelisti, che dei
Giudei fanno un protagonista negativo, peggiore di Pilato,
nella condanna di Ges.

AUGIAS: Rimane l'ultima questione, fondamentale. Possibile
che un orgoglioso procuratore romano si lasci dettare
la sentenza dalle urla d'una folla che doveva profondamente
disprezzare?

FILORAMO: Non  pensabile che un procuratore romano
rilasci un ribelle accusato di omicidio in occasione di una
festa importante come la Pasqua davanti a una folla che
lo acclama, e che dunque sarebbe pronta a seguirlo se riprendesse
la rivolta. Cosa ne avrebbero pensato a Roma?
Siamo dunque costretti a concludere che nel complesso si
tratta di un plot narrativo costruito ad arte dagli evangelisti,
che per non  scritto per divertire o far piangere il
lettore, come nei romanzi ellenistici, ma per raccontare la
verit - la loro, naturalmente. Questa verit attraverser
i secoli, ormai la conosciamo: i responsabili della morte
del Cristo sono i Giudei, che hanno preferito un brigante
assassino al vero Messia.

AUGIAS: Altri due malfattori, di natura molto diversa da
quella di Barabba e di minore statura, due piccoli lestofanti,
compaiono sulla scena stessa dell'esecuzione. Sono
i due ladroni crocifissi accanto a Ges, a me pare con una
studiata attenzione anche alla simmetria dell'immagine.

FILORAMO: La condanna a morte per crocifissione era diventata,
in epoca ellenistica, una pratica diffusa. I Romani
sembra che l'abbiano appresa dai Cartaginesi, non
a caso ritenuti un popolo crudele (ma i Romani in questo
hanno superato i maestri). La crocifissione era un supplizio
che i Romani usavano spessissimo, non di rado su dimensione
di massa, per punire rivoltosi e dare un segnale
forte alle popolazioni ribelli: un modo violento e crudele
di difendere l'Impero e la colonizzazione. Ci poteva voler
dire centinaia di croci una accanto all'altra: questo doveva
essere stato lo spettacolo offerto da Nerone a quelli
che erano stati condannati per l'incendio di Roma del
64 d.C. Per venire a un caso pi vicino al nostro discorso,
Giuseppe Flavio riferisce che nel 4 a.C. (l'anno della
morte di Erode il Grande) il governatore della Siria aveva
fatto crocifiggere duemila giudei. Sappiamo da fonti latine
che i modi potevano essere diversi: il fatto che nella
tradizione cristiana Pietro sarebbe stato crocifisso a testa
in gi rimanda ad un modo effettivamente praticato. A cadere
vittime di questa forma terribile di morte non erano
solo ribelli politici ma schiavi e spesso gente umile: non a
caso, si trattava di una morte talmente infamante che le
fonti romane tendono a parlarne poco (del resto, in ogni
periodo della storia - basti pensare alla guerra d'Algeria
o, pi vicino a noi, a Guantnamo - quelli che praticano
la tortura non amano che si divulghino i dettagli). Ricordo
questo aspetto soltanto per sottolineare che la condanna
assimila Ges a uno schiavo della peggior specie. Non
a caso, la Lettera ai Filippesi di Paolo, riprendendo l'immagine
del servo sofferente di Isaia, assimiler l'incarnazione
all'assunzione da parte di Ges d'una figura da schiavo.
Per converso, i polemisti pagani del II e III secolo dimostrano
il loro disprezzo per un presunto Messia che finisce
in un modo cos ignominioso.
Per quanto riguarda i due ladroni posti ai lati di Ges,
bisogna notare che anche nel mondo antico era diffuso il
simbolismo per cui la destra  il lato positivo, la sinistra
quello negativo. Ci si  chiesti pi volte chi mai potesse essere
questo buon ladrone e cosa mai potesse aver compiuto.
Essendo la crocifissione una pena umiliante e terribile,
la condanna a quel supplizio necessitava di un crimine
serio, come nel caso di Ges, che dal punto di vista romano
era diventato un pericolo per la sicurezza dello Stato.
Cos'aveva fatto di cos grave quell'uomo che tuttavia ci
viene presentato come buono? Il dato teologico dev'essere
molto forte, al di l di ogni verosimiglianza criminale.
L'evangelista ha voluto rappresentare la misericordia divina,
la grazia che pu raggiungere tutti. Nella ricostruzione
 il buon ladrone che compie l'atto di fede, non  Ges
che compie di sua iniziativa un atto di misericordia. Perch
 buono il ladrone? Pur nella sua situazione terribile,
riconosce Ges in quanto figlio di Dio. La scena con ogni
evidenza va letta alla luce della teologia.

AUGIAS: Nei pressi della croce compare un'altra figura alla
quale viene affidato un gesto decisivo: il centurione Longino
che assesta un colpo di lancia al costato di Ges. Su
quel colpo esistono due interpretazioni: che si sia trattato
del colpo di grazia che si dava al condannato per stabilirne
definitivamente la morte o che fosse invece un colpo
per provocarla, la morte, ponendo cos fine alle sofferenze
di una penosa agonia. Ma vale davvero una spiegazione
d'ordine pratico, o dobbiamo pensare ad altro?

FILORAMO: Ricostruiamo un momento la scena narrata in
questi termini solo da Giovanni. La Pasqua  ormai imminente;
ci sono diversi motivi per deporre i cadaveri dei
crocifissi, a cominciare dal fatto che al tramonto comincer
il riposo sabbatico. L'autorit romana acconsente. Prima,
per, secondo consuetudine, i soldati spezzano i femori ai
due ladroni. Se mai fossero stati vivi, a questo punto sarebbero
morti soffocati perch non avrebbero potuto pi
respirare. Arrivati a Ges, vedono che  gi morto; nonostante
ci, uno dei soldati compie il gesto da lei ricordato.
Perch, se Ges era gi morto? Non essendovi spiegazione
negli usi del tempo, non ci rimane che pensare a
una spiegazione teologica. Il fatto  che dal corpo di Ges
morto, precisa Giovanni, usc sangue ed acqua: il corpo
del morto emette elementi vitali. Come non pensare che
la vita in lui non  scomparsa, che egli in realt si appresta
a risorgere? In ogni caso cos il gesto  stato interpretato
dalla tradizione. Il nome del soldato - non si parla di
centurione - non compare. Comparir soltanto molto dopo
in un apocrifo, gli Atti di Pilato, in cui una tardiva
redazione identifica questo Longino con il centurione, che
poco prima, di fronte alla morte di Ges, aveva pronunciato
una fondamentale confessione di fede, riconoscendo
in lui il Figlio di Dio.

AUGIAS: Rimane il fatto che l'azione di questo legionario
innominato rappresenta un vero e proprio coup de thtre: i
suoi commilitoni hanno constatato che Ges  morto, perch
infierire su un cadavere?

FILORAMO: L'azione ha qualcosa di illogico, ma anche di
umano: il soldato  abituato quasi meccanicamente ad agire
cos, e, quasi volesse mantenersi in allenamento, anche
col cadavere di Ges esegue l'azione: non si sa mai, in fondo
Ges era un taumaturgo pericoloso, si vociferava che
avesse fatto risorgere dei morti, poteva avere sette vite,
era necessario essere sicuri. Come per tanti altri episodi
che abbiamo preso in esame, anche questo gesto inutile ha
conosciuto nell'arte e nella tradizione una fortuna immensa.
Il soldato  stato promosso a centurione, gli si  trovato
un nome (facile: lancia in greco si dice logche, da cui
Longino), il povero soldatino ha iniziato una carriera leggendaria
che lo far diventare santo. La sua lancia sar ritrovata
dalla bigotta madre di Costantino, Elena (una ex
prostituta). Sar trasformata in una potente reliquia e portata
a Costantinopoli ad arricchire la sua collezione. Come
se non bastasse, questa leggenda entrer a far parte del ciclo
del Graal. Per un gesto in fondo inutile non  un piccolo
riconoscimento: potenza del Vangelo!

AUGIAS: In queste ultime ore cos affollate di personaggi
piccoli ma molto coloriti, ne incontriamo un altro di
rilievo: Giuseppe d'Arimatea, un benestante che fa un
gesto clamoroso, va da Pilato e chiede che sia violata la
convenzione per la quale i giustiziati dovevano restare appesi
per qualche giorno al patibolo a mnito dei passanti.
Possiamo immaginare lo spettacolo di questi cadaveri
sulla cima del monte progressivamente dilaniati dai rapaci
e dalle fiere. Giuseppe chiede che a Ges venga risparmiato
questo estremo oltraggio anche perch siamo alla
vigilia di Pasqua. Prega che il corpo sia staccato dal legno
in modo da potergli dare sepoltura prima che l'inizio dello
shabbat lo impedisca. Giuseppe accompagnato da un
certo Nicodemo chiede questa grazia e, stranamente,
Pilato la concede.

FILORAMO: Concordo con quanto osserva. L'aspetto storico
rilevante  che nei Vangeli Giuseppe  presentato come
un membro distinto del Sinedrio;  dunque possibile che
abbia partecipato alla riunione in cui Ges  stato condannato.
Per egli  un pio ebreo e una legge del Deuteronomio
prescriveva di non lasciare il cadavere attaccato all'albero
(nel nostro caso, alla croce) durante la notte, tanto pi se
alla sera iniziava lo shabbat di Pasqua, come gi ricordato.
Dunque, egli compie un gesto di piet. Marco, che ci fornisce
il resoconto pi antico, non dice che egli fosse un seguace
di Ges, ma semplicemente che attendeva il Regno
di Dio, come ogni pio giudeo che si rispettasse.

AUGIAS: Interessante anche il fatto che questo Giuseppe
sia un fariseo. D da pensare il gesto pietoso di un membro
del Sinedrio che ha deciso a maggioranza di denunciare
Ges ai Romani, fatto per di pi da un fariseo, ovvero
dal membro di una delle sette contro cui Ges si scaglia
pi volte. Quest'uomo santo decide che a Ges sia almeno
risparmiata l'umiliazione estrema della putrefazione
appeso al legno. Chiede ed ottiene l'immediata sepoltura.
 un gesto due volte grande: per il suo valore di misericordia
e per l'aspetto procedurale.
C' un altro personaggio che fuggevolmente compare sul
quale vale la pena di gettare una piccola luce. Si tratta di
un pubblicano, cio, diremmo oggi, di un esattore delle
tasse. Il suo nome  Zaccheo; si converte a Ges dicendo,
secondo Luca: Ecco, Signore, io do la met di ci che
possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco
quattro volte tanto.

FILORAMO: L'Impero era retto su un fiscalismo rigido, sotto
quest'aspetto i Romani erano spietati. I sovrani locali
dovevano garantire un certo gettito all'erario di Roma
se volevano evitare di perdere il posto. Di conseguenza i
gabellieri o pubblicani dovevano spremere il pi possibile
i loro soggetti, diventando figure odiose. Zaccheo invece
fa eccezione per un motivo che ora preciser. Come facevano
i romanzieri dell'Ottocento, devo per fare un passo
indietro, tornare agli inizi della predicazione di Ges, anzi
al momento della scelta dei Dodici. Nell'elenco compare
un certo Matteo e, nel Vangelo intitolato a questo nome,
si precisa che al momento della chiamata Matteo riscuoteva
le imposte (in greco telones): dunque era un pubblicano
o gabelliere. Negli altri Vangeli per quest'attivit 
attribuita a Levi. Si pu facilmente immaginare quale discussione
ne sia sorta.
Una delle ipotesi  che si tratti della stessa persona: Matteo-Levi
(non era raro avere due nomi - vedi il caso di Simone
Pietro o di Saulo Paolo). A me sembra altamente improbabile,
comunque fa capire una cosa: i gabellieri potevano
essere odiosi, ma Ges era in grado di rovesciare i valori
sociali. Lo si vede chiaramente nel caso di Zaccheo, un altro
dei nostri comprimari, che per, essendo gabelliere,
finisce per recitare un ruolo importante. Teniamo presente
che i contratti per la riscossione delle tasse all'interno di
una regione venivano di solito dati in appalto a forestieri
facoltosi. L'occasione fa l'uomo ladro, recita il proverbio,
ieri come oggi. In questo caso, ieri come oggi, gli appalti
si prestavano a ogni abuso. Ma vi erano per fortuna le
eccezioni e soprattutto i possibili pentimenti. Luca narra
di questo Zaccheo, che era capo esattore delle tasse a Gerico:
una citt importante e dunque un'occasione ghiotta.
Non a caso, gli esattori delle tasse, accusati di frodare
continuamente la povera gente, erano disprezzati. Per gli
Ebrei, al disprezzo si aggiungeva il grave fatto che il necessario
rapporto con i pagani li rendeva inevitabilmente
impuri. Per questo nei Vangeli pubblicani e peccatori
vengono citati spesso come esempi di categorie indesiderate.
Di qui l'eccezionalit del caso di Zaccheo. Nei suoi
confronti Ges opera un tipico rovesciamento di valore,
analogo a quello che opera nei confronti di altre categorie
di reietti: le prostitute o i ladri che credono in lui. Poich
dimostra di credere in lui, entrer nel Regno dei cieli.
Zaccheo, a conferma della sua fede, promette che ripagher
quattro volte coloro che ha frodato: un esempio di
condono fiscale alla rovescia. Purtroppo, non imitabile.

AUGIAS: I gabellieri erano due volte odiosi: perch pagare
le tasse non  mai piaciuto a nessuno e perch faceva ancora
meno piacere doverle pagare a degli stranieri pagani
che occupavano militarmente il paese per ragioni geopolitiche;
essenzialmente per spremerne tutto il denaro possibile.
Il popolo soffriva il giogo romano, stimava questi
gabellieri alla stregua di giudei traditori che esigevano denaro
da consegnare agli occupanti. Il generico divieto di
non mescolarsi con il mondo dei goyim, dei pagani, nel caso
dei gabellieri diventava ancora pi forte - e anche pi
giustificato.
...
20. UN PROTAGONISTA MISTERIOSO: L'INVIATO CELESTE.

Il nome ufficiale  Vangelo secondo Giovanni. Ma davvero quel
testo  stato scritto da un qualche Giovanni? Verso la fine del II
secolo cominci a circolare una versione, accreditata da Ireneo
vescovo di Lione nel suo Adversus Haereses, secondo la quale:
Giovanni, il discepolo del Signore, colui che ripos sul suo petto,
ha pubblicato anch'egli un Vangelo mentre dimorava a Efeso in
Asia. Questa affermazione sembr trovare conferma in un elenco
di testi sacri risalenti agli stessi anni - ma scoperto solo nel Settecento -
noto come Canone muratoriano. Quindi, la questione
pareva chiusa: un nome, una data, un'attribuzione autorevole.
Lentamente invece le cose sono cambiate e l'iniziale certezza 
stata incrinata da numerose ipotesi alternative. Studi pi approfonditi,
consentiti da pi raffinati strumenti filologici, storici e
sociologici, hanno messo in dubbio la vecchia paternit del testo.
Un forte contributo a una probabile origine collettiva e piuttosto
tarda di questo Vangelo l'ha dato Rudolf Bultmann con argomenti
di tale solidit che da quel momento si  preferito parlare non
pi di Giovanni bens di Scuola giovannea. Non una sola testa e
una sola mano, per quanto ispirata, bens pi teste e pi mani legate
da una comune visione di Ges detto il Cristo e della sua missione
nel mondo.
Sicuramente colpisce in quel Vangelo la forte diversit d'approccio
rispetto ai fatti narrati e soprattutto alla figura di Ges descritta
negli altri tre Vangeli non a caso detti sinottici - cio visti e letti
insieme per i molti parallelismi. Secondo alcuni esegeti, nel Vangelo
detto di Giovanni (o Quarto Vangelo) non bisognerebbe nemmeno
cercare storia ma arte poich l'origine delle pagine sarebbe
puramente letteraria. In ogni caso  andata via via consolidandosi
l'ipotesi che nel primo e ancora imprecisato cristianesimo, quel
testo fosse da attribuire a una scuola particolare. La composizione
di quelle pagine avrebbe attraversato varie fasi ad opera di altrettanti
autori.
Prima di addentrarsi nel persistente, affascinante, enigma di questo
testo, vale forse la pena di tratteggiare la figura del suo supposto
autore, in base ai pochi elementi di cui disponiamo.
Giovanni detto l'Evangelista, che non va confuso con Giovanni
il Battista,  stato uno dei dodici apostoli di Ges. Sarebbe nato intorno
al 10, morto a Efeso intorno agli anni finali del 10 iniziali del
II secolo (98-110). Era figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo detto il
Maggiore con il quale, insieme a Pietro, formava il terzetto dei pi
stretti seguaci del Maestro. Di professione era stato pescatore, dunque
uomo di umili orgini, quasi certamente di scarsa cultura. Ges
aveva invitato lui e suo fratello a seguirlo avendoli visti mentre, sulla
riva del lago di Tiberiade, rammendavano le reti insieme al padre
Zebedeo. Questa umile condizione iniziale ha la sua importanza se
si pensa all'elevato livello letterario e teologico del testo. Anche vero
per che Giovanni aveva avuto una precedente esperienza religiosa
come seguace del suo omonimo Giovanni il Battista, Dunque, non
si trattava di un semplice pescatore ma di un uomo con curiosit e
vocazione spirituali.
 lui comunque a essere identificato come il discepolo pi amato
e, dei Dodici,  ancora lui il solo a essere presente, accanto a Maria,
nel momento della morte in croce del Maestro.
Basta questo a farne l'autore certo del Quarto Vangelo? Non basta,
tanto  vero che gli studiosi hanno continuato a interrogarsi
sulle origini di questo testo fondamentale nella dottrina cristiana
e tuttora continuano a farlo in una ricerca che non avr fine poich
si tratta di tornare a esaminare fonti da tempo individuate ed
analizzate.
Si pu tuttavia affermare con certezza che l'analisi accurata del
testo consente di distinguere i vari interventi che si sono succeduti
con introduzione di nuovi materiali a mano a mano che i gruppi
giovannei s'allontanavano dalle originarie comunit giudaiche.
Alcuni di questi rifacimenti hanno determinato incongruenze e ripetizioni
di idee o eventi. Per esempio, nel brano del capitolo 6 intitolato
(nell'edizione Gei 2008) Il pane della vita, Ges annuncia due volte
di sguito di essere nutrimento celeste; la prima ai versetti 35-50, la
seconda, subito dopo, ai versetti 51-58. Un altro passo problematico
 quello contenuto nei versetti 1-18 del capitolo 10 nel quale Ges illustra
la funzione salvifica del buon pastore premuroso custode del
gregge al contrario dei mercenari: Il mercenario - che non  pastore
e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona
le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde. La metafora
del buon pastore  bella ed efficace ed infatti il detto Io sono il
buon pastore gode di vasta popolarit. Gli studiosi per fanno notare
come, inserita in quel punto, l'esortazione appaia fuori contesto.
Cos appaiono fuori contesto ovvero narrativamente incoerenti certi
passi dove Ges che figurava a Gerusalemme viene di colpo a ritrovarsi
nel Nord del paese, in Galilea. Questo accade per esempio nei
capitoli 5 e 6 che sarebbero stati invertiti. Il capitolo 5  ambientato
a Gerusalemme; il capitolo 6 inizia con le parole: Dopo questi fatti
Ges and dall'altra riva del mare di Galilea raccordandosi cos non
al capitolo precedente ma al capitolo 4, ambientato per l'appunto
in Galilea, a Cafarnao. C' poi la questione solo parzialmente risolta
del doppio finale. Il Vangelo sembra concludersi al capitolo 20, salvo
riaprire con un breve capitolo 21 (aggiunto in sguito?) che ripete la
chiusa del capitolo precedente.
Cos numerose le incertezze, che dopo tanti anni dedicati alle pi
scrupolose esegesi, nessuna ipotesi in pratica viene pi scartata.
Continua perfino a resistere quella iniziale che ci sia stato un unico autore
del testo anche se intervenuto pi volte, dato che nessuno mette
in discussione le molteplici riscritture. Quel singolo autore avrebbe
dunque messo mano pi volte al lavoro per aggiungere detti, segni,
episodi dettati dalle mutate condizioni che il nascente cristianesimo
andava incontrando.  anche possibile che i vari episodi in un
primo tempo siano stati raccolti isolatamente e solo in sguito riuniti
per farne un racconto il pi possibile unitario e compiuto;
ovvero un vangelo.
Il testo era probabilmente destinato a cristiani non di origine
ebraica, conformazione culturale di tipo ellenistico. Un vangelo formatosi
dunque mentre si delineava la separazione dei seguaci del
Cristo dal tronco originario. Secondo un'ipotesi piuttosto diffusa, i
seguaci della comunit definita giovannea subirono o provocarono
una rottura netta con i Giudei per cui furono allontanati dalle sinagoghe.
Si tratterebbe in definitiva di una comunit giudeocristiana
che affronta il trauma della separazione fra ebrei ortodossi e neocristiani,
verificatasi dopo la distruzione di Gerusalemme e del Tempio
ad opera delle truppe romane del generale Tito. Questa circostanza
spiegherebbe le profonde diversit di questo testo da quello degli altri
Vangeli canonici. Se si accetta questa possibilit, il testo giovanneo
si potrebbe leggere come un documento che testimonia la progressiva
separazione di un gruppo di seguaci di Ges dal resto dell'ufficialit
giudaica indisponibile a riconoscerne la natura messianica.
Nel testo pi antico, quello di Marco, Ges muore gridando il versetto
del salmo: Dio mio, dio mio, perch mi hai abbandonato?  un
grido straziante e disperato; se dobbiamo credere a Marco, Ges - come
abbiamo gi ricordato - muore pieno d'angoscia per aver fallito
la sua missione. A questo si riferirebbe il timore dell'abbandono, non
ai patimenti della crudele pena subita.
Nel testo giovanneo Ges muore in modo completamente diverso.
Il grido straziante  scomparso, al suo posto ritroviamo una rasserenata
consapevolezza della sua discesa sulla terra. In Marco muore
un uomo, in Giovanni l'Inviato celeste commenta pacatamente l'esito
del suo passaggio: Dopo aver preso l'aceto, Ges disse: " compiuto!"
E, chinato il capo, consegn lo spirito.
 compiuto, ovvero sono stato inviato in questo mondo per redimere,
immolandomi, il genere umano dal peccato di Adamo. Sto
morendo su questo infame legno, ci che il Padre m'aveva affidato
 stato fatto.
Curiosamente troviamo nel Vangelo detto di Giovanni, un punto
di contatto con il Vangelo detto di Giuda: la consapevolezza della
missione redentrice che chiedeva a Ges di spogliarsi della carne
con il sacrificio della vita. Agnus Dei.

AUGIAS: In un capitolo precedente lei ha accennato all'annuncio
dell'Inviato celeste, ovvero Ges detto il Cristo,
l'Unto. Lo ha riassunto nelle parole: non pi culti ma spirito
e verit. Frase enigmatica ovvero di ampio e impreciso
significato di cui il Vangelo detto di Giovanni ci d
del resto numerosi esempi. L'argomento merita un
approfondimento.

FILORAMO: Nel Vangelo di Giovanni l'annuncio di questo
Inviato celeste non coincide con l'arrivo imminente del regno
di Dio. L'Inviato viene a rivelare se stesso, perch 
cos che si apre la possibilit di un culto in spirito e verit,
ovvero separato dalla materia.

AUGIAS: Ma se accogliamo un punto di vista unicamente
spirituale, che cosa resta della Resurrezione?

FILORAMO: Infatti l'autore del Vangelo che chiamiamo di
Giovanni s' trovato in difficolt rispetto a questo evento.
Per un aspetto sarebbe andata benissimo la risposta che
lei ha scelto:  stata una resurrezione spirituale ed interiore,
che poi corrisponde alla risposta che si sono dati molti
cristiani gnostici.

AUGIAS: A me personalmente sembra anche molto pi bella,
con tutta franchezza. Tra l'altro, non crede che questa
interpretazione sia pi vicina alla predicazione di Ges,
ai suoi fini? Prima di cambiare il mondo, Ges voleva che
cambiassero gli uomini. Un'interpretazione spirituale della
resurrezione sembra quindi coerente con quanto andava
dicendo.

FILORAMO: Il Vangelo di Giovanni ha un'attribuzione complessa,
come ricordato. Noi lo chiamiamo di Giovanni
solo per comodit storica. In ogni caso, chiunque sia l'autore,
 evidente che s' trovato in difficolt. Da un lato la
concezione spiritualista di questo Inviato celeste avrebbe
dovuto comportare una visione ugualmente spiritualista
sulla resurrezione; d'altra parte il testo esprimeva la
posizione di gruppi legati a una certa idea dell'incarnazione
come si vede dal prologo, che tenta di mettere insieme
l'assoluta trascendenza del figlio (il Logos) e il fatto che
questo Logos assume la carne.

AUGIAS: Ricordiamoli questi versetti misteriosi e affascinanti:
In principio era il Verbo [logos], e il Verbo era presso
Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio:
tutto  stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla 
stato fatto di ci che esiste. In lui era la vita e la vita era
la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre
non l'hanno vinta. Dov' l'incarnazione?

FILORAMO: L'incarnazione si trova subito dopo, al versetto
14: E il Verbo si fece [egheneto] carne [sarx] e venne
ad abitare in mezzo a noi. Il Logos, che  Verbum Dei,
Parola di Dio, assume la carne dell'uomo: questa  una
distinzione fondamentale rispetto a una visione gnostica.
Essa pone la sua tenda (questo significa il verbo greco
skenoun, normalmente tradotto con abitare) tra gli uomini;
rimanda ad una tipica visione dell'Antico Testamento,
per esempio in Esodo dove a Israele  ordinato di fare
una tenda (il Tabernacolo) cos che Dio possa abitare
presso il suo popolo: anticipazione del sancta sanctorum
del Tempio di Gerusalemme dove risiedeva la Gloria di
Dio. Con la differenza che ora il Figlio di Dio come tenda
assume il corpo in carne ed ossa dell'uomo per redimerlo.
Dunque, fin dal prologo vi  una dimensione spirituale
fortissima, ma anche la chiara sottolineatura che l'Inviato
celeste, per comunicare con gli uomini, ha assunto il
loro corpo e la loro carne. Anche il Risorto ha un corpo,
e l comincia la storia della cristologia, la riflessione sulla
complessa natura del Cristo risorto, che, per Giovanni, 
nel contempo uomo e Dio.

AUGIAS: Qui si apre anche una serie di complicati paradigmi
logici e teologici sui quali s' discusso per secoli.

FILORAMO: Semplificando al massimo: se il Figlio di Dio ha
assunto un corpo umano, questo vuol dire che ha assunto
anche un'anima e una volont umane? per se  cos, non
ha assunto anche un'inclinazione al peccato? ma se Cristo
 impeccabile, allora chi decide in lui: il Dio o l'uomo? e
cos via. Alla fine, come si  visto, al Concilio di Calcedonia
del 451 pass la tesi, che divenne dogma, che le due nature,
umana e divina, inconfuse cio non mescolate, sono
presenti in Cristo come unica persona: con quella umana
egli partecipa pienamente alla natura umana, mentre con
quella divina conserva pienamente la sua divinit. Naturalmente
questa soluzione teologica, che vola le regole pi
elementari della logica aristotelica (mettere insieme generi
distinti, a e b),  stata rifiutata dalle correnti razionaliste,
antiche e moderne.

AUGIAS: Fino ad arrivare all'ipotesi di stampo illuminista,
cio totalmente razionale, della tomba vuota gi introdotta
dai polemisti pagani. Il filosofo tedesco Hermann Samuel
Reimarus alla fine del Settecento ipotizz che gli apostoli
avessero trafugato il corpo facendolo sparire, per poi propalare
la notizia della resurrezione. Cavalcando l'onda della
nuova fede, si sarebbero fatti una loro Chiesa.

FILORAMO: Mi sembra un esempio raffinato di machiavellismo
politico, di un razionalismo estremo; non mi spingo
fino a questo punto. Ritengo plausibile che ci siano stati
gruppi di discepoli, inclusa la Maddalena, che potevano
avere un carattere particolarmente emotivo - dati i loro
precedenti - che hanno creduto nella resurrezione del
cadavere, magari aiutati da alcune visioni o allucinazioni.
Paolo per esempio ha influenzato la vita di milioni di persone,
avendo conosciuto Ges solo attraverso visioni e apparizioni.
Quella che lo fa cadere a terra e lo acceca sulla
via di Damasco  la prima nel racconto di Luca, ma il testo
fondamentale  la Lettera ai Galati dove dice esplicitamente
di aver ricevuto la rivelazione e la fede attraverso
una visione del Cristo risorto. Io, come storico, devo prendere
per buona la fede di Paolo e credere nella sincerit
delle sue visioni, altrimenti  meglio che cambi mestiere.

AUGIAS: Volendo accentuare maggiormente in senso razionalistico,
potremmo aggiungere che Paolo soffriva di
un male imprecisato - anche questo lo denuncia lui stesso -
attribuibile a un disturbo di origine nervosa, male che
avrebbe potuto comportare deliqui e visioni.

FILORAMO: Faccio un'osservazione legata al nostro tema.
Che cosa sarebbe il mondo senza delle belle visioni? Non
esistono solo quelle dei poeti, ci sono anche visioni creatrici,
produttrici di novit o di stati di beatitudine. Badi
bene, le visioni sono sempre vere per chi le ha.

AUGIAS: Ne sono convinto anch'io a cominciare dalle sante
possedute da ricorrenti visioni di Ges. Caso a parte sono
i ciarlatani che per prima o poi vengono sbugiardati.

FILORAMO: Mi sono occupato dell'origine dei movimenti
religiosi, e questa delle visioni  una costante. Non si
contano i movimenti religiosi che devono le loro origini
a esperienze visionarie dei loro fondatori. Cos  per Zarathustra,
il fondatore dello zoroastrismo, o per Mani, il
fondatore del manicheismo. Se per un momento ipotizzassimo,
come hanno fatto alcuni, che il vero fondatore del
cristianesimo sia stato Paolo, potremmo aggiungerlo alla
nostra lista. E che dire del fondatore dell'islam? Le visioni
di Maometto sono state vere? S, per lui e per quelli che
vivevano con lui e che gli hanno creduto. Nell'ambiente
in cui costoro vivevano il fenomeno era diffusissimo. Ma
non  questo il punto. Non basta avere una bella visione di
una qualche divinit per essere creduti e fondare un nuovo
movimento. Bisogna essere dotati di carisma, convincere
la gente, con parole ed azioni, che quella visione  vera,
che non si  un falso profeta. Non  facile.

AUGIAS: Pur non essendo credente e tendendo a vedere i
fenomeni religiosi in termini soprattutto psicologici, riconosco
che una fede trascendente esercita una funzione fondamentale
sia per le collettivit sia per gli individui. Quando
questo elemento viene meno, molte persone - penso alle
societ attuali - si smarriscono. Il sogno illuminista era
di dare a tutti un livello d'istruzione e consapevolezza tale
da affrancare i pi da ogni necessit di trascendenza o
di superstizione. Alcune superstizioni sono effettivamente
scomparse, altre per si sono aggiunte, spesso di qualit
scadente.

FILORAMO: Sono un laico che ha passato la vita a studiare
il fenomeno religioso; devo quindi fare una precisazione.
Le religioni sono una realt antropologica; a differenza per
di altre realt antropologiche, proprio perch esprimono
miserie e grandezze dell'uomo, esse posseggono una tavolozza
di colori amplissima: dal nero o grigio della violenza
distruttrice alla luce splendente dei voli mistici e delle visioni
divine. Personalmente, sono affascinato dagli eccessi
che si ritrovano in abbondanza visitando i mondi religiosi
vicini e lontani nel tempo e nello spazio. Lo popolano figure
di santi peccatori, di morti viventi, di stiliti che passano
la vita su di una colonna, di asceti dediti a pratiche
che superano l'umana immaginazione, tutti in fondo accomunati
dalla tensione di vincere la morte, di essere tra
coloro che sono salvati in vita. In questo senso, la religione
- o meglio, un tipo di religione -  fondamentale per
conservare un certo distacco, come direbbe Giovanni, dal
cosmo, che in fondo  dominato pi da ombre che da luci.
Possiamo, anzi, dobbiamo trovare delle spinte ideali anche
in altre fonti, senza dover necessariamente ricorrere
a fonti trascendenti.

AUGIAS: Tornando al Vangelo detto di Giovanni, l c'
una rappresentazione della figura di Ges cui si  gi fatto
cenno che vale la pena di approfondire data la radicale
diversit dal Ges dei tre Vangeli sinottici di Marco, Luca,
Matteo. Chiunque legga quei testi si rende conto che
molti elementi compositivi e di narrazione li accomunano
mentre il testo di Giovanni, che  anche il meno antico,
se ne distacca non solo per il clima, la tensione, la visione
del mondo che contiene, ma soprattutto per il modo
in cui delinea la figura dell'Inviato celeste.
Intanto una domanda storica ma anche un po' personale:
perch questo Vangelo la interessa tanto?

FILORAMO: Si tratta anche di una mia inclinazione,  vero,
ma la sostanza della questione  proprio quella che
lei ha enunciato per ultima: il modo in cui viene delineata
la figura di Ges. L'autore del testo in fondo  anonimo,
come si spiega nella premessa, non siamo sicuri che
sia quel Giovanni considerato il discepolo prediletto.
Anche se cos fosse, non sapremmo mai veramente chi era. Il
Vangelo di Giovanni, come tanti testi antichi, ha un elemento
per noi difficilmente pensabile che  l'anonimato.
Si scrivevano testi apologetici come questo, solo ad maiorem
Dei gloriam, non pensando ai diritti d'autore n per
andare in televisione. Nel nostro caso comunque, bisogna
distinguere. Una cosa  se l'autore ha davvero conosciuto
personalmente Ges, altra cosa, ben diversa se invece
non l'ha conosciuto.

AUGIAS: Da quanto lei ha detto nel corso di questa conversazione,
credo d'aver intuito una sua forte simpatia,
vicinanza, adesione alle tesi gnostiche. Pensa che il testo
detto di Giovanni possa essere avvicinato allo gnosticismo?

FILORAMO: L'elemento chiave che apparenta il Vangelo di
Giovanni ai testi gnostici  il dualismo radicale, che si manifesta
fin dal prologo e che si sostanzia nella contrapposizione
tra coloro che sono in grado - per grazia, per elezione
da parte del Padre - di seguire il Logos, il Verbo, e
i figli della tenebra, simboleggiati dai Giudei, che lo rifiutano.
Aggiungerei anche il ruolo centrale della conoscenza:
solo Ges conosce il Padre, ma quelli che conoscono
lui possono condividere questa conoscenza. Anche se Giovanni
non  uno gnostico, viene per da un mondo in cui la
dimensione dualistica  chiaramente presente. Nel Vangelo
di Giuda, invece, richiamato nella premessa al capitolo,
Cristo rifiuta la carne, che non pu essere salvata. Quella
che lo riveste  una carne apparente, che non compromette
la sua vera natura spirituale. Per l'autore del Vangelo
di Giuda la carne  presente ma solo nella misura in
cui appare, non  l la vera sostanza, tanto  vero che alla
fine Ges chiede di esserne spogliato, di tornare cio a
essere puro spirito. La crocifissione, in realt, consiste in
un'opera definitiva di separazione.

AUGIAS: La premessa al capitolo riassume le varie ipotesi
avanzate nel corso dei secoli nel tentativo d'individuare
l'autore di questo testo. Autore singolo o collettivo, testo
pi volte rimaneggiato, autore che ha conosciuto direttamente
Ges o al contrario che ne ha solo sentito parlare.
Qual  la sua idea?

FILORAMO: Io propendo per leggere questo testo come scritto
da un autore finale che non ha conosciuto direttamente
Ges e che mette in pagina, per cos dire, l'esito conclusivo
di un complicato processo redazionale. Analogamente
a Paolo, che ha conosciuto Ges solo attraverso le sue
visioni, anche l'autore del testo detto di Giovanni ha
avuto di lui un'esperienza unicamente spirituale. Si tratta
indubbiamente di un teologo geniale, che ha spinto la riflessione
sulla natura del Cristo risorto, iniziata con Paolo,
a livelli speculativi di particolare profondit.

AUGIAS: Allora vediamo quale natura, umana e divina, questo
autore descriva.

FILORAMO: Il dramma rappresentato nel Vangelo di Giovanni
non concerne, come in Marco, il destino del Figlio
dell'uomo abbandonato da tutti, bens quello del Figlio di
Dio, impotente a farsi accogliere dai suoi. In altri termini,
un Dio che rischia di fallire. Egli si  abbassato fino alla
misera condizione umana, ma ci non basta: alla fine, 
respinto dai suoi. Ma perch? Non perch si presenti come
Messia -  il tema di Marco - ma perch fin dall'inizio
si presenta come Figlio di Dio: un'empiet dal punto
di vista ebraico. Lo scandalo sta proprio qui: la rivelazione,
cui  attribuito un immediato potere salvifico (Chiunque
vive e crede in me non morir in eterno) riguarda lui
stesso: chi egli , da dove viene, dove si accinge a ritornare.
Questa rivelazione, una conoscenza che potrebbe salvare,
viene per rifiutata e alla fine il protagonista muore.
Ma tutto  previsto: come nella parabola del seminatore,
il seme deve prima essere sepolto, per poi risorgere.
L'incontro con la Maddalena, di cui abbiamo parlato, sta
a testimoniare che per l'autore del Vangelo ci che alla fine
conta  la fede nella sua resurrezione in carne ed ossa,
non la semplice conoscenza.

AUGIAS: Per noi oggi non  facile capire in quali condizioni
il testo sia stato composto negli anni a cavallo tra la fine
del I e l'inizio del II secolo. Paolo ha gi mandato le
sue epistole, compiuto una prodigiosa azione di apostolato
anche dal punto di vista dell'impegno fisico, viaggiando
ininterrottamente attraverso il Medio Oriente e poi da
l ad Atene ed a Roma, dove trover la morte sotto Nerone.
I cristiani per non sono ancora una corrente con una
riconoscibile fisionomia dottrinale, infatti ci vorr ancora
qualche decennio perch si porti a compimento il distacco
completo dalla matrice ebraica. Comporre un testo come
quello di Giovanni e, nei limiti consentiti dalle circostanze,
diffonderlo  un'operazione che possiamo definire
grandiosa.

FILORAMO: Infatti ci che in quel testo mi colpisce particolarmente
 l'audacia. L'autore finale, di chiunque si tratti,
viene dal mondo ebraico, scrive rivolgendosi a seguaci
del Cristo che con l'ebraismo hanno ancora profondi legami,
anche se gli elementi conflittuali stanno prevalendo.
Questo conflitto radicale spiega la posizione particolare
di Giovanni verso i Giudei, respinti in blocco, come
abbiamo avuto occasione di vedere, considerati figli del
diavolo. Difficile dire dove ci sia avvenuto; forse a Efeso
od in Asia Minore. Comunque, la comunit che si riconosce
in questo Vangelo si sente minacciata dalle forze
del mondo, maligne, che non hanno accolto la luce portata
dalla Parola di Dio.
Mentre il Ges di cui ci parla Marco  un personaggio che
scopre progressivamente la sua coscienza messianica senza
per mai acquistare davvero una dimensione divina;
mentre Luca e Matteo si muovono sulla stessa linea con
un Ges nel quale abbondano gli elementi umani, il Risorto
del Vangelo di Giovanni  l'Inviato celeste che - come
abbiamo visto - si presenta fin dall'inizio come il figlio di
Dio, colui che esiste con Dio, accanto a Dio, il suo Logos,
la sua Parola - inviato dal Padre per salvare il genere umano.
Un messaggio audacissimo.
Proviamo a immaginarci dei discepoli o anche dei semplici
lettori o ascoltatori del testo, insomma la cerchia dei
seguaci di Giovanni, che vengono a conoscere un personaggio
in grado di indirizzarli lungo una via diretta verso
Dio, una via diretta per diventare Dio, in qualche modo.
 una prima dimensione che ci d il tema centrale, fortissimo,
di questo Vangelo: il rivelatore  venuto in primo
luogo a rivelare se stesso.

AUGIAS: Nel testo di cui stiamo parlando,  compresa l'idea
centrale dell'attuale dottrina cristiano-cattolica?
Ovvero che Dio si sia incarnato nel ventre di una donna, le
abbia fatto mettere al mondo un figlio fatto di carne e sangue
come ogni mortale, venuto tra gli uomini per riscattare
il peccato originale di Adamo. Un agnello sacrificale che
ha assunto su di s tutti i peccati dell'umanit, cos richiamando
il sacrificio arcaico del capro espiatorio (non a caso
Ges viene chiamato Agnus Dei, Agnello di Dio), che con
la sua morte ed il sacrificio della sua stessa vita ha riscattato
il mondo dall'ombra del peccato. C' in Giovanni questa
complessa dottrina, almeno in embrione?

FILORAMO: Sarei portato a rispondere di no. Che cosa promette
il Ges di Giovanni, nei suoi discorsi, sia quelli iniziali
sia i grandi discorsi prima della cena e della Passione?
Promette che coloro che lo riconosceranno sapranno quello
che lui sa. Lui  il mediatore nei confronti del Padre, 
colui che porta a compimento la sua volont. Questo  un
primo grande tema, la comunanza tra il Padre ed il Figlio.
Quello che sa il Padre sa il Figlio, e il Figlio, incarnandosi,
 venuto a comunicare ai suoi quello che lui sa e quello
che lui . Qui c' una via d'accesso che non tiene conto
di ci che lei ha riassunto nella domanda, quegli elementi
non li troviamo in Giovanni, sono tasselli di una dottrina
e di un insegnamento che verranno in sguito. L'importante,
nel Ges di Giovanni,  che chi lo segue lo riconosca.
Certo, se vogliamo c' un atto di fede, ma altrettanto
se non pi importante  riconoscere la realt divina e trascendente
di colui che  in comunione profonda col Padre.
C', nel Vangelo di Giovanni, a mio modo di vedere,
una dialettica irrisolta tra pistis o fede e gnosis come forma
di conoscenza assoluta, quella che il Figlio ha del Padre,
e che anche il semplice credente pu avere. Peccato che
si tratti di due vie inconciliabili, come dimostra la stessa
storia del cristianesimo. Il Vangelo cerca di tenerle insieme:
 la forza dei testi fondativi. Poi la dura realt storica
ha dimostrato che queste due vie non sono conciliabili: o
si , come Abramo o la Maddalena, uomini di fede, o uomini
della conoscenza, gnostici.

AUGIAS: Ma come! Non  quello l'insegnamento cardine, il
fondamento? Non sono cattolico ma vivendo in Italia ho
occasione di frequentare le chiese per qualche rito e cerimonia,
ascolto sempre con il dovuto rispetto ma anche con
molta attenzione e curiosit. La mia impressione  che gli
elementi che ho riassunto nella domanda costituiscano il
fondamento della dottrina come si vede anche dalle preghiere
pi comuni. Ges  il Salvator Mundi, il Redentore,
ha salvato il mondo dal peccato originale,  il novello
Adamo che con il suo sacrificio ha assicurato agli esseri
umani la possibilit della salvezza eterna.

FILORAMO: Lei ha detto tre cose. Peccato originale: se l'
inventato Agostino, c' gi un'idea in Paolo ma sicuramente
non si trova in quanto tale in Giovanni. La Chiesa ha
tutto il diritto di parlare di un peccato originale, ma non
pu certo fondarsi su Giovanni. Poi ha fatto cenno all'elemento
del Salvator Mundi: certo che  un salvatore, qui
per entra in gioco il dualismo del Vangelo di Giovanni,
e questo  un vero problema. Nel prologo si dice che  venuto
a salvare non tutti, perch il mondo non lo accoglie
e tanti lo rifiutano.
Provo a spiegarmi con un'immagine, che renda meglio il
fascino profondo che emana dal testo. Il Vangelo si struttura
secondo un duplice movimento: di diastole e sistole
o, se vogliamo riferirci allo spazio, di discesa e ascesa. La
prima immagine rimanda al movimento che parte dal Padre,
che vuole farsi conoscere dagli uomini, per cui invia
il Figlio, che per non  accolto: un movimento espansivo,
di amore. Questo movimento di espansione divina
coincide con un movimento di discesa dell'Inviato
celeste, comprensibile spazialmente in un universo come
quello antico, che vede la terra in basso, al centro dell'universo,
con in alto una serie di cieli, in genere sette, in
corrispondenza dei pianeti, della luna e del sole, fino ad
arrivare alla volta celeste oltre la quale si immagina risieda
- per quanto incorporea - la potenza divina. A questo
movimento di diastole fa da contraltare un movimento di
sistole, di contrazione, di ritorno: l'Inviato viene per portare
la conoscenza del Padre a chi  in grado (per grazia?)
di accoglierla. Chi la accoglie, ritorner con lui nella sede
del Padre: spazialmente, seguir il Figlio che dopo la resurrezione
ascende presso il Padre.
Qui sulla terra si consuma dunque il dramma, direbbe Bultmann,
della decisione: di chi ha fede nelle parole dell'Inviato,
e di chi invece le respinge (i Giudei, simbolo dei figli
delle tenebre). In realt, pi che di una decisione esistenziale,
si tratta di compiere o meno un atto di conoscenza.
La conoscenza o gnosi ha un ruolo fondamentale nel Vangelo.
Ma qual  l'oggetto? In fondo, si tratta di credere
e riconoscere che Ges  l'Inviato del Padre: Padre giusto,
il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto,
e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato.
Questa conoscenza non  dunque legata al Regno imminente:
il messianismo  spiritualizzato. La conoscenza promessa
dall'Inviato  un dono promesso non per un futuro pi
o meno prossimo, ma nel presente: quella giovannea,
come quella gnostica,  un'escatologia realizzata. Credendo
nell'Inviato si  gi salvi. Tutto ci si basa sulla pretesa di
Ges all'uguaglianza con Dio: pretesa non da poco. Giovanni,
in questo,  radicale: chi altri pu rivelare la realt
stessa della vita divina se non Dio stesso? Ma come si arriva
a questa conoscenza? La fede di Giovanni  una fede
particolare, intrisa di gnosi, che presuppone una elezione
da parte del Padre, perch generati da Dio stesso.

AUGIAS: Non sono sicuro di avere capito tutto e in ogni caso
sono colto da un dubbio. La sua interpretazione di Giovanni
 di tipo storico. Trattandosi per di un testo cos particolare
non pu fare a meno di sconfinare nella teologia.
Se i tre Vangeli sinottici sono testi apologetici, il Vangelo
detto di Giovanni  gi filosofia. Mi chiedo se il fondatore,
quel Ges che percorreva i sentieri polverosi della Palestina
predicando agli umili, avrebbe approvato una tale
analisi applicata alle sue semplici parole.

FILORAMO: Io cerco di dire perch il Vangelo di Giovanni
mi piace, ma soprattutto di tradurre - da storico - il punto
di vista dell'autore, che parla in funzione di una comunit
un po' elitaria, il che  innegabile. Questo testo non ha
una vera e propria dimensione universalistica, se non di
tipo spirituale. Se la Chiesa vuole propagandare l'universalismo
che l'aggettivo cattolica richiama, non ricorre
al Vangelo di Giovanni, pu ricorrere a Paolo od alle dottrine
dei Padri della Chiesa.

AUGIAS: Ci che dice mi turba profondamente e credo che
sorprenderebbe molti tra coloro che sono ancora interessati
a simili problemi. Oggi il messaggio principale mandato
dai sacerdoti cattolici e dal Papa : Ges  il Dio incarnato
venuto tra noi per redimere l'umanit.

FILORAMO: Nessun dubbio su questo. Lei sta sintetizzando
la dottrina della redenzione cristiana, che - ripeto - non si
trova gi formulata tale e quale fin dall'inizio, tanto meno
nel Vangelo di Giovanni. Di questa dottrina si trovano una
serie di elementi, soprattutto in Paolo; per esempio dietro
questa dottrina, a suo fondamento, s'intravede la sua
Lettera ai Romani. Essa riceve poi una elaborazione teologica
decisiva in Ireneo, non a caso in polemica con la concezione
gnostica della redenzione.
Consideriamo per esempio il modo in cui nel Vangelo di
Giovanni  presentata l'Ultima Cena. Tenga presente che
il nucleo della dottrina della redenzione  l. Se confrontiamo
la versione che ne d Giovanni con quella che si legge
nei sinottici ci rendiamo conto che sono profondamente
diverse. Per cominciare il Ges di Giovanni fa la lavanda
dei piedi, perch vuole introdurre i suoi a questa comunit
d'amore. L'autore ci presenta un Ges che compie un'opera
d'iniziazione alla comunit che i suoi seguaci dovranno
ripetere. C' in quel gesto l'idea che il nucleo del messaggio
cristiano si fondi sulla capacit di un gruppo di vivere
fino in fondo lo spirito di quegli insegnamenti. Un
gruppo per, non tutti. Un gruppo che si potr estendere,
certo, ma siamo lontani dalla chiusa di Matteo andate
e battezzate tutte le genti: Giovanni espone una condizione
pi elitaria.

AUGIAS: Non Paolo per. Anche se non ha mai conosciuto
Ges, anche se  arrivato per ultimo, Paolo con i suoi
scritti  il meno lontano dalla vita terrena di Ges. La sua
azione e le relative epistole vengono datate intorno al 50,
i testi evangelici arrivano ben che vada almeno vent'anni
dopo se non ancora pi tardi come appunto nel caso di
Giovanni. Ebbene, in Paolo quest'idea universalistica c',
anzi possiamo dire che sia il fulcro della sua azione apostolica,
del suo incessante girovagare.

FILORAMO: Concordo, ma dipende dal fatto che il messaggio
di Paolo si estende ai gentili, ed  incentrato, pi di
quello giovanneo, sul mistero di una fede che, in teoria,
non esclude nessuno. Ges  venuto a liberare dal peccato
commesso da Adamo tutta l'umanit, non solo gli Ebrei;
dunque, la fede in lui, che salva, non  un privilegio degli
Ebrei, ma  una possibilit offerta a tutti. Questo non ,
ripeto, il caso di Giovanni.

AUGIAS: Passo ai momenti finali di Ges e al suo spirare
sulla croce. Secondo lei Giovanni fa morire Ges da cristiano
o da ebreo?

FILORAMO: Bella domanda. Si parla dell'enigma del Vangelo
di Giovanni, purtroppo n io n lei lo risolveremo.
Perch un enigma? Perch non si riesce a collocarlo. Paolo
 chiaramente rivolto ai gentili, altrettanto Marco, Luca
e Matteo - come abbiamo detto. E Giovanni? Non si
capisce bene a quale ambiente si rivolga.

AUGIAS: Se posso azzardare, la mia idea  che Ges muoia
da ebreo almeno per quanto riguarda Marco, il testo pi
antico, che lo dice esplicitamente. Le sue ultime parole
sono quel grido disperato del salmo: Dio mio, Dio mio,
perch mi hai abbandonato? Quella , in modo lampante,
la morte di un pio ebreo.

FILORAMO: Sicuro, ma questo riguarda Marco per l'appunto.
E Giovanni? Dove si pu collocare quest'autore? Non
possiamo attribuirlo n a un ambiente ebraico, n ad ambiente
giudeocristiano perch polemizza duramente contro
i Giudei, n a un ambiente di cultura ellenistica com'
possibile fare con Luca, che tra l'altro scrive in un greco
ricercato. Una risposta chiara e condivisa non c', studiosi
e specialisti si dividono tentando di collocarlo. Proprio
questo  uno degli elementi che rafforzano la mia ipotesi:
il testo rispecchia una comunit originale che si  costruita
intorno a un'interpretazione forte dell'Inviato celeste,
che raccoglie elementi provenienti da ambienti diversi che
si ritrovano in un tipo di convivenza in obbedienza a ci
che l'Inviato ha esortato a fare.
Lui vive in comunione d'amore col Padre, e l'ha insegnato
attraverso l'iniziazione della lavanda dei piedi e i frequenti
discorsi sul tema. Fino a che punto questo messaggio
 universalistico? C' chi ha voluto vedere un'apertura
universalistica nell'ultimo capitolo, il 21. Ma la critica
 per lo pi unanime nel ritenere che, come nel caso del
capitolo finale di Marco, si tratti di un testo aggiunto successivamente
come del resto s'accenna nella premessa al
capitolo. A mio modo di vedere, questo epilogo, in cui 
confermato il ruolo privilegiato del discepolo prediletto rispetto
a Pietro,  una conferma indiretta che, colui che ha
aggiunto questo epilogo, ha visto il Vangelo come la carta
costitutiva di una comunit che fonda la sua superiorit
sul possesso di una tradizione privilegiata, quella che si
richiama a questo misterioso discepolo prediletto, depositario
dei misteri dell'Inviato celeste.

AUGIAS: Secondo lei  un testo che rimane difficile collocare
e sicuramente ha ragione. Per almeno un elemento
certo, in negativo, c', ed  l'antisemitismo. Almeno questo
d al testo un connotato riconoscibile.

FILORAMO: Resta comunque la domanda: gli aderenti a questo
tipo di comunit, coloro che utilizzano questo Vangelo,
da quale ambiente provengono? Possiamo fare solo ipotesi.
Per esempio, potevano venire tranquillamente anche
da ambienti ebraici. Dov' stato scritto questo Vangelo?
Un elemento importante  sapere se l'autore o il redattore
finale  lo stesso dell'Apocalisse.
Sull'autore dell'Apocalisse sappiamo che  il Veggente di
Patmos, che proviene da una zona dell'Asia Minore. Siamo
alla fine del I secolo, inizi del II, in una situazione di
Chiese perseguitate. Uno dei problemi che si pone a chi
vuole identificare gli autori dei due testi  che nell'Apocalisse
non si ritrovano gli elementi teologici fondamentali
del Vangelo di Giovanni. Torna invece la concezione
del Cristo glorioso. Ora questo Cristo glorioso potrebbe
essere la rilettura, applicata ad una situazione di persecuzione,
del Cristo Inviato celeste che compare nel Vangelo
di Giovanni e lo caratterizza. Se si accetta quest'ipotesi,
un luogo di provenienza potrebbe essere questa zona
dell'Asia Minore, Efeso e dintorni, dove era arrivata
la prima predicazione di Paolo e dove c'era un mix culturale
straordinario.

AUGIAS:  importante ripetere che la redazione finale del
testo che conosciamo come Vangelo di Giovanni  sicuramente
posteriore alla predicazione di Paolo, che era avvenuta
alcuni decenni prima.

FILORAMO: Siamo almeno mezzo secolo dopo. Aggiungo
qualche considerazione secondaria. Il Vangelo di Giovanni,
per questa sua lettura cos particolare, ha avuto una ricezione
difficile nella Chiesa del II secolo. Ad esempio, vi
mancavano gli elementi universalistici cos insistiti in Paolo.
Sia Paolo sia Giovanni sono stati molto usati dagli gnostici;
nel momento per in cui - tra il 150 e il 180 - questi
vengono considerati pericolosi dai cattolici e combattuti
come eretici - un utilizzo da parte cattolica di un Vangelo
spirituale come quello di Giovanni, caro agli autori gnostici,
diventa problematico. Sappiamo che intorno alla fine
del II secolo, l'utilizzo del Vangelo di Giovanni  rarissimo.
Possiamo dire che per un secolo intero questo testo
scompare. Era poco in linea con la vocazione universalista
ma anche con il concetto di redenzione - da lei richiamato
poc'anzi - che stava diventando vincente. La redenzione
interiore e spirituale di cui il testo giovanneo  intriso
 passata in secondo piano, il nuovo imperativo punta
molto sull'incarnazione, sulla cattolicit, sull'espiazione,
sulla visibilit, la dimensione pubblica della Chiesa, tutti
gli elementi ancora oggi predominanti.

AUGIAS: Caro professore, la nostra conversazione chiude
qui. Ascoltandola, cercando di provocarla con le mie domande,
mi sono confermato nell'idea di quanto sia difficile
costruire una dottrina e dare connotati certi, il pi possibile
coerenti, alla sua figura centrale. Il che introduce
un altro elemento forte: le dottrine religiose non vengono
calate nel mondo fatte e compiute da una divinit che
elargisce dall'alto dei cieli la verit d'una fede. Le dottrine
religiose, come le teorie filosofiche, sono laboriose e
difficili costruzioni, lunghe e contraddittorie ipotesi costruite
dagli uomini. Il che potrebbe portarci a concludere
che gli stessi uomini (nel senso di Homines), nella loro
immensa creativit, dalle lettere alla musica alle scoperte
scientifiche, hanno spinto questa loro infaticabile capacit
a dare vita, connotati e poteri alla figura di un qualche
Dio in qualche modo fatto a loro immagine e somiglianza.

FILORAMO: Le religioni, se interrogate opportunamente e
delicatamente come abbiamo cercato di fare, possono continuare
a essere una risorsa; potrebbe esserlo anche questa
nostra ricerca - forse non inutile.

AUGIAS: Me lo sono posto anch'io, mentre discutevamo,
il tema della possibile utilit del nostro dialogo. Apprezzo
che lei abbia detto risorsa perch mi domando se
il nostro racconto possa avere senso in una societ che
in Occidente si  cos largamente secolarizzata - e lo ha
fatto nel modo peggiore, mettendo da parte vecchie superstizioni
per sostituirle spesso con altre pi scadenti.
Anche un ateo quale io sono non pu non vedere in
questi cambiamenti una pericolosa deriva verso surrogati
di fede rudimentali e futili. Fenomeno che, a suo modo,
ha investito anche la politica. Servir davvero a qualcuno
- mi sono chiesto - vedere di quale umanit diano
testimonianza i personaggi che animano le pagine dei
Vangeli? A cominciare dalla figura del protagonista?
Papa Francesco cos inviso a una parte della gerarchia cattolica
ha detto una volta che  meglio essere atei che simulare
un sentimento religioso senza avvertirvi l'impegno
di un'appartenenza profonda.
Atei o credenti non c' dubbio che il cristianesimo metta
tutti di fronte a un'eredit inquietante. Chiedersi oggi se
Dio esista o no  una domanda che non ha pi molta importanza
- tanto pi che una risposta certa  impossibile,
infatti nessuno l'ha mai data. Importante a me pare 
vedere in che modo l'eredit cristiana possa ancora essere
una risorsa, per chi ha fede e per chi non ce l'ha. Forse
pu ancora esserlo se si cerca nelle Scritture non pi una
Verit ma un possibile Significato. Nell'analizzare in che
modo il cristianesimo aveva operato nel mondo, Nietzsche
prese in considerazione ci che la nuova religione aveva
demolito dell'epos greco e con che cosa lo avesse sostituito.
Il suo bilancio com' noto era negativo, tuttavia almeno
un merito dovette riconoscerlo: l'abissale ricerca portata
dal cristianesimo in interiore homine.
Anche lei ha contribuito a questa ricerca spogliando i protagonisti
dei Vangeli dalla rigidit indotta dalla teologia
per farne personaggi della vita, partecipi, uomini e donne,
alla nostra comune condizione di mortali.

FINE.
...
Ringraziamenti.

In primo luogo, il professor Giovanni Filoramo per aver dato generoso
contributo a un progetto divulgativo, lui abituato alla severit
dell'insegnamento accademico. Spero che questo racconto serva a qualcosa,
detto da un ateo pu sembrare strano. Ateo s, per convinto che
ricostruire l'aspetto letterario dell'insegnamento cristiano sia ancora una
risorsa per il mondo smarrito nel quale viviamo. Lo spirito teocratico che
tante volte  prevalso nella Chiesa oggi non  pi possibile. I tempi non
lo consentono, la predicazione del papa regnante va in direzione opposta.
Questo pu creare problemi ma relega in un passato sperabilmente
senza ritorno abusi e prevaricazioni. Sono grato ai dirigenti e funzionari
Einaudi che hanno appoggiato il progetto: Ernesto Franco, Andrea
Canobbio. Maria Ida Cartoni, einaudiana di ferro, mi ha assistito e protetto
logisticamente. Grande riconoscenza devo a Claudia Canale che
ha rivisto e corretto il testo con implacabile attenzione.

Corrado Augias.

Ringrazio a mia volta il dottor Augias.  stato un compagno di viaggio
ideale: sua l'idea, suo l'itinerario, sua la scansione delle tappe. Un
itinerario per me inconsueto ma che ho percorso con crescente curiosit
e convinzione grazie alle competenze ed alla passione della sapiente guida.
La casa editrice Einaudi  stata come al solito disponibile e perfetta
al momento di tradurre il nostro dialogo in un vero libro. Ringrazio
Ernesto Franco per la fiducia e Claudia Canale per la lettura attenta e
le sapienti correzioni.

Giovanni Filoramo.
...
Nota bibliografica.

Per le citazioni dalla Bibbia si  fatto riferimento all'edizione Cei (2008).
Si riepilogano qui di sguito le altre fonti edite citate, quando non
tradotte dagli autori: Aa.Vv., I Vangeli, a cura di G. Gaeta,
Einaudi, Torino 2006; Aa.Vv., I Vangeli apocrifi, a cura di M. Craveri,
Einaudi, Torino 2014; Rudolf Bultmann, Gesti, a cura di I. Mancini,
Queriniana, Brescia 1972; Joseph Conrad, Cuore di tenebra,
a cura di G. Sertoli, Einaudi, Torino 2016; Vangelo di Giuda,
a cura di D. Devoti, Carocci, Roma 2012.
...
.
...
FINE.